"Guarda
questo video, abbassa la tua radio". Fu quanto facemmo tutti
noi, giovanissimi inebriati dal techno-pop, dopo il sobbalzo che
ci smosse dal sonecchiare procurato dalla parata sanremese cui
nessuno, pur senza confessarlo, osava sottrarsi. Sanremo
era il festival tabù delle giovani generazioni, nel 1983 ancor
più di oggi. Avevamo lasciato Antonella Ruggiero coi
lunghi capelli riccioluti all’indomani dei primi segnali di
svolta elettronica ("Berlino, Parigi, Londra", 1982, con la
dipartita di Piero Cassano e il contestuale ingresso nella
line-up di Mauro Sabbione) che sdoganava i Matia
Bazar dalla "palude leggera" fino allora frequentata con esiti
alterni (emblematiche la stupenda "Cavallo Bianco" e
l’imbarazzante "Mister Mandarino", due facce di una stessa
medaglia), la ritroviamo icona retro-sintetica proprio al
Festival della Canzone Italiana, cioè laddove il buonsenso non
lo suggerirebbe.
Acconciatura anni 30, tailleur stilizzato bianco su cui
fa mostra una spilla démodé, guanti di veletta in tinta
e pose ieratiche. Deliziosa. Accanto la band, anch’essa di
bianco vestita, coi componenti affiancati l’un l’altro alla
maniera dei
Kraftwerk: lo screen del computer dell’Alpha
Syntauri che avvinghia con un cavo Mauro Sabbione
alla sua tastierina prêt-à-porter, il metronomico
fluttuare del contrabbasso elettrico di Aldo Stellita,
gli sparuti drum pad di Giancarlo Golzi,
l’austero sintetizzatore di Carlo Marrale. Di chitarre,
almeno su quel palco, nemmeno l’ombra. Inusitate vibrazioni
elettroniche fra i giochi di luce del Teatro Ariston: cose mai
viste da quelle parti.
Nello strabiliante equilibrio fra tradizione melodica italiana e
nuovo pop, "Vacanze Romane" è la canzone che ha coeso
generazioni di ascoltatori sideralmente distanti fra loro: padri
nostalgici delle kermesse che furono, figli new
romantic, nonni avvezzi al belcanto, tutti uniti
nell’ascolto di questo piccolo miracolo pop, di un evergreen
che ancora oggi può contare su decine di passaggi radiofonici e
una consistente dose di celebrità. Ma la scommessa vinta non si
esaurisce nel breve volgere di un 45 giri.
Così proviamo a capire: com’è riuscita una band legata a doppio
filo con la musica leggera a risolvere brillantemente il
rompicapo riuscendo a fondere tradizione e stile postmoderno,
cogliendo sì dei riferimenti esteri, ma senza tuttavia doverli
copiare?
La risposta è da rintracciare principalmente in due nomi:
Mauro Sabbione e Roberto Colombo.
"Ascoltavamo
Ultravox,
Kraftwerk,
Joy
Division,
Peter Gabriel ma anche
The B-52’s
e la musica lirica italiana, mentre mettevamo a punto i nuovi
pezzi che sarebbero stati l’ossatura del periodo postmoderno
culminato con "Vacanze Romane"". Mauro Sabbione è l’uomo
nuovo delle tastiere, il più attento ai nuovi impulsi
tecnologici, colui che nel 1981 subentrò a Piero Cassano,
che al contrario incarnava l’anima leggera, tanto che pose la
firma su molti dei vecchi successi della band negli anni 70 e
successivamente, in veste di autore e di produttore, su numerosi
hit di Eros Ramazzotti.
Roberto Colombo è il produttore artistico, collaboratore
eccellente della
Pfm (partecipò, fra l’altro, al progetto live della
band
progressive con
Fabrizio De André), già dietro ai banchi con Ivan
Cattaneo in quel "Superivan"(1979) cui varrebbe la pena
dedicare un capitolo a parte.
Non di minore importanza è il contributo ai testi di Stellita,
che confeziona intorno alla voce di Antonella liriche ora
evocative ora giocose, innovative ma solo in apparenza ostiche,
in parte associabili agli intellettualismi di
Franco Battiato e ai divertissement verbali del
Pasquale Panella di
carelliana memoria. Più che testi dal significato compiuto,
fotogrammi emotivi in cui la narrazione è dissimulata nel suono
delle parole, con le storie che si ricompongono direttamente nel
nostro subconscio.
Il resto (non poco) lo fa il songwriting, in cui si
cimentano anche i navigati Golzi e soprattutto Marrale, che
contribuiscono da par loro a infilare le otto perle di pop
sintetico che impreziosiscono "Tango".
Ecco allora succedersi i distaccati nostalgismi per un tempo che
non c’è più di "Vacanze Romane" ("Roma, antica città/ ora
vecchia realtà/ non ti accorgi di me e non sai che pena mi
fai"), l’umoristico surrealismo dell’african reggae per
sintetizzatori di "Palestina" ("L’antico oracolo non sa
rispondere/ a quel turista in cerca di un hotel"), l’esaltante
cavalcata di "Elettrochoc", il cui refrain di tastiere
farebbe la gioia di
Billy Currie, i diafani ermetismi di "Intellighenzia".
Il taglio marziale de "Il Video Sono Io" ci propone Antonella
intenta a duettare con un vocoder, per quello che sarà anche uno
dei clip televisivi più replicati di quella stagione, mentre
"Scacco Un Po' Matto" (qui il vocoder, invece, doppia la voce
femminile), con Sabbione sugli scudi, è puro europop
d’avanguardia e probabilmente il capolavoro del disco. Se "Tango
Nel Fango" è il passaggio più prevedibile e didascalico, ci
pensa l’alone ultravoxiano che aleggia sull’epico
ritornello de "I Bambini Di Poi" a ripristinare elevati standard
creativi.
Esotismi mediterranei sorpresi a braccetto con inappuntabili
umori mitteleuropei, melodie vocali supportate da un’ugola con
pochi eguali nel panorama italiano che si fondono con echi di
synth-pop d’oltremanica, strumentazione all’ultimo grido
saldamente guidata da una produzione che ha fatto scuola: sono
questi gli ingredienti che fanno di "Tango" un disco da
ricordare.
I trentasei minuti di elettrochoc della musica leggera italiana.
Questo scritto è dedicato alla memoria
di Aldo Stellita (2 agosto 1947 - 9 luglio 1998),
musicista e paroliere eccelso, di cui, mentre scriviamo, ricorre
il decennale della prematura scomparsa.



