Il Che: l'amore,la politica, la rivolta  di Liliana Bucellini.

Coproduzione Zelig Editore s.r.l. - Cronodata s.r.l.   Coordinatore editoriale: Eduardo Carrasco 1995

INDICE

La famiglia, l'amore, i viaggi

La rivolta

La politica

La Bolivia

Voci, parole e ricordi

 

Vida, Pasiòn y Muerte de un Hombre Comùn

texto de una canción de Vincente Feliu

Vive el hombre cuando está aqui

vive cuando en su hora y momento

grabó su letra

de puño firme y sencillo,

vive cuando su garganta no lo ajea,

cuando canta las miserias, las auroras,

vive el hombre y para vivir recorta a ratos

reparte sus paisajes y muere un poco a diario.

Empieza el hombre a morir cuando sus voces no cantaron

cuando sus rutas se tupieron de infamia,

cuando se erigió un escape,

el hombre murió cuando se afirmó el olvido.

 

Vita, Passione e Morte di un Uomo Comune

testo di una canzone di Vincente Feliu

Vive l'uomo quando è qui

vive quando all'ora e al momento giusto

incide la sua parola

con mano semplice e ferma,

vive quando la sua gola non lo abbandona,

quando canta le miserie, le aurore,

vive l'uomo e per vivere a tratti ritaglia,

distribuisce i suoi paesaggi e muore un po' ogni giorno.

L'uomo inizia a morire quando le sue voci non cantano

quando le sue strade si riempiono di vergogna,

quando sceglie una via di fuga

l'uomo muore quando si afferma l'oblio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La famiglia, l'amore, i viaggi

LA BELLA ESTATE DI ERNESTO.

Nasce il 14 giugno 1928 mentre il cielo si tinge dei colori dell'alba, nella città di Rosario, Argentina, ed è il primogenito di Celia de la Serna e di Ernesto Guevara Lynch, costruttore edile. La famiglia è di quelle agiate che vive in una regione confinante col Brasile e il Paraguay nel governatorato di Misiones che deve il suo nome ai gesuiti spagnoli colonizzatori delle popolazioni indie guarany. Nel luglio dello stesso anno si ammala di broncopolmonite, la causa di quell'asma che l'assalirà per tutta la vita.

Nel 1933, su consiglio del medico che ha in cura il piccolo Guevara, la famiglia si trasferisce nella città di Alta Gracia, luogo di villeggiatura nella provincia di Córdoba, dove il clima è più dolce e mite. La villa che la famiglia Guevara abita è chiamata «la Casa dei Fantasmi». Anche la nonna, Ana Lynch, e la zia Beatrice, con la quale rimarrà in contatto epistolare per sempre, firmando spesso col nomignolo «Tete», lo accompagnano alla scoperta della poesia, della natura e degli animali. Ha quattro fratelli: Celia, Roberto, Ana Maria e Juan Martin.

La preparazione per la scuola elementare è guidata dalla madre, che lo porta alla conoscenza delle opere di Verne, Dumas, Cervantes, Stevenson, Salgari. Nel 1938, allievo della Scuola Primaria José de San Martin, veste un abito indio confezionato dalla madre e partecipa, dicono, con molta convinzione, all'opera teatrale «Martin Fierro».

Tra le sue giovani amicizie: figli di minatori, contadini, lavoratori alberghieri. È curioso e, narra suo padre, vuole sapere tutto quello che accade in campagna, come nascono gli animali, come si debbono allevare, curare, tipo di agricoltura e vegetazione.

Tra il 1941 e il 1947 prosegue gli studi, come esterno, nella scuola media del collegio Dean Funes di Córdoba e stringe amicizia con Alberto Granado che lo accompagnerà nel suo giro per il continente americano.

Legge Freud e Jung, Neruda, Quiroga, London, ed entra in contatto con una piccola edizione del Capitale di Marx e l'opera il Decameron del Boccaccio. Il 22 aprile 1947, conclude gli studi al Dean Funes e conosce la giovane Berta Gilda Infante, Tita, membro della Gioventù Comunista di Argentina, con la quale manterrà per sempre una diretta e intima relazione di amicizia. È con Tita che impara un verso di Gutíerrez: «No levantes himno de victoria en el dia sin sol de la batalla».

Si racconta che proprio a partire da questi anni i suoi occhi scuri, il suo sguardo profondo e inquisitore, siano un forte elemento di attrazione per le ragazze.

Pratica molto sport e compie lunghe escursioni. Avidissimo lettore, si appassiona alla letteratura. Baudelaire e Neruda sono i suoi poeti preferiti.

Inizia a scrivere un dizionario filosofico, composto da sette quaderni, nel quale esprime concetti generali sulla storia della filosofia e delle scienze sociali. Il terzo quaderno contiene appunti sulla vita di Carlo Marx e sulle origini della filosofia marxista, nonché alcune definizioni attorno ai concetti di socialismo e marxismo-leninismo.

Nel 1950, terminato il liceo, si trasferisce con la famiglia, che è sommersa da guai economici, a Buenos Aires, dove si iscrive alla facoltà di medicina, mantenendosi agli studi con un impiego nel municipio di Buenos Aires; nello stesso periodo lavora gratuitamente presso l'Istituto di Ricerche sulle Allergie.

Curioso, libero e con uno spiccato senso critico, non gli interessano i voti alti e studia con passione solo quello che ritiene utile alla sua formazione.

Nei mesi di vacanza viaggia come può, in bicicletta, a piedi e in moto all'interno del suo Paese, sino alle Ande. Ospitato su di un cargo, arriva anche all'isola di Trinidad.

Proprio a partire dal 1º di gennaio del 1950, percorre le province del nord dell'Argentina su una bicicletta Northon, sulla quale inserisce il piccolo motore della Cucchiolo, attraversa il sud delle province di Buenos Aires e Santa Fe e arriva a Córdoba dopo 41 ore e 17 minuti, dove viene accolto dalla famiglia del suo amico Granado. Poi si reca a Santiago del Estero e, nel viaggio sino a Tucumán, scrive i suoi primi appunti.

«Per una ventina di chilometri la strada è buona, e ai suoi lati si sviluppa una vegetazione lussureggiante, una sorta di foresta tropicale a misura di turista, con una moltitudine di ruscelletti e un ambiente umido da documentario sulla foresta amazzonica. Entrando in questi giardini naturali, camminando tra le liane, calpestando felci e osservando come ogni foglia se la ride della nostra scarsa cultura botanica, ad ogni istante ci aspettiamo di sentire il ruggito di un leone, di vedere il silenzioso passaggio del serpente o l'agile corsa di un cervo, e all'improvviso in un ruggito flebile e costante riconosciamo il canto di un camion che si inerpica per la montagna. È come se questo ruggito mandasse in frantumi i cristalli delle mie fantasticherie e mi riportasse alla realtà...»

Alla fine avrà fatto 4500 chilometri.

La parola agli scrittori cubani Froilán González e Adys Cupull che hanno investigato sulla vita del Che per moltissimi anni.

Froilán: «Nella formazione di Ernesto Che Guevara influirono vari fattori, dai libri che lesse, all'ambiente sociale in cui crebbe; la famiglia tutta, il padre e, ovviamente, la madre. Tra le donne importanti della sua vita, quella che esercitò maggiore influenza su di lui, stando alle nostre ricerche, fu proprio la madre, Celia de la Serna. Attualmente stiamo lavorando a un libro sulla sua vita.

Ana Lynch, la nonna paterna, nata in California?

Di origine irlandese, liberale, non religiosa, fu una figura bellissima, per il piccolo Ernesto: la nonna parlava della California ove aveva vissuto, raccontava, e a lui piacevano le sue storie. Quando si ammalò, Ernesto, che stava studiando ingegneria all'Università di Buenos Aires, le restò accanto per diciassette giorni, nella speranza di poterla salvare, dandole le medicine con il contagocce, imboccandola.

Quando morì, decise di studiare medicina, per aiutare la gente e lenire le sofferenze umane. La scelta di cambiare il corso degli studi rispose perciò a una determinata esperienza di vita.

Un'altra delle donne che arricchì lo spirito del Che fu la zia Beatriz, sorella del padre. Persona colta, leggeva molto e aveva una concezione aristocratica della vita: insomma, era una classista; molto raffinata, si metteva persino i guanti per contare il denaro. Forse anche per questi motivi non era riuscita a trovare un fidanzato e a sposarsi. Comunque tra il piccolo Ernesto, asmatico e malaticcio ma molto curioso e attento, e questa zia, si stabilì una speciale relazione di zia-madre e nipote-figlio, e questo rapporto durò fino alla morte del Che, a cui lei sopravvisse.

Ernesto le mandava lettere da ogni parte del mondo, e le scriveva del più e del meno. Lei gli raccontava della famiglia, niente che potesse riguardare la politica. Divenne un po' la portavoce, non tanto dei genitori e dei fratelli, sui quali Ernesto s'informava personalmente, ma dei cugini e degli zii...

Ai tempi dell'università, la zia Beatriz gli preparava il mate e gli si sedeva accanto (a Ernesto piaceva bere mate ed essere coccolato!); gli stava vicino quando gli venivano attacchi d'asma o non stava bene per qualche altro motivo.

Quando era piccolo gli raccontava sempre storie su principi e fate, di una principessa che aspettava proprio lui, coinvolgendolo in un mondo fantastico e straordinario.

Quando Ernesto assunse una posizione marxista-comunista nei confronti della vita, la zia, religiosa e timorosa della sorte che sarebbe toccata al suo Tete nell'aldilà, decise, insieme ad altri parenti, di chiedere a Paolo VI un'indulgenza plenaria che assolvesse il Che da tutti i peccati.

Il Papa la concesse e lei si mise il cuore in pace. Era il 25 maggio del 1964.

Un'altra donna che esercitò un'influenza parecchio importante sul Che, è stata Berta Gilda Infante, Tita.

Una giovane argentina, militante della Gioventù Comunista, che studiava medicina all'Università di Buenos Aires. Tita e Ernesto discutevano, parlavano, leggevano libri marxisti, li svisceravano in profondità, ma erano molto diversi.

A vederli insieme, ti rendevi conto che Tita, nonostante la preparazione teorica, era una ragazza timida, insicura, poco coraggiosa, eppure fra i due giovani si stabilì un legame profondo, un'amicizia molto stretta, questo è sicuro. Alcuni dicono che si trattò di un vero e proprio rapporto sentimentale; altri sostengono che non ebbero una relazione intima, che sì, erano entrambi innamorati, ma che non avevano saputo rompere la barriera che separa l'amicizia dall'amore; altri sostengono che Tita fosse innamorata e lui no.

Anche oggi, nonostante le nostre ricerche, non sapremmo dire di più.

Penso comunque che dal punto di vista ideologico, spirituale e sentimentale fossero molto affini, e che uno fosse il confidente dell'altra. Tita era una giovane donna molto intelligente, con una profonda sensibilità e il Che un giovane uomo profondamente sensibile. Sicuramente sono stati questi elementi a creare quella bella e significativa unione».

Adys: «A proposito del Che e del suo rapporto con la ``figura femminile'', vorrei aggiungere qualcosa a quanto già detto da Froilán.

In un suo scritto, si legge: ``La donna è discriminata anche dalla società, e questa discriminazione non è nuova, è cominciata decine di secoli fa, quando le donne vennero emarginate e relegate a svolgere i lavori domestici...

La donna deve avere accesso a ogni tipo di lavoro e ricevere per questo lavoro la stessa retribuzione che riceve l'uomo''.

Come si può notare, anche da queste brevi ma significative frasi, nel prendere coscienza della propria vita, il Che non dimentica l'altra metà del cielo e sostiene che la donna deve occupare il suo posto nello sviluppo della storia, nello sviluppo della stessa società.

E ora occupiamoci di Celia de la Serna, la madre del Che, persona che fin dalla nascita influì parecchio sulla formazione di Ernesto, del quale plasmò in modo positivo la personalità, perché dovete sapere che Celia fu una donna molto moderna per la sua epoca e per il contesto sociale in cui visse.

Dovendo stare, per ragioni di salute, molto tempo con la madre, il piccolo Ernesto prese tutto da lei: coraggio, valore, dignità. Qualità di cui, peraltro, il padre non faceva difetto. Ma fu soprattutto sulla figura materna che il ragazzo modellò la sua personalità; Celia era forte, energica ed esponeva con chiarezza i propri pensieri e giudizi; sul Che ebbero grande importanza anche i suoi principi morali.

Crescendo, il figlio cominciò ad avere idee proprie e spesso dissentiva da lei, soprattutto in politica, ma il legame, anche intellettuale, era così profondo che il Che, da adulto, arriverà a influenzarla. Il fatto è che nei giorni della giovinezza di Ernesto, Celia si rende conto che lui si allontana e, come ogni madre, ha paura di perderlo.

Col tempo, il Che riuscirà a convincerla anche della necessità della sua lotta a favore di Cuba».

Froilán: «Celia gli insegna ad amare la natura; lo porta a fare passeggiate, gli fa conoscere gli animali, la campagna. Gli insegna a leggere e a scrivere, lo prepara alla letteratura, lo porta a conoscere la lingua francese e lo introduce tra i suoi scrittori classici.

Altre donne? Lidia Doce, che gli faceva da messaggera nella Sierra Maestra. In quella fase della lotta, siamo nel 1957, avrà avuto una quarantina d'anni.

Quella donna coraggiosa, andava e veniva dall'Habana portando messaggi, comunicazioni: il Che ne ammirava il valore, il coraggio e l'intelligenza.

Lidia era capace di entrare in una caserma e mettersi a parlare con i militari di Batista, per distrarli, per poter compiere al meglio, e senza sospetti, il suo lavoro di messaggera della guerriglia.

È certamente la prima donna cubana per la quale Ernesto Che Guevara prova ammirazione.

Più avanti dirò di Hilda Gadea, Aleida March e di Tania, la guerrigliera...»

La Poderosa II

Nell'ottobre del '51, a 23 anni, Ernesto Guevara decide di partire con la Poderosa II, una Northon 500, con l'amico Alberto Granado per visitare il «suo continente»; scrive:

«Era una mattina d'ottobre, ed io ero andato a Cordova approfittando delle vacanze del 17. Bevevamo mate dolce sotto il pergolato della casa di Alberto Granado e ci raccontavamo le ultime novità sulla nostra ``vita da cani'', mentre cercavamo di sistemare la Poderosa II... Sulle ali del sogno arrivavamo in paesi remoti, navigavamo per i mari tropicali e visitavamo tutta l'Asia».

A Buenos Aires, prima del grande salto, regala alla sua giovane fidanzata Chichina Ferreira, un piccolo cane, Comeback. A 400 km a sud di Buenos Aires, invia una lettera a Chichina:

«Cada vez me gusta más o la quiero más a mi cara mitad... La despedida fue larga, ya que duró dos dias bastante cerca de lo ideal.

A Comeback también lo siento mucho».

Nel febbraio del 1952 è in Chile. A Temuco, Ernesto e Alberto vengono intervistati da un giornale locale che titola: «Dos expertos argentinos en leprologia recorren Sudamerica en motocicleta».

Si devono fermare a Lautaro per un guasto molto grave della Poderosa. Racconterà Ernesto:

«La moto era più o meno sistemata e saremmo partiti il giorno dopo, così decidemmo di andare a bere e far baldoria con alcuni amici del posto.

Il vino cileno è buonissimo! Io bevevo a una velocità straordinaria, così quando si trattò di andare al ballo del paese, mi sentivo capace di grandi imprese...

La compagnia era gradevole e gli amici continuavano a riempirci lo stomaco e la testa di vino. Ad un tratto, uno dei meccanici dell'officina, particolarmente gentile, mi chiese di ballare con la moglie perché tutto quel bere gli aveva fatto male; la donna era calda ed eccitata, ed anche a lei scorreva vino cileno nelle vene. Io la presi per mano per portarla fuori e lei mi seguì docilmente... ma, quando si rese conto che il marito la guardava, cambiò idea e disse che doveva rimanere; io, che non ero più in grado di intendere ragione, iniziai un tira e molla che ci portò vicino a una porta d'uscita... ormai ci guardavano tutti e la donna mi diede un calcio; io continuavo a trascinarla, finché perse l'equilibrio e cadde rovinosamente a terra.

A quel punto io e Alberto capimmo che era meglio scappare dal ballo; ci mettemmo a correre velocemente verso il paese, seguiti da uno sciame di ballerini furenti...»

La moto, molto amata dal Che, dopo vari tentativi di riparazione si rompe definitivamente a Santiago del Chile ed Ernesto e l'amico, seppure a malincuore, l'abbandonano e decidono di continuare a piedi. In quel viaggio si fortifica il suo desiderio di registrare le proprie impressioni su carta, abitudine che conserverà per sempre. Lavorano qua e là, come capita, finché s'imbarcano come marinai su una nave diretta in Perù. Sono passati sei mesi dalla partenza e a Lima fanno amicizia con un medico che li conduce nel lebbrosario di Huambo a più di duemila metri, in piena selva; poiché subisce un duro attacco di asma, l'amico Alberto fa in modo che possa viaggiare sino al lebbrosario su di un cavallo.

A Huambo si commuove per le condizioni drammatiche che stanno vivendo gli ammalati di lebbra; li visita e alla fine scrive:

«Le persone che se ne fanno carico svolgono un lavoro davvero meritorio, perché la situazione generale è disastrosa. In un piccolo ridotto di meno di mezzo ettaro, due terzi del quale riservato ai malati, si svolge la vita di questi condannati che aspettano come liberazione la morte».

Visita il Machu Picchu, trascrivendo le sue impressioni e la sua ammirazione per quel luogo sacro dell'impero Inca: «Machu Picchu, Enigma di Pietra in America». Osserva la gente in una processione:

«Il rosso violento dei fiori, accanto all'acceso color bronzo del Signore dei Tremori e all'argento dell'altare su cui viene trasportato, forma un insieme armonioso che dà un tono di festa pagana alla processione; a ciò si aggiungono gli abiti multicolori degli indigeni, come espressione di una cultura o di un tipo di vita che mantiene valori vivi e contrasta con i vestiti europeizzati di una serie di indios che marciano in testa al gruppo con gli stendardi in mano. Quei visi stanchi e sofferenti assomigliano a quelli degli Inca che invece di ascoltare la voce di Manco II si piegarono davanti al vincitore, Pizarro, affogando la loro stirpe nella degradazione del vinto».

Durante il viaggio sul Rio delle Amazzoni, pensa alla giovane fidanzata, rimasta in Argentina.

«La stinta carezza della puttanella che aveva provato compassione per il mio stato di salute, penetrò come una fitta nei sonnecchianti ricordi della mia vita preavventuriera.

Di notte, mentre non riuscivo a dormire per le zanzare, pensavo a Chichina, ormai trasformatasi in un sogno lontano, un sogno molto piacevole che una volta terminato, caratteristica impropria di questo tipo di fantasie, si adatta al nostro carattere e nel ricordo lascia più miele che fiele.

Le mandai un bacio tenero e tranquillo, da vecchio amico che la conosce e la comprende; e il ricordo si spostò a Malagueño e alla sua squallida entrata, dove in quel momento stava forse rivolgendosi a un altro uomo con qualche strana frase gentile. L'immensa volta celeste trapuntata di stelle scintillava allegramente, come rispondendo affermativamente alla domanda che affiorava dai miei polmoni: ne valeva la pena?»

Con Alberto, il Che arriva il 7 giugno 1952 al lebbrosario di San Pablo, nella provincia di Loreto in Amazzonia. Alcuni mesi dopo organizzano come psicoterapia, d'accordo con il dottor Federico Breziani che segue il lebbrosario, attività sportive, escursioni, cacce alle scimmie per i malati; Ernesto gioca anche a calcio e legge il poeta Federico García Lorca.

Nello stesso periodo visita la tribù degli indios Yaguas. I degenti del lebbrosario, profondamente commossi da tantissime attenzioni, costruiscono per loro una zattera perché possano attraversare diagonalmente il Rio delle Amazzoni, per poter arrivare a Leticia, in Colombia.

E siamo arrivati al 23 di giugno del 1952: a Leticia, per poter continuare il viaggio fino a Bogotà, approfittando della fama di cui godono i calciatori argentini, chiedono di allenare squadre per il campionato locale di football. La loro squadra vince il campionato e in premio Guevara e Granado ricevono un biglietto aereo per Bogotà, dove, purtroppo, vengono immediatamente arrestati dalla polizia del dittatore Laureano Gomez; usciti di prigione un mese dopo, decidono di abbandonare il Paese ed entrano in Venezuela dove Ernesto si separa da Alberto Granado.

 

Miami, Usa

È proprio a uno sputo da Cuba la città statunitense che diventerà quel punto di riferimento, per un certo numero di cubani, così drammaticamente contraddittorio; se c'è la giusta luce, puoi scorgere, dalle rispettive rive, la bianca Habana e la luccicante Miami.

Della California, Ernesto, aveva sentito parlare da sua nonna, Ana, la quale proprio là nacque e visse sino all'età di dodici anni.

Ernesto Guevara decide di recarsi a Miami, in quel luglio del '52, sull'aereo da trasporto di cavalli di un amico, per vedere gli Stati Uniti prima di rientrare in Argentina. A Miami frequenta la biblioteca pubblica, studia, s'informa e stabilisce stretti rapporti con l'ambiente latino-americano, resistendo un mese praticamente senza denaro.

Il 12 di giugno del '53, superando velocemente gli ultimi esami che gli restano, si laurea, Dottore in Medicina, con una tesi sull'allergia, presso la Facoltà di Scienze Mediche dell'Università di Buenos Aires.

Dagli amici e parenti riceve, come regalo, un po' di soldi che gli permetteranno di organizzare il suo viaggio in Venezuela. Ci sarà anche una piccola festa di addio e la sorella Celia in suo onore cucinerà un bel pezzo di carne al curry con riso, da una ricetta molto piccante degli indios, che Ernesto ama molto.

Quindi, viaggiatore instancabile, riparte su di un treno che va da Buenos Aires a La Paz, per seimila chilometri. Ripercorre il Perù e arriva a Guayaquil, Ecuador, dove incontra Ricardo Rojo, un esiliato argentino fuggito spettacolarmente dalle carceri di Pero´n, che gli parla della riforma agraria promulgata nel febbraio 1953 da Jacobo Arbenz, presidente del Guatemala, che ha espropriato 255.000 acri di terra incolta della United Fruit Company.

Non ha dubbi e si dirige in Guatemala dove arriva nel dicembre del 1953. Collabora con alcune riviste e pubblica anche l'articolo-diario sul suo incontro con il Machu Picchu, ma fa anche il venditore ambulante e altri piccoli lavori occasionali.

Ha finito di leggere tutto Marx, Lenin e altri scritti di teorici rivoluzionari e si «sente» marxista.

 

Machu Picchu: Enigma di pietra in America di Ernesto Guevara de la Serna

 

Coronando un'altura di agresti e ripide fiancate, a duemilaottocento metri sul livello del mare e a quattrocento sull'Urubamba ricco di acque, si trova una antichissima città di pietra che, per estensione, ha ricevuto il nome dal luogo che la accoglie: Machu Picchu.

È questo il suo nome originario? No, questo termine quechua significa «Collina Vecchia», in opposizione alla vetta rocciosa che s'innalza a pochi metri dal villaggio, Huaina Picchu, Collina Giovane. Descrizioni fisiche riferite semplicemente al carattere degli accidenti geografici. Quale sarà allora il suo vero nome?

Apriamo una parentesi e ritorniamo al passato.

Il secolo XVI, della nostra era, fu molto triste per la razza aborigena d'America. Come un'alluvione, l'invasore bianco cadde in ogni angolo del continente e i grandi imperi indigeni furono ridotti in rovina. Nel centro dell'America del Sud, le lotte intestine tra i due eredi e pretendenti al trono del defunto Huaina-Capac, Atahualpa e Huascar, resero più facile il compito di distruzione del più importante impero del Continente.

Gli spagnoli, per mantenere quieta la massa umana che accerchiava pericolosamente il Cuzco, incoronarono il giovane Manco II, uno dei nipoti di Huascar. Questa manovra ebbe un seguito inatteso: le popolazioni indigene ritrovarono un rappresentante visibile, incoronato con tutte le formalità della legge incaica, possibile anche sotto il giogo spagnolo, ma un monarca non facilmente manovrabile, come invece avrebbero voluto gli spagnoli.

Una notte l'Inca scomparve con i suoi principali comandanti, portandosi appresso il grande disco d'oro, simbolo di Inti, il Sole, e da quel giorno non ci fu più pace nella vecchia capitale dell'impero.

Le comunicazioni non erano sicure, bande armate facevano scorrerie sul territorio, giungendo ad accerchiare la città e utilizzando, come base delle proprie operazioni, l'antica e imponente Sacsahuaman, la fortezza posta a difesa del Cuzco e oggi distrutta.

Correva l'anno 1536. La rivolta su grande scala fallì, e le truppe del monarca tolsero l'assedio al Cuzco ingaggiando l'ultima battaglia a Ollantaitambo, la cittadella fortificata sulle rive dell'Urubamba. La sconfitta segnò la fine degli scontri a campo aperto e diede inizio alla guerra di guerriglia, impegnando alla costante mobilitazione il potente esercito spagnolo.

Un conquistador disertore, accolto con altri sei compagni in seno alla Corte indigena, in un giorno di festa, in preda ai fumi dell'alcol, assassinò il sovrano. Immediatamente i dignitari gli diedero una morte orribile, insieme agli sfortunati compagni, poi sette teste vennero infilzate sulle punte delle lance e poste nei dintorni, a monito di castigo.

I tre figli del monarca, Sairy Tupac, Tito Cusi e Tupac Amaru, regnarono e morirono uno dopo l'altro. Ma la morte di Tupac Amaru rappresentò qualcosa di più della morte di un sovrano: significò il crollo definitivo dell'impero Inca.

Fu l'inflessibile viceré Francisco Toledo, che fece imprigionare e poi giustiziare, sulla Plaza de Armas di Cuzco, nel 1572, l'ultimo sovrano Inca.

La vita di Tupac Amaru che, salvo una breve parentesi di regno, venne trascorsa in gran parte nel confino del Tempio delle Vergini del Sole, si chiudeva così, tragicamente. Nell'ora del supplizio, l'ultimo sovrano Inca, comunque, riscattò un passato non propriamente glorioso, con un coraggioso discorso dedicato al suo popolo e il suo nome è stato riabilitato dall'appellativo che ha assunto il precursore dell'indipendenza americana, José Gabriel Condorcan, Tupac Amaru II.

Cessato il pericolo per i rappresentanti della Corona spagnola, nessuno si preoccupò di cercare la base delle operazioni guerrigliere, Vilcapampa, la città tanto ben nascosta, abbandonata dall'ultimo sovrano in fuga e fatto prigioniero.

Incominciò allora una parentesi di tre secoli e un grande silenzio regnò sulle rovine. In molte parti del suo territorio, il Perù era ancora una terra vergine, con una flora non conosciuta, quando lo scienziato italiano Antonio Raimondi lo percorse in tutte le direzioni, dedicandogli diciannove anni della sua vita, nella seconda metà del secolo scorso.

Sebbene Raimondi non fosse un archeologo, mettendo totalmente in campo la propria cultura e le proprie capacità scientifiche, fu in grado di dare un impulso enorme allo studio del passato incaico; intere generazioni di studenti peruviani poterono tornare così, attraverso i suoi occhi e guidati dalla sua monumentale opera, El Perù, al cuore di una patria che non conoscevano; si rianimò anche l'entusiasmo degli uomini di scienza di tutto il mondo per le ricerche sul passato di un popolo che, in altri tempi, era stato grandioso.

Agli inizi del nostro secolo, lo storico nordamericano professor Bingham, giunto in terra peruviana per seguire le tracce degli itinerari di Bolivar, rimase soggiogato dalla straordinaria bellezza delle regioni visitate, affascinato dall'incitante problema della cultura Inca.

Tutto questo, aggiunto al bisogno di storia e di avventura che convivevano nel suo animo, lo portò alla ricerca della città perduta, base delle operazioni dei quattro sovrani ribelli.

Bingham era a conoscenza, dalla lettura delle cronache di padre Calancha e dagli scritti di altri autori, che gli Incas ebbero in Vitcos la capitale politica e in Vilcapampa la capitale religiosa; quest'ultima, situata un poco più lontano, non era mai stata rintracciata da nessun bianco.

Con questi soli dati iniziò la ricerca.

A chi conosce, anche solo superficialmente, la regione, non sfugge la grandezza dell'opera intrapresa dal nostro professore, viste le zone montagnose, coperte da intricati boschi subtropicali solcati da fiumi che sono torrenti pericolosissimi, non conoscendo né la lingua né la psicologia degli abitanti.

Bingham vi entrò usando tre potenti armi: l'indistruttibile ansia d'avventura, la profonda intuizione e un buon pugno di dollari.

Comprando, con pazienza, ogni informazione e ogni segreto a peso d'oro, penetrò nel cuore dell'estinta civiltà. Dopo anni di arduo lavoro, seguendo metodicamente un indio che vendeva pietre vergini di fiume, Bingham, solo e senza la compagnia di alcun bianco, in un fatidico giorno del 1911, poté estasiarsi di fronte all'apparizione d'imponenti rovine, che gli diedero il benvenuto da dietro un'immensa copertura di sterpaglie.

Ma c'è anche un aspetto triste. Le rovine furono ripulite dalle erbacce, perfettamente studiate, descritte e poi... completamente spogliate di tutti gli oggetti di valore che erano caduti nelle mani dei ricercatori che portarono trionfalmente, nei loro paesi, più di duecento casse colme d'inestimabili tesori archeologici e, perché non dirlo, anche di notevole valore monetario.

Bingham, obiettivamente parlando, non è colpevole; né sono colpevoli, in generale, i nordamericani. Non è colpevole allora nemmeno quel governo peruviano che era nell'impossibilità economica di finanziare una spedizione simile a quella che diresse lo scopritore di Machu Picchu.

Quindi non ci sono colpevoli. E va bene. Ma dove si possono ammirare e studiare i tesori della bellissima città indigena? La risposta è ovvia: nei musei nordamericani.

Secondo l'opinione di Bingham, Machu Picchu fu la prima dimora della stirpe quechua e centro d'espansione ancor prima della fondazione di Cuzco.

La riporta nella mitologia incaica, identificando le tre finestre di un tempio semidistrutto con quelle da cui sarebbero usciti i tre fratelli Ayllus, mitici personaggi inca. Incontra coincidenti somiglianze tra un torrione circolare della città scoperta e il Tempio del Sole di Cuzco.

Identifica gli scheletri trovati tra le rovine, quasi tutti femminili, con quelli delle Vergini del Sole.

Il rifugio dei guerrieri vinti, comunque, farebbe di Tampu Toco il nucleo iniziale del recinto sacro, la cui collocazione sarebbe quindi nel Machu Picchu e non a Pacaru Tampu, vicino a El Cuzco, come dissero gli insigni indiani allo storico Sarmiento de Gamboa, che li interrogava per ordine del Rey Toledo.

Dopo varie ore di viaggio su un treno asmatico, quasi un giocattolo, che costeggia un piccolo torrente per proseguire lungo i margini dell'Urubamba, passando dalle imponenti rovine di Ollantaitambo, si giunge al ponte che attraversa il fiume.

Una strada serpeggiante, che dopo otto chilometri di cammino si eleva a quattrocento metri sopra il livello del torrente, ci porta sino all'hotel delle rovine. Siamo guidati dal signor Soto, uomo di straordinaria erudizione sulle questioni incaiche e buon poeta, che contribuisce, nelle deliziose notti del tropico, ad aumentare il suggestivo incanto della città.

Machu Picchu, edificata sul picco della montagna, abbraccia un'estensione di due chilometri di perimetro.

Generalmente la si divide in tre sezioni: quella dei templi, quella delle residenze nobili e quella della gente comune.

Nella sezione dedicata al culto, si trovano le rovine di un magnifico tempio formato da grandi blocchi di granito bianco: è quello delle tre finestre che serviranno alla speculazione mitografica di Bingham. Coronato da una serie di edifici costruiti con grande finezza, si trova l'Intiwatana, il luogo dove si trattengono i raggi del sole: un filo di pietra, di una sessantina di centimetri di altezza, è l'altare del rito indigeno, uno dei pochi rimasti intatti perché gli spagnoli, non appena conquistavano una fortezza Inca, si preoccupavano subito di rompere questo simbolo.

Gli edifici della nobiltà, come il torrione circolare già nominato, la serie di fontane e canali intagliati nella pietra, sono di uno straordinario valore artistico. Le numerose residenze sono anche memorabili per il fine lavoro d'incisione che è stato eseguito sulle pietre che le compongono. Vorrei dare, per ora, al Machu Picchu, due significati possibili.

Per l'uomo che lotta, perseguendo quello che oggi si chiama chimera, rappresenta il braccio teso verso il futuro, la cui voce di pietra grida solenne a tutto il continente: «città indoamericane, riconquistate il passato!»

Per altri, e cioè per quelli che semplicemente «odono il frastuono del mondo», credo sia significativa la frase che ho trovato sul libro dei visitatori conservato nell'hotel, e che è stata scritta da un suddito inglese, con tutta l'amarezza della sua nostalgia imperiale: «I am lucky to find a place without a Coca Cola propaganda».

La rivolta

 

Ernesto Guevara incontra la rivoluzione

Il 12 dicembre del 1953, a Cuba, nella prigione della Isla de Pinos, Fidel Castro Ruz, scrive Il Manifesto alla Nazione, dove denuncia i crimini commessi dalla dittatura di Batista e incita il popolo alla rivolta.

Il 27 dicembre, Hilda Gadea, un'esiliata peruviana che sposerà in Messico il 18 di agosto del 1955, nella piccola cittadina di Tepozotlán, poco prima d'imbarcarsi sul Granma, presenta a Ernesto Guevara un gruppo di rivoluzionari cubani sopravvissuti all'assalto alla caserma Moncada: Dario López, Mario Dalmau, Armando Arancibia e Ñico Lopez che gli parlano di Fidel Castro.

È in questo periodo che Ernesto Guevara de la Serna acquisisce quel nomignolo famosissimo: Che, vocabolo argentino di origine guarany, che significa «mio».

E proprio lui lo adotta assumendolo come nome proprio.

Siamo al 17 giugno del 1954. Quel giorno si scatena l'aggressione contro il governo Arbenz organizzata dalla Cia e dal Dipartimento di Stato Usa che avevano addestrato in Nicaragua e in Honduras, dopo aver avuto il placet anche dall'Osa, un corpo di mercenari agli ordini del colonnello guatemalteco Carlos Castillo Armas, per difendere il continente americano dal «pericolo comunista».

Il Che, inascoltato, tenta di organizzare la resistenza armata in città... ma tutto crolla e, in agosto, quando le truppe mercenarie entrano nella capitale, si rifugia con i rivoluzionari cubani nell'ambasciata argentina che lo registra come elemento «comunista».

Rifiuta di salire su quell’aereo È un aereo speciale inviato da Pero´n ai rifugiati politici e il Che dice «no, grazie» e parte per il Messico, dove eserciterà per qualche tempo il mestiere di fotografo ambulante.

Scrive anche il suo primo articolo politico: «Yo vi la caida de Jacobo Arbenz».

Nel 1955, si presenta a un concorso dell'Ospedale Generale di Città del Messico e vince un posto nel reparto Allergie dell'Istituto di Cardiologia dove incontra Nino Lopez, che accompagna un esiliato cubano ammalato.

Frequenta Maria Antonia González, cubana, sorella di un perseguitato politico da Batista, sposata con un messicano, nella cui casa si è stabilito il quartier generale dei futuri partecipanti alla spedizione Granma: conosce Raúl Castro e altri rivoluzionari cubani.

Fidel Castro arriva in Messico nel luglio del 1955. Una notte incontra il Che che poche ore dopo, all'alba, verrà arruolato da Fidel, quale medico, nella spedizione contro il dittatore Batista.

A sua madre, in una lettera, confesserà: «Me ligaba desde el principio, un lazo de romántica simpatia aventurera y la consideración de que valía la pena morir en una playa extranjera por un ideal puro».

Il 15 di febbraio del 1956 nasce la prima figlia del Che, Hilda Beatriz, Hildita.

A sua madre Celia, scrive questa lettera:

«Nonnina: noi due siamo un pochino più anziani e, se ti vuoi considerare frutto, un pochino più maturi. La bambina è abbastanza brutta... però basta guardarla, per rendersi conto che è diversa da tutte le creature della sua età: piange quando ha fame, si piscia continuamente addosso, gli dà fastidio la luce e dorme quasi tutto il tempo; nonostante ciò, c'è qualcosa che la differenzia immediatamente, comunque, da qualsiasi altro bambino... il suo papà si chiama Ernesto Guevara».

A proposito di Hilda Gadea, Froila´n: «Era aprista, quindi militava in un partito che non aveva niente a che vedere con il marxismo; marito e moglie affrontavano spesso discussioni a carattere ideologico e credo che Ernesto l'aiutò a chiarirsi le idee.

È vero che alcuni hanno ipotizzato al contrario una certa influenza di Hilda sul Che, ma noi pensiamo che, pur essendoci stata ovviamente la possibilità di una reciproca influenza, soprattutto sul piano ideologico, il livello di sviluppo, di conoscenza e di preparazione del Che fosse di molto superiore.

Ricordo che già a diciassette anni aveva iniziato a scrivere un dizionario filosofico, attraverso il quale si mette a studiare il marxismo. Ha letto le opere di Aníbal Ponce con Tita, ecc...

Nel periodo che il Che ha trascorso in Guatemala, Hilda, però, lo aiuta, e molto; quando viene deposto Jacobo Arbenz, il Che va in esilio in Messico: è lì che si sposa con Hilda dalla quale avrà una figlia, Hilda Beatriz.

Col tempo, tra i due, nascono difficoltà e incomprensioni, per così dire, spirituali, e la coppia decide di separarsi».

PATRIA O MUERTE... VENCEREMOS

Lunghe escursioni, nuoto, canottaggio sul lago Chapultepec, poligono di tiro. Nel rancho Santa Rosa, situato a mille chilometri da Città del Messico, nello Stato di Veracruz segue i corsi di storia ed economia cubana e di teoria militare col generale spagnolo Bayo che considera il Che il suo migliore allievo.

Siamo nel giugno del '56: scoperto il luogo dalla polizia messicana, gli uomini della rivoluzione vengono tutti arrestati e trasferiti nel carcere da dove verranno rimessi in libertà, dopo circa due mesi, dietro versamento di una forte somma di denaro e per l'intercessione dell'ex Presidente messicano Lazaro Cardenas, col quale Fidel Castro era in contatto.

Dedica di Ernesto Guevara de la Serna a una vecchia messicana che incontra nell'Ospedale Generale di Città del Messico nel dicembre del 1954.

 

Vieja Maria

Vieja Maria, vas a morir;

quiero hablarte en serio:

Tu vida fue un rosario completo de agonias,

no hubo hombre amado, ni salud, ni dinero,

apenas el hambre para ser compartida;

quiero hablar de tu esperanza,

las tres distintas esperanzas

que tu hija fabricó sin saber cómo.

Toma esta mano de hombre que parece de niño

en las tuyas pulidas por el jabón amarillo.

Restriega tus callos duros y los nudillos puros

en la suave vergüenza de mis manos de médico.

Escucha, abuela proletaria:

cree en el hombre que llega,

cree en el futuro que nunca verás.

Ni reces al dios inclemente

que toda una vida mintió tu esperanza.

Ni pidas clemencia a la muerte

para ver crecer a tus caricias pardas;

los cielos son sordos y en ti manda lo oscuro,

sobro todo tendrás una roja venganza,

Lo juro por la exacta dimensión de mis ideales

tus nietos todos vivirán la aurora,

muere en paz, vieja luchadora.

Vas a morir, vieja Maria;

treinta proyectos de mortaja

dirán adiós con la mirada

el día de estos que te vayas.

Vas a morir, vieja María

quedarán mudas las paredes de la sala

cuando la muerte sí conjugue con el asma

y copulen su amor en tu garganta.

Esas tres caricias construidas de bronce

(la única luz que alivia tu noche)

esos tres nietos vestidos de hambre,

añorarán los nudos de tus dedos viejos

donde siempre encontraban alguna sonrisa.

Eso será todo, vieja Maria.

Tu vida fue un rosario de flacas agonias,

no hubo hombre amado, salud, alegría,

apenas el hambre para ser compartida,

tu vida fue triste, vieja María.

Cuando el anuncio de descanso eterno

enturbía el dolor de tus pupilas,

cuando tus manos de perpetua fregona,

absorban la últíma ingenua caricia,

piensas en ellos... y lloras,

pobre vieja María.

¡No, no lo hagas!

No ores al dios indolente que toda una vida mintió tu esperanza

ni pidas clemencia a la muerte,

tu vida fue horriblemente vestida de hambre, 

acaba vestida de asma.

Pero quiero anunciarte,

en voz baja y viril de las esperanzas,

la más roja y viril de las venganzas

quiero jurarlo por la exacta

dimensión de mis ideales.

Toma esta mano de hombre que parece de niño

entre las tuyas pulidas por el jabón amarillo,

restriega los callos duros y los nudillos puros

en la suave vergüenza de mis manos de médico.

Descansa en paz, vieja María,

descansa en paz, vieja luchadora,

tus nietos todos vivirán la aurora,

 LO JURO !

Vecchia Maria

Vecchia Maria, stai per morire,

voglio dirti qualcosa di serio:

La tua vita è stata un rosario completo di agonie,

non hai avuto amore d'uomo, salute e denaro,

soltanto la fame da dividere coi tuoi;

voglio parlare della tua speranza,

delle tre diverse speranze

costruite da tua figlia senza sapere come.

Prendi questa mano di uomo che sembra di bambino

tra le tue, levigate dal sapone giallo.

Strofina i tuoi calli duri e le pure nocche

contro la morbida vergogna delle mie mani di medico.

Ascolta, nonna proletaria:

credi nell'uomo che sta per arrivare,

credi nel futuro che non vedrai.

Non pregare il dio inclemente

che per tutta una vita ha deluso la tua speranza.

E non chiedere clemenza alla morte

per veder crescere le tue grigie carezze;

i cieli sono sordi e sei dominata dal buio,

su tutto avrai una rossa vendetta,

lo giuro sull'esatta dimensione dei miei ideali

tutti i tuoi nipoti vivranno l'aurora,

muori in pace, vecchia combattente.

Stai per morire, vecchia Maria;

trenta progetti di sudario

ti diranno addio con lo sguardo

il giorno che te ne andrai.

Stai per morire, vecchia Maria,

rimarranno mute le pareti della sala

quando la morte si unirà all'asma

e consumerà il suo amore nella tua gola.

Queste tre carezze fuse nel bronzo

(l'unica luce che rischiara la tua notte)

questi tre nipoti vestiti di fame,

sogneranno le nocche delle tue vecchie dita

in cui sempre trovavano un sorriso.

Questo sarà tutto, vecchia Maria.

La tua vita è stata un rosario di magre agonie,

non hai avuto amore d'uomo, salute, allegria,

soltanto la fame da dividere coi tuoi.

È stata triste la tua vita, vecchia Maria.

Quando l'annuncio dell'eterno riposo

velerà di dolore le tue pupille,

quando le tue mani di sguattera perpetua

riceveranno l'ultima, ingenua carezza,

penserai a loro... e piangerai,

povera vecchia Maria.

No, non lo fare! Non pregare 

il dio indolente che per tutta una vita ha deluso la tua speranza

e non domandare clemenza alla morte,

la tua vita ha portato l'orribile vestito della fame

e ora, vestita di asma, volge alla fine.

Ma voglio annunciarti,

con la voce bassa e virile delle speranze,

la più rossa e virile delle vendette,

voglio giurarlo sull'esatta

dimensione dei miei ideali.

Prendi questa mano di uomo che sembra di bambino

tra le tue, levigate dal sapone giallo,

strofina i tuoi calli duri e le nocche pure

contro la morbida vergogna delle mie mani di medico.

Riposa in pace, vecchia Maria,

riposa in pace, vecchia combattente,

i tuoi nipoti vivranno nell'aurora,

LO GIURO!

 

Il 25 novembre 1956, da Tuxpán, parte il Granma: il destino di Cuba, dominata dal dittatore Batista, sta per compiersi. Racconta il Che:

«Uscimmo a luci spente dal porto di Tuxpán in mezzo a un infernale accatastamento di uomini e materiali di ogni genere. C'era cattivo tempo, e, benché la navigazione fosse proibita, l'estuario del fiume si manteneva tranquillo... Superammo l'imboccatura del porto messicano e poco dopo si accesero le luci.

A quel punto ci mettemmo alla frenetica ricerca degli antistaminici contro il mal di mare, che non saltarono fuori: cantammo, forse per cinque minuti, l'inno nazionale cubano e quello del 26 luglio, poi tutta la nave assunse un aspetto ridicolmente tragico: uomini con l'angoscia dipinta sul volto che si tenevano lo stomaco, altri con la testa dentro un secchio, e altri ancora sdraiati a terra nelle posizioni più strane, mentre alcuni erano immobili e con tutti i vestiti sporchi di vomito».

Il 2 dicembre, sbarco a Playa de Las Coloradas.

Il Che, sul suo diario, scrive: «È stata dura: dopo essere stati stipati come sardine per sette giorni sul famoso Granma, per colpa dei piloti siamo finiti su una spiaggia selvatica e paludosa, e le disavventure sono così continuate...»

Sui giornali messicani appare un titolo: «Invasion a Cuba en un Barco: Fidel Castro, Ernesto Guevara, Raúl Castro y todos los otros miembros de la expedición han muerto...»

È il primo annuncio della morte del Che.

Il 5 dicembre, ad Alegria de Pio, però, Guevara è davvero ferito gravemente al collo.

«Caddi a terra, sparai verso la montagna, seguendo il misterioso impulso del ferito. Immediatamente mi misi a pensare al miglior modo di morire, in quel minuto in cui tutto sembrava perduto. Mi ricordai di un vecchio racconto di Jack London in cui il protagonista, nelle zone gelate dell'Alaska, appoggiato a un tronco d'albero, si dispone a mettere fine con dignità alla propria vita quando capisce di essere condannato a morire per congelamento.»

È l'ultima immagine che il Che ricorda di quel giorno.

Ancora una volta i giornali raccontano che Ernesto Che Guevara è morto.

Il 9 dicembre 1956, il Che s'incontra con Camilo Cienfuegos, al quale rimarrà legato per sempre da una bella e grande amicizia.

Differenti, lo erano davvero. Pieno di cultura, di studi umanistici e politici, il Che, nonché schivo e serio; guascone, semplice, senza studi, l'altro, che aveva un carattere allegro, soave. Ancora oggi, si raccontano gli scherzi che Camilo, lui solo, poteva fare al Comandante.

21 dicembre: il Che, Almeida, Cienfuegos, e il loro piccolo gruppo di rivoluzionari si congiungono con Fidel e Raúl Castro. Degli ottantadue uomini sbarcati dal Granma, ne sono sopravvissuti sedici.

La marcia nella Sierra Maestra, comunque, continua.

Narrano che proprio in questi giorni Ernesto Che Guevara abbia avuto forse la critica più dura, un vero e proprio «cicchetto» da parte di Fidel Castro.

Aveva abbandonato, e permesso che lo facessero anche i suoi uomini, le divise e le armi... Fidel lo insultò duramente dicendogli che, quello, era il più grande e stupido crimine che un combattente potesse commettere. Si dice che il Che non abbia più scordato quell'insulto.

In questi giorni scrive alla sua famiglia: «Queridos viejos, estoy perfectamente, gasté sólo 2 me quedan 5. Sigo trabajando en lo mismo, las noticias son espóradicas y seguirán siendo, pero confién en que Dios sea argentino. Un abrazo a todos. Tete».

La famiglia Guevara de la Serna seppe così che Tete, Ernestito, era vivo.

Il 17 gennaio 1957, prima vittoria a La Plata.

Il 22 marzo, combattimento a Palma Mocha. Nonostante vari attacchi di asma che lo demoralizzano (scrive al padre: «...El campesino cumplió el encargo de Fidel y me proveyó de adrenalina suficiente. De haí en adelante, pasaron diez de los dias más amargos de la lucha en la Sierra...»), il Che combatte e impara anche a dirigere gli uomini, attitudine che sembrava non voler assumere.

Agli inizi di maggio, proprio sulla cresta della Sierra Maestra, il Pico Turquino, il Che subisce uno dei suoi più grandi attacchi d'asma. Conoscendo la Sierra, ci si chiede come potesse farcela.

Fa molto caldo, c'è una umidità tremenda; e zanzare, salite disperate, mulattiere faticose, manca spesso il cibo, l'acqua: unico elemento che va in aiuto del Che è il mulo, animale che è abituato a cavalcare sin da bambino.

Incontra il popolo della selva, campesinos ammalati e quasi sempre affamati.

Da lì, e per sempre, in ogni accampamento nella Sierra, farà costruire la cucina, il dormitorio, l'anfiteatro, un piccolo centro ospedaliero dove curerà anche i contadini, le loro donne prematuramente invecchiate, bambini dai grandi ventri.

In un certo momento dovrà diventare anche dentista, col titolo di «Sacamuelas».

Ironizza: «Mi primera victima fu Israel Pardo, que salió bastante bien parado. La segunda, Joel Iglesias, a quien faltó solamente un cartucho de dinamita en el colmillo para sacárselo... mis esfuerzos, fueron infructuosos».

Forse è anche merito di questo incontro umano, solidale, che i campesinos uniscono le loro forze a quelle dei famosi ribelli.

Il Che a questo proposito ha detto: «Nadie pueda decir en qué momento del largo camino se produjo, en qué momento se hizo intimamente veridico lo proclamado y fuimos parte de los campesinos...»

Tra il 27 e il 28 maggio del 1957, la battaglia di El Uvero decide il suo nuovo ruolo in campo militare e, a luglio, il Che è nominato Comandante della Seconda Colonna dell'Esercito Guerrigliero, formata da settantacinque combattenti. La Prima è comandata da Fidel Castro.

Dirà: «La dosis de vanidad que todas tenemos dentro hizo que me sintiera el hombre más orgulloso de la tierra ese dia...»

30 agosto: battaglia di El Hombrito. 16 settembre, quella di Pino del Agua. Il 4 novembre fonda la rivista «El Cubano Libre», firmandosi come El Francotirador.

Il primo numero vede un articolo di Ernesto Che Guevara, che è rivolto agli animalisti statunitensi.

«Le associazioni animaliste hanno fatto sfilare davanti all'edificio dell'ONU sei cani, con un cartello che chiede pietà per la razza siberiana Laika condannata a volare negli spazi siderali.

La nostra anima si riempie di commozione, pensando al povero animale che morirà per una causa che non comprende, ma non abbiamo saputo di nessuna associazione filantropica statunitense che abbia sfilato davanti al nobi