Il
Che: l'amore,la politica, la rivolta
di
Liliana Bucellini.
Coproduzione
Zelig Editore s.r.l. - Cronodata s.r.l.
INDICE
La
famiglia, l'amore, i viaggi
La
rivolta
La
politica
La
Bolivia
Voci,
parole e ricordi
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texto
de una canción de Vincente Feliu
Vive
el hombre cuando está aqui
vive
cuando en su hora y momento
grabó
su letra
de
puño firme y sencillo,
vive
cuando su garganta no lo ajea,
cuando
canta las miserias, las auroras,
vive
el hombre y para vivir recorta a ratos
reparte
sus paisajes y muere un poco a diario.
Empieza
el hombre a morir cuando sus voces no cantaron
cuando
sus rutas se tupieron de infamia,
cuando
se erigió un escape,
el
hombre murió cuando se afirmó el olvido.
testo
di una canzone di Vincente Feliu
Vive
l'uomo quando è qui
vive
quando all'ora e al momento giusto
incide
la sua parola
con
mano semplice e ferma,
vive
quando la sua gola non lo abbandona,
quando
canta le miserie, le aurore,
vive
l'uomo e per vivere a tratti ritaglia,
distribuisce
i suoi paesaggi e muore un po' ogni giorno.
L'uomo
inizia a morire quando le sue voci non cantano
quando
le sue strade si riempiono di vergogna,
quando
sceglie una via di fuga
l'uomo
muore quando si afferma l'oblio.
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La
famiglia, l'amore, i viaggi
Nel
1933, su consiglio del medico che ha in cura il piccolo Guevara, la famiglia si
trasferisce nella città di Alta Gracia, luogo di villeggiatura nella provincia
di Córdoba, dove il clima è più dolce e mite. La villa che la famiglia
Guevara abita è chiamata «la Casa dei Fantasmi». Anche la nonna, Ana Lynch, e
la zia Beatrice, con la quale rimarrà in contatto epistolare per sempre,
firmando spesso col nomignolo «Tete», lo accompagnano alla scoperta della
poesia, della natura e degli animali. Ha quattro fratelli: Celia, Roberto, Ana
Maria e Juan Martin.
La
preparazione per la scuola elementare è guidata dalla madre, che lo porta alla
conoscenza delle opere di Verne, Dumas, Cervantes, Stevenson, Salgari. Nel 1938,
allievo della Scuola Primaria José de San Martin, veste un abito indio
confezionato dalla madre e partecipa, dicono, con molta convinzione, all'opera
teatrale «Martin Fierro».
Tra
le sue giovani amicizie: figli di minatori, contadini, lavoratori alberghieri.
È curioso e, narra suo padre, vuole sapere tutto quello che accade in campagna,
come nascono gli animali, come si debbono allevare, curare, tipo di agricoltura
e vegetazione.
Tra
il 1941 e il 1947 prosegue gli studi, come esterno, nella scuola media del
collegio Dean Funes di Córdoba e stringe amicizia con Alberto Granado che lo
accompagnerà nel suo giro per il continente americano.
Legge
Freud e Jung, Neruda, Quiroga, London, ed entra in contatto con una piccola
edizione del Capitale di Marx e l'opera il Decameron del Boccaccio. Il 22 aprile
1947, conclude gli studi al Dean Funes e conosce la giovane Berta Gilda Infante,
Tita, membro della Gioventù Comunista di Argentina, con la quale manterrà per
sempre una diretta e intima relazione di amicizia. È con Tita che impara un
verso di Gutíerrez: «No levantes himno de victoria en el dia sin sol de la
batalla».
Si
racconta che proprio a partire da questi anni i suoi occhi scuri, il suo sguardo
profondo e inquisitore, siano un forte elemento di attrazione per le ragazze.
Pratica
molto sport e compie lunghe escursioni. Avidissimo lettore, si appassiona alla
letteratura. Baudelaire e Neruda sono i suoi poeti preferiti.
Inizia
a scrivere un dizionario filosofico, composto da sette quaderni, nel quale
esprime concetti generali sulla storia della filosofia e delle scienze sociali.
Il terzo quaderno contiene appunti sulla vita di Carlo Marx e sulle origini
della filosofia marxista, nonché alcune definizioni attorno ai concetti di
socialismo e marxismo-leninismo.
Nel
1950, terminato il liceo, si trasferisce con la famiglia, che è sommersa da
guai economici, a Buenos Aires, dove si iscrive alla facoltà di medicina,
mantenendosi agli studi con un impiego nel municipio di Buenos Aires; nello
stesso periodo lavora gratuitamente presso l'Istituto di Ricerche sulle
Allergie.
Curioso,
libero e con uno spiccato senso critico, non gli interessano i voti alti e
studia con passione solo quello che ritiene utile alla sua formazione.
Nei
mesi di vacanza viaggia come può, in bicicletta, a piedi e in moto all'interno
del suo Paese, sino alle Ande. Ospitato su di un cargo, arriva anche all'isola
di Trinidad.
Proprio
a partire dal 1º di gennaio del 1950, percorre le province del nord
dell'Argentina su una bicicletta Northon, sulla quale inserisce il piccolo
motore della Cucchiolo, attraversa il sud delle province di Buenos Aires e Santa
Fe e arriva a Córdoba dopo 41 ore e 17 minuti, dove viene accolto dalla
famiglia del suo amico Granado. Poi si reca a Santiago del Estero e, nel viaggio
sino a Tucumán, scrive i suoi primi appunti.
«Per
una ventina di chilometri la strada è buona, e ai suoi lati si sviluppa una
vegetazione lussureggiante, una sorta di foresta tropicale a misura di turista,
con una moltitudine di ruscelletti e un ambiente umido da documentario sulla
foresta amazzonica. Entrando in questi giardini naturali, camminando tra le
liane, calpestando felci e osservando come ogni foglia se la ride della nostra
scarsa cultura botanica, ad ogni istante ci aspettiamo di sentire il ruggito di
un leone, di vedere il silenzioso passaggio del serpente o l'agile corsa di un
cervo, e all'improvviso in un ruggito flebile e costante riconosciamo il canto
di un camion che si inerpica per la montagna. È come se questo ruggito mandasse
in frantumi i cristalli delle mie fantasticherie e mi riportasse alla realtà...»
Alla
fine avrà fatto 4500 chilometri.
La
parola agli scrittori cubani Froilán González e Adys Cupull che hanno
investigato sulla vita del Che per moltissimi anni.
Froilán:
«Nella formazione di Ernesto Che Guevara influirono vari fattori, dai libri che
lesse, all'ambiente sociale in cui crebbe; la famiglia tutta, il padre e,
ovviamente, la madre. Tra le donne importanti della sua vita, quella che esercitò
maggiore influenza su di lui, stando alle nostre ricerche, fu proprio la madre,
Celia de la Serna. Attualmente stiamo lavorando a un libro sulla sua vita.
Ana
Lynch, la nonna paterna, nata in California?
Di
origine irlandese, liberale, non religiosa, fu una figura bellissima, per il
piccolo Ernesto: la nonna parlava della California ove aveva vissuto,
raccontava, e a lui piacevano le sue storie. Quando si ammalò, Ernesto, che
stava studiando ingegneria all'Università di Buenos Aires, le restò accanto
per diciassette giorni, nella speranza di poterla salvare, dandole le medicine
con il contagocce, imboccandola.
Quando
morì, decise di studiare medicina, per aiutare la gente e lenire le sofferenze
umane. La scelta di cambiare il corso degli studi rispose perciò a una
determinata esperienza di vita.
Un'altra
delle donne che arricchì lo spirito del Che fu la zia Beatriz, sorella del
padre. Persona colta, leggeva molto e aveva una concezione aristocratica della
vita: insomma, era una classista; molto raffinata, si metteva persino i guanti
per contare il denaro. Forse anche per questi motivi non era riuscita a trovare
un fidanzato e a sposarsi. Comunque tra il piccolo Ernesto, asmatico e
malaticcio ma molto curioso e attento, e questa zia, si stabilì una speciale
relazione di zia-madre e nipote-figlio, e questo rapporto durò fino alla morte
del Che, a cui lei sopravvisse.
Ernesto
le mandava lettere da ogni parte del mondo, e le scriveva del più e del meno.
Lei gli raccontava della famiglia, niente che potesse riguardare la politica.
Divenne un po' la portavoce, non tanto dei genitori e dei fratelli, sui quali
Ernesto s'informava personalmente, ma dei cugini e degli zii...
Ai
tempi dell'università, la zia Beatriz gli preparava il mate e gli si sedeva
accanto (a Ernesto piaceva bere mate ed essere coccolato!); gli stava vicino
quando gli venivano attacchi d'asma o non stava bene per qualche altro motivo.
Quando
era piccolo gli raccontava sempre storie su principi e fate, di una principessa
che aspettava proprio lui, coinvolgendolo in un mondo fantastico e
straordinario.
Quando
Ernesto assunse una posizione marxista-comunista nei confronti della vita, la
zia, religiosa e timorosa della sorte che sarebbe toccata al suo Tete nell'aldilà,
decise, insieme ad altri parenti, di chiedere a Paolo VI un'indulgenza plenaria
che assolvesse il Che da tutti i peccati.
Il
Papa la concesse e lei si mise il cuore in pace. Era il 25 maggio del 1964.
Un'altra
donna che esercitò un'influenza parecchio importante sul Che, è stata Berta
Gilda Infante, Tita.
Una
giovane argentina, militante della Gioventù Comunista, che studiava medicina
all'Università di Buenos Aires. Tita e Ernesto discutevano, parlavano,
leggevano libri marxisti, li svisceravano in profondità, ma erano molto
diversi.
A
vederli insieme, ti rendevi conto che Tita, nonostante la preparazione teorica,
era una ragazza timida, insicura, poco coraggiosa, eppure fra i due giovani si
stabilì un legame profondo, un'amicizia molto stretta, questo è sicuro. Alcuni
dicono che si trattò di un vero e proprio rapporto sentimentale; altri
sostengono che non ebbero una relazione intima, che sì, erano entrambi
innamorati, ma che non avevano saputo rompere la barriera che separa l'amicizia
dall'amore; altri sostengono che Tita fosse innamorata e lui no.
Anche
oggi, nonostante le nostre ricerche, non sapremmo dire di più.
Penso
comunque che dal punto di vista ideologico, spirituale e sentimentale fossero
molto affini, e che uno fosse il confidente dell'altra. Tita era una giovane
donna molto intelligente, con una profonda sensibilità e il Che un giovane uomo
profondamente sensibile. Sicuramente sono stati questi elementi a creare quella
bella e significativa unione».
Adys:
«A proposito del Che e del suo rapporto con la ``figura femminile'', vorrei
aggiungere qualcosa a quanto già detto da Froilán.
In
un suo scritto, si legge: ``La donna è discriminata anche dalla società, e
questa discriminazione non è nuova, è cominciata decine di secoli fa, quando
le donne vennero emarginate e relegate a svolgere i lavori domestici...
La
donna deve avere accesso a ogni tipo di lavoro e ricevere per questo lavoro la
stessa retribuzione che riceve l'uomo''.
Come
si può notare, anche da queste brevi ma significative frasi, nel prendere
coscienza della propria vita, il Che non dimentica l'altra metà del cielo e
sostiene che la donna deve occupare il suo posto nello sviluppo della storia,
nello sviluppo della stessa società.
E
ora occupiamoci di Celia de la Serna, la madre del Che, persona che fin dalla
nascita influì parecchio sulla formazione di Ernesto, del quale plasmò in modo
positivo la personalità, perché dovete sapere che Celia fu una donna molto
moderna per la sua epoca e per il contesto sociale in cui visse.
Dovendo
stare, per ragioni di salute, molto tempo con la madre, il piccolo Ernesto prese
tutto da lei: coraggio, valore, dignità. Qualità di cui, peraltro, il padre
non faceva difetto. Ma fu soprattutto sulla figura materna che il ragazzo modellò
la sua personalità; Celia era forte, energica ed esponeva con chiarezza i
propri pensieri e giudizi; sul Che ebbero grande importanza anche i suoi
principi morali.
Crescendo,
il figlio cominciò ad avere idee proprie e spesso dissentiva da lei,
soprattutto in politica, ma il legame, anche intellettuale, era così profondo
che il Che, da adulto, arriverà a influenzarla. Il fatto è che nei giorni
della giovinezza di Ernesto, Celia si rende conto che lui si allontana e, come
ogni madre, ha paura di perderlo.
Col
tempo, il Che riuscirà a convincerla anche della necessità della sua lotta a
favore di Cuba».
Froilán:
«Celia gli insegna ad amare la natura; lo porta a fare passeggiate, gli fa
conoscere gli animali, la campagna. Gli insegna a leggere e a scrivere, lo
prepara alla letteratura, lo porta a conoscere la lingua francese e lo introduce
tra i suoi scrittori classici.
Altre
donne? Lidia Doce, che gli faceva da messaggera nella Sierra Maestra. In quella
fase della lotta, siamo nel 1957, avrà avuto una quarantina d'anni.
Quella
donna coraggiosa, andava e veniva dall'Habana portando messaggi, comunicazioni:
il Che ne ammirava il valore, il coraggio e l'intelligenza.
Lidia
era capace di entrare in una caserma e mettersi a parlare con i militari di
Batista, per distrarli, per poter compiere al meglio, e senza sospetti, il suo
lavoro di messaggera della guerriglia.
È
certamente la prima donna cubana per la quale Ernesto Che Guevara prova
ammirazione.
Più
avanti dirò di Hilda Gadea, Aleida March e di Tania, la guerrigliera...»
La
Poderosa II
«Era
una mattina d'ottobre, ed io ero andato a Cordova approfittando delle vacanze
del 17. Bevevamo mate dolce sotto il pergolato della casa di Alberto Granado e
ci raccontavamo le ultime novità sulla nostra ``vita da cani'', mentre
cercavamo di sistemare la Poderosa II... Sulle ali del sogno arrivavamo in paesi
remoti, navigavamo per i mari tropicali e visitavamo tutta l'Asia».
A
Buenos Aires, prima del grande salto, regala alla sua giovane fidanzata Chichina
Ferreira, un piccolo cane, Comeback. A 400 km a sud di Buenos Aires, invia una
lettera a Chichina:
«Cada
vez me gusta más o la quiero más a mi cara mitad... La despedida fue larga, ya
que duró dos dias bastante cerca de lo ideal.
A
Comeback también lo siento mucho».
Nel
febbraio del 1952 è in Chile. A Temuco, Ernesto e Alberto vengono intervistati
da un giornale locale che titola: «Dos expertos argentinos en leprologia
recorren Sudamerica en motocicleta».
Si
devono fermare a Lautaro per un guasto molto grave della Poderosa. Racconterà
Ernesto:
«La
moto era più o meno sistemata e saremmo partiti il giorno dopo, così decidemmo
di andare a bere e far baldoria con alcuni amici del posto.
Il
vino cileno è buonissimo! Io bevevo a una velocità straordinaria, così quando
si trattò di andare al ballo del paese, mi sentivo capace di grandi imprese...
La
compagnia era gradevole e gli amici continuavano a riempirci lo stomaco e la
testa di vino. Ad un tratto, uno dei meccanici dell'officina, particolarmente
gentile, mi chiese di ballare con la moglie perché tutto quel bere gli aveva
fatto male; la donna era calda ed eccitata, ed anche a lei scorreva vino cileno
nelle vene. Io la presi per mano per portarla fuori e lei mi seguì
docilmente... ma, quando si rese conto che il marito la guardava, cambiò idea e
disse che doveva rimanere; io, che non ero più in grado di intendere ragione,
iniziai un tira e molla che ci portò vicino a una porta d'uscita... ormai ci
guardavano tutti e la donna mi diede un calcio; io continuavo a trascinarla,
finché perse l'equilibrio e cadde rovinosamente a terra.
A
quel punto io e Alberto capimmo che era meglio scappare dal ballo; ci mettemmo a
correre velocemente verso il paese, seguiti da uno sciame di ballerini
furenti...»
La
moto, molto amata dal Che, dopo vari tentativi di riparazione si rompe
definitivamente a Santiago del Chile ed Ernesto e l'amico, seppure a malincuore,
l'abbandonano e decidono di continuare a piedi. In quel viaggio si fortifica il
suo desiderio di registrare le proprie impressioni su carta, abitudine che
conserverà per sempre. Lavorano qua e là, come capita, finché s'imbarcano
come marinai su una nave diretta in Perù. Sono passati sei mesi dalla partenza
e a Lima fanno amicizia con un medico che li conduce nel lebbrosario di Huambo a
più di duemila metri, in piena selva; poiché subisce un duro attacco di asma,
l'amico Alberto fa in modo che possa viaggiare sino al lebbrosario su di un
cavallo.
A
Huambo si commuove per le condizioni drammatiche che stanno vivendo gli ammalati
di lebbra; li visita e alla fine scrive:
«Le
persone che se ne fanno carico svolgono un lavoro davvero meritorio, perché la
situazione generale è disastrosa. In un piccolo ridotto di meno di mezzo
ettaro, due terzi del quale riservato ai malati, si svolge la vita di questi
condannati che aspettano come liberazione la morte».
Visita
il Machu Picchu, trascrivendo le sue impressioni e la sua ammirazione per quel
luogo sacro dell'impero Inca: «Machu Picchu, Enigma di Pietra in America».
Osserva la gente in una processione:
«Il
rosso violento dei fiori, accanto all'acceso color bronzo del Signore dei
Tremori e all'argento dell'altare su cui viene trasportato, forma un insieme
armonioso che dà un tono di festa pagana alla processione; a ciò si aggiungono
gli abiti multicolori degli indigeni, come espressione di una cultura o di un
tipo di vita che mantiene valori vivi e contrasta con i vestiti europeizzati di
una serie di indios che marciano in testa al gruppo con gli stendardi in mano.
Quei visi stanchi e sofferenti assomigliano a quelli degli Inca che invece di
ascoltare la voce di Manco II si piegarono davanti al vincitore, Pizarro,
affogando la loro stirpe nella degradazione del vinto».
Durante
il viaggio sul Rio delle Amazzoni, pensa alla giovane fidanzata, rimasta in
Argentina.
«La
stinta carezza della puttanella che aveva provato compassione per il mio stato
di salute, penetrò come una fitta nei sonnecchianti ricordi della mia vita
preavventuriera.
Di
notte, mentre non riuscivo a dormire per le zanzare, pensavo a Chichina, ormai
trasformatasi in un sogno lontano, un sogno molto piacevole che una volta
terminato, caratteristica impropria di questo tipo di fantasie, si adatta al
nostro carattere e nel ricordo lascia più miele che fiele.
Le
mandai un bacio tenero e tranquillo, da vecchio amico che la conosce e la
comprende; e il ricordo si spostò a Malagueño e alla sua squallida entrata,
dove in quel momento stava forse rivolgendosi a un altro uomo con qualche strana
frase gentile. L'immensa volta celeste trapuntata di stelle scintillava
allegramente, come rispondendo affermativamente alla domanda che affiorava dai
miei polmoni: ne valeva la pena?»
Con
Alberto, il Che arriva il 7 giugno 1952 al lebbrosario di San Pablo, nella
provincia di Loreto in Amazzonia. Alcuni mesi dopo organizzano come
psicoterapia, d'accordo con il dottor Federico Breziani che segue il
lebbrosario, attività sportive, escursioni, cacce alle scimmie per i malati;
Ernesto gioca anche a calcio e legge il poeta Federico García Lorca.
Nello
stesso periodo visita la tribù degli indios Yaguas. I degenti del lebbrosario,
profondamente commossi da tantissime attenzioni, costruiscono per loro una
zattera perché possano attraversare diagonalmente il Rio delle Amazzoni, per
poter arrivare a Leticia, in Colombia.
E
siamo arrivati al 23 di giugno del 1952: a Leticia, per poter continuare il
viaggio fino a Bogotà, approfittando della fama di cui godono i calciatori
argentini, chiedono di allenare squadre per il campionato locale di football. La
loro squadra vince il campionato e in premio Guevara e Granado ricevono un
biglietto aereo per Bogotà, dove, purtroppo, vengono immediatamente arrestati
dalla polizia del dittatore Laureano Gomez; usciti di prigione un mese dopo,
decidono di abbandonare il Paese ed entrano in Venezuela dove Ernesto si separa
da Alberto Granado.
Miami,
Usa
Della
California, Ernesto, aveva sentito parlare da sua nonna, Ana, la quale proprio là
nacque e visse sino all'età di dodici anni.
Ernesto
Guevara decide di recarsi a Miami, in quel luglio del '52, sull'aereo da
trasporto di cavalli di un amico, per vedere gli Stati Uniti prima di rientrare
in Argentina. A Miami frequenta la biblioteca pubblica, studia, s'informa e
stabilisce stretti rapporti con l'ambiente latino-americano, resistendo un mese
praticamente senza denaro.
Il
12 di giugno del '53, superando velocemente gli ultimi esami che gli restano, si
laurea, Dottore in Medicina, con una tesi sull'allergia, presso la Facoltà di
Scienze Mediche dell'Università di Buenos Aires.
Dagli
amici e parenti riceve, come regalo, un po' di soldi che gli permetteranno di
organizzare il suo viaggio in Venezuela. Ci sarà anche una piccola festa di
addio e la sorella Celia in suo onore cucinerà un bel pezzo di carne al curry
con riso, da una ricetta molto piccante degli indios, che Ernesto ama molto.
Quindi,
viaggiatore instancabile, riparte su di un treno che va da Buenos Aires a La Paz,
per seimila chilometri. Ripercorre il Perù e arriva a Guayaquil, Ecuador, dove
incontra Ricardo Rojo, un esiliato argentino fuggito spettacolarmente dalle
carceri di Pero´n, che gli parla della riforma agraria promulgata nel febbraio
1953 da Jacobo Arbenz, presidente del Guatemala, che ha espropriato 255.000 acri
di terra incolta della United Fruit Company.
Non
ha dubbi e si dirige in Guatemala dove arriva nel dicembre del 1953. Collabora
con alcune riviste e pubblica anche l'articolo-diario sul suo incontro con il
Machu Picchu, ma fa anche il venditore ambulante e altri piccoli lavori
occasionali.
Ha
finito di leggere tutto Marx, Lenin e altri scritti di teorici rivoluzionari e
si «sente» marxista.
Machu
Picchu: Enigma di pietra in America
Coronando
un'altura di agresti e ripide fiancate, a duemilaottocento metri sul livello del
mare e a quattrocento sull'Urubamba ricco di acque, si trova una antichissima
città di pietra che, per estensione, ha ricevuto il nome dal luogo che la
accoglie: Machu Picchu.
È
questo il suo nome originario? No, questo termine quechua significa «Collina
Vecchia», in opposizione alla vetta rocciosa che s'innalza a pochi metri dal
villaggio, Huaina Picchu, Collina Giovane. Descrizioni fisiche riferite
semplicemente al carattere degli accidenti geografici. Quale sarà allora il suo
vero nome?
Apriamo
una parentesi e ritorniamo al passato.
Il
secolo XVI, della nostra era, fu molto triste per la razza aborigena d'America.
Come un'alluvione, l'invasore bianco cadde in ogni angolo del continente e i
grandi imperi indigeni furono ridotti in rovina. Nel centro dell'America del
Sud, le lotte intestine tra i due eredi e pretendenti al trono del defunto
Huaina-Capac, Atahualpa e Huascar, resero più facile il compito di distruzione
del più importante impero del Continente.
Gli
spagnoli, per mantenere quieta la massa umana che accerchiava pericolosamente il
Cuzco, incoronarono il giovane Manco II, uno dei nipoti di Huascar. Questa
manovra ebbe un seguito inatteso: le popolazioni indigene ritrovarono un
rappresentante visibile, incoronato con tutte le formalità della legge incaica,
possibile anche sotto il giogo spagnolo, ma un monarca non facilmente
manovrabile, come invece avrebbero voluto gli spagnoli.
Una
notte l'Inca scomparve con i suoi principali comandanti, portandosi appresso il
grande disco d'oro, simbolo di Inti, il Sole, e da quel giorno non ci fu più
pace nella vecchia capitale dell'impero.
Le
comunicazioni non erano sicure, bande armate facevano scorrerie sul territorio,
giungendo ad accerchiare la città e utilizzando, come base delle proprie
operazioni, l'antica e imponente Sacsahuaman, la fortezza posta a difesa del
Cuzco e oggi distrutta.
Correva
l'anno 1536. La rivolta su grande scala fallì, e le truppe del monarca tolsero
l'assedio al Cuzco ingaggiando l'ultima battaglia a Ollantaitambo, la cittadella
fortificata sulle rive dell'Urubamba. La sconfitta segnò la fine degli scontri
a campo aperto e diede inizio alla guerra di guerriglia, impegnando alla
costante mobilitazione il potente esercito spagnolo.
Un
conquistador disertore, accolto con altri sei compagni in seno alla Corte
indigena, in un giorno di festa, in preda ai fumi dell'alcol, assassinò il
sovrano. Immediatamente i dignitari gli diedero una morte orribile, insieme agli
sfortunati compagni, poi sette teste vennero infilzate sulle punte delle lance e
poste nei dintorni, a monito di castigo.
I
tre figli del monarca, Sairy Tupac, Tito Cusi e Tupac Amaru, regnarono e
morirono uno dopo l'altro. Ma la morte di Tupac Amaru rappresentò qualcosa di
più della morte di un sovrano: significò il crollo definitivo dell'impero Inca.
Fu
l'inflessibile viceré Francisco Toledo, che fece imprigionare e poi
giustiziare, sulla Plaza de Armas di Cuzco, nel 1572, l'ultimo sovrano Inca.
La
vita di Tupac Amaru che, salvo una breve parentesi di regno, venne trascorsa in
gran parte nel confino del Tempio delle Vergini del Sole, si chiudeva così,
tragicamente. Nell'ora del supplizio, l'ultimo sovrano Inca, comunque, riscattò
un passato non propriamente glorioso, con un coraggioso discorso dedicato al suo
popolo e il suo nome è stato riabilitato dall'appellativo che ha assunto il
precursore dell'indipendenza americana, José Gabriel Condorcan, Tupac Amaru II.
Cessato
il pericolo per i rappresentanti della Corona spagnola, nessuno si preoccupò di
cercare la base delle operazioni guerrigliere, Vilcapampa, la città tanto ben
nascosta, abbandonata dall'ultimo sovrano in fuga e fatto prigioniero.
Incominciò
allora una parentesi di tre secoli e un grande silenzio regnò sulle rovine. In
molte parti del suo territorio, il Perù era ancora una terra vergine, con una
flora non conosciuta, quando lo scienziato italiano Antonio Raimondi lo percorse
in tutte le direzioni, dedicandogli diciannove anni della sua vita, nella
seconda metà del secolo scorso.
Sebbene
Raimondi non fosse un archeologo, mettendo totalmente in campo la propria
cultura e le proprie capacità scientifiche, fu in grado di dare un impulso
enorme allo studio del passato incaico; intere generazioni di studenti peruviani
poterono tornare così, attraverso i suoi occhi e guidati dalla sua monumentale
opera, El Perù, al cuore di una patria che non conoscevano; si rianimò anche
l'entusiasmo degli uomini di scienza di tutto il mondo per le ricerche sul
passato di un popolo che, in altri tempi, era stato grandioso.
Agli
inizi del nostro secolo, lo storico nordamericano professor Bingham, giunto in
terra peruviana per seguire le tracce degli itinerari di Bolivar, rimase
soggiogato dalla straordinaria bellezza delle regioni visitate, affascinato
dall'incitante problema della cultura Inca.
Tutto
questo, aggiunto al bisogno di storia e di avventura che convivevano nel suo
animo, lo portò alla ricerca della città perduta, base delle operazioni dei
quattro sovrani ribelli.
Bingham
era a conoscenza, dalla lettura delle cronache di padre Calancha e dagli scritti
di altri autori, che gli Incas ebbero in Vitcos la capitale politica e in
Vilcapampa la capitale religiosa; quest'ultima, situata un poco più lontano,
non era mai stata rintracciata da nessun bianco.
Con
questi soli dati iniziò la ricerca.
A
chi conosce, anche solo superficialmente, la regione, non sfugge la grandezza
dell'opera intrapresa dal nostro professore, viste le zone montagnose, coperte
da intricati boschi subtropicali solcati da fiumi che sono torrenti
pericolosissimi, non conoscendo né la lingua né la psicologia degli abitanti.
Bingham
vi entrò usando tre potenti armi: l'indistruttibile ansia d'avventura, la
profonda intuizione e un buon pugno di dollari.
Comprando,
con pazienza, ogni informazione e ogni segreto a peso d'oro, penetrò nel cuore
dell'estinta civiltà. Dopo anni di arduo lavoro, seguendo metodicamente un
indio che vendeva pietre vergini di fiume, Bingham, solo e senza la compagnia di
alcun bianco, in un fatidico giorno del 1911, poté estasiarsi di fronte
all'apparizione d'imponenti rovine, che gli diedero il benvenuto da dietro
un'immensa copertura di sterpaglie.
Ma
c'è anche un aspetto triste. Le rovine furono ripulite dalle erbacce,
perfettamente studiate, descritte e poi... completamente spogliate di tutti gli
oggetti di valore che erano caduti nelle mani dei ricercatori che portarono
trionfalmente, nei loro paesi, più di duecento casse colme d'inestimabili
tesori archeologici e, perché non dirlo, anche di notevole valore monetario.
Bingham,
obiettivamente parlando, non è colpevole; né sono colpevoli, in generale, i
nordamericani. Non è colpevole allora nemmeno quel governo peruviano che era
nell'impossibilità economica di finanziare una spedizione simile a quella che
diresse lo scopritore di Machu Picchu.
Quindi
non ci sono colpevoli. E va bene. Ma dove si possono ammirare e studiare i
tesori della bellissima città indigena? La risposta è ovvia: nei musei
nordamericani.
Secondo
l'opinione di Bingham, Machu Picchu fu la prima dimora della stirpe quechua e
centro d'espansione ancor prima della fondazione di Cuzco.
La
riporta nella mitologia incaica, identificando le tre finestre di un tempio
semidistrutto con quelle da cui sarebbero usciti i tre fratelli Ayllus, mitici
personaggi inca. Incontra coincidenti somiglianze tra un torrione circolare
della città scoperta e il Tempio del Sole di Cuzco.
Identifica
gli scheletri trovati tra le rovine, quasi tutti femminili, con quelli delle
Vergini del Sole.
Il
rifugio dei guerrieri vinti, comunque, farebbe di Tampu Toco il nucleo iniziale
del recinto sacro, la cui collocazione sarebbe quindi nel Machu Picchu e non a
Pacaru Tampu, vicino a El Cuzco, come dissero gli insigni indiani allo storico
Sarmiento de Gamboa, che li interrogava per ordine del Rey Toledo.
Dopo
varie ore di viaggio su un treno asmatico, quasi un giocattolo, che costeggia un
piccolo torrente per proseguire lungo i margini dell'Urubamba, passando dalle
imponenti rovine di Ollantaitambo, si giunge al ponte che attraversa il fiume.
Una
strada serpeggiante, che dopo otto chilometri di cammino si eleva a quattrocento
metri sopra il livello del torrente, ci porta sino all'hotel delle rovine. Siamo
guidati dal signor Soto, uomo di straordinaria erudizione sulle questioni
incaiche e buon poeta, che contribuisce, nelle deliziose notti del tropico, ad
aumentare il suggestivo incanto della città.
Machu
Picchu, edificata sul picco della montagna, abbraccia un'estensione di due
chilometri di perimetro.
Generalmente
la si divide in tre sezioni: quella dei templi, quella delle residenze nobili e
quella della gente comune.
Nella
sezione dedicata al culto, si trovano le rovine di un magnifico tempio formato
da grandi blocchi di granito bianco: è quello delle tre finestre che serviranno
alla speculazione mitografica di Bingham. Coronato da una serie di edifici
costruiti con grande finezza, si trova l'Intiwatana, il luogo dove si
trattengono i raggi del sole: un filo di pietra, di una sessantina di centimetri
di altezza, è l'altare del rito indigeno, uno dei pochi rimasti intatti perché
gli spagnoli, non appena conquistavano una fortezza Inca, si preoccupavano
subito di rompere questo simbolo.
Gli
edifici della nobiltà, come il torrione circolare già nominato, la serie di
fontane e canali intagliati nella pietra, sono di uno straordinario valore
artistico. Le numerose residenze sono anche memorabili per il fine lavoro
d'incisione che è stato eseguito sulle pietre che le compongono. Vorrei dare,
per ora, al Machu Picchu, due significati possibili.
Per
l'uomo che lotta, perseguendo quello che oggi si chiama chimera, rappresenta il
braccio teso verso il futuro, la cui voce di pietra grida solenne a tutto il
continente: «città indoamericane, riconquistate il passato!»
Per
altri, e cioè per quelli che semplicemente «odono il frastuono del mondo»,
credo sia significativa la frase che ho trovato sul libro dei visitatori
conservato nell'hotel, e che è stata scritta da un suddito inglese, con tutta
l'amarezza della sua nostalgia imperiale: «I am lucky to find a place without a
Coca Cola propaganda».
![]()
La
rivolta
Ernesto
Guevara incontra la rivoluzione
Il
27 dicembre, Hilda Gadea, un'esiliata peruviana che sposerà in Messico il 18 di
agosto del 1955, nella piccola cittadina di Tepozotlán, poco prima d'imbarcarsi
sul Granma, presenta a Ernesto Guevara un gruppo di rivoluzionari cubani
sopravvissuti all'assalto alla caserma Moncada: Dario López, Mario Dalmau,
Armando Arancibia e Ñico Lopez che gli parlano di Fidel Castro.
È
in questo periodo che Ernesto Guevara de la Serna acquisisce quel nomignolo
famosissimo: Che, vocabolo argentino di origine guarany, che significa «mio».
E
proprio lui lo adotta assumendolo come nome proprio.
Siamo
al 17 giugno del 1954. Quel giorno si scatena l'aggressione contro il governo
Arbenz organizzata dalla Cia e dal Dipartimento di Stato Usa che avevano
addestrato in Nicaragua e in Honduras, dopo aver avuto il placet anche dall'Osa,
un corpo di mercenari agli ordini del colonnello guatemalteco Carlos Castillo
Armas, per difendere il continente americano dal «pericolo comunista».
Il
Che, inascoltato, tenta di organizzare la resistenza armata in città... ma
tutto crolla e, in agosto, quando le truppe mercenarie entrano nella capitale,
si rifugia con i rivoluzionari cubani nell'ambasciata argentina che lo registra
come elemento «comunista».
Scrive
anche il suo primo articolo politico: «Yo vi la caida de Jacobo Arbenz».
Nel
1955, si presenta a un concorso dell'Ospedale Generale di Città del Messico e
vince un posto nel reparto Allergie dell'Istituto di Cardiologia dove incontra
Nino Lopez, che accompagna un esiliato cubano ammalato.
Frequenta
Maria Antonia González, cubana, sorella di un perseguitato politico da Batista,
sposata con un messicano, nella cui casa si è stabilito il quartier generale
dei futuri partecipanti alla spedizione Granma: conosce Raúl Castro e altri
rivoluzionari cubani.
Fidel
Castro arriva in Messico nel luglio del 1955. Una notte incontra il Che che
poche ore dopo, all'alba, verrà arruolato da Fidel, quale medico, nella
spedizione contro il dittatore Batista.
A
sua madre, in una lettera, confesserà: «Me ligaba desde el principio, un lazo
de romántica simpatia aventurera y la consideración de que valía la pena
morir en una playa extranjera por un ideal puro».
Il
15 di febbraio del 1956 nasce la prima figlia del Che, Hilda Beatriz, Hildita.
A
sua madre Celia, scrive questa lettera:
«Nonnina:
noi due siamo un pochino più anziani e, se ti vuoi considerare frutto, un
pochino più maturi. La bambina è abbastanza brutta... però basta guardarla,
per rendersi conto che è diversa da tutte le creature della sua età: piange
quando ha fame, si piscia continuamente addosso, gli dà fastidio la luce e
dorme quasi tutto il tempo; nonostante ciò, c'è qualcosa che la differenzia
immediatamente, comunque, da qualsiasi altro bambino... il suo papà si chiama
Ernesto Guevara».
A
proposito di Hilda Gadea, Froila´n: «Era aprista, quindi militava in un
partito che non aveva niente a che vedere con il marxismo; marito e moglie
affrontavano spesso discussioni a carattere ideologico e credo che Ernesto
l'aiutò a chiarirsi le idee.
È
vero che alcuni hanno ipotizzato al contrario una certa influenza di Hilda sul
Che, ma noi pensiamo che, pur essendoci stata ovviamente la possibilità di una
reciproca influenza, soprattutto sul piano ideologico, il livello di sviluppo,
di conoscenza e di preparazione del Che fosse di molto superiore.
Ricordo
che già a diciassette anni aveva iniziato a scrivere un dizionario filosofico,
attraverso il quale si mette a studiare il marxismo. Ha letto le opere di Aníbal
Ponce con Tita, ecc...
Nel
periodo che il Che ha trascorso in Guatemala, Hilda, però, lo aiuta, e molto;
quando viene deposto Jacobo Arbenz, il Che va in esilio in Messico: è lì che
si sposa con Hilda dalla quale avrà una figlia, Hilda Beatriz.
Col
tempo, tra i due, nascono difficoltà e incomprensioni, per così dire,
spirituali, e la coppia decide di separarsi».
Siamo
nel giugno del '56: scoperto il luogo dalla polizia messicana, gli uomini della
rivoluzione vengono tutti arrestati e trasferiti nel carcere da dove verranno
rimessi in libertà, dopo circa due mesi, dietro versamento di una forte somma
di denaro e per l'intercessione dell'ex Presidente messicano Lazaro Cardenas,
col quale Fidel Castro era in contatto.
Dedica
di Ernesto Guevara de la Serna a una vecchia messicana che incontra
nell'Ospedale Generale di Città del Messico nel dicembre del 1954.
Vieja
Maria
Vieja
Maria, vas a morir;
quiero
hablarte en serio:
Tu
vida fue un rosario completo de agonias,
no
hubo hombre amado, ni salud, ni dinero,
apenas
el hambre para ser compartida;
quiero
hablar de tu esperanza,
las
tres distintas esperanzas
que
tu hija fabricó sin saber cómo.
Toma
esta mano de hombre que parece de niño
en
las tuyas pulidas por el jabón amarillo.
Restriega
tus callos duros y los nudillos puros
en
la suave vergüenza de mis manos de médico.
Escucha,
abuela proletaria:
cree
en el hombre que llega,
cree
en el futuro que nunca verás.
Ni
reces al dios inclemente
que
toda una vida mintió tu esperanza.
Ni
pidas clemencia a la muerte
para
ver crecer a tus caricias pardas;
los
cielos son sordos y en ti manda lo oscuro,
sobro
todo tendrás una roja venganza,
Lo
juro por la exacta dimensión de mis ideales
tus
nietos todos vivirán la aurora,
muere
en paz, vieja luchadora.
Vas
a morir, vieja Maria;
treinta
proyectos de mortaja
dirán
adiós con la mirada
el
día de estos que te vayas.
Vas
a morir, vieja María
quedarán
mudas las paredes de la sala
cuando
la muerte sí conjugue con el asma
y
copulen su amor en tu garganta.
Esas
tres caricias construidas de bronce
(la
única luz que alivia tu noche)
esos
tres nietos vestidos de hambre,
añorarán
los nudos de tus dedos viejos
donde
siempre encontraban alguna sonrisa.
Eso
será todo, vieja Maria.
Tu
vida fue un rosario de flacas agonias,
no
hubo hombre amado, salud, alegría,
apenas
el hambre para ser compartida,
tu
vida fue triste, vieja María.
Cuando
el anuncio de descanso eterno
enturbía
el dolor de tus pupilas,
cuando
tus manos de perpetua fregona,
absorban
la últíma ingenua caricia,
piensas
en ellos... y lloras,
pobre
vieja María.
¡No,
no lo hagas!
No
ores al dios indolente que toda una vida mintió tu esperanza
ni
pidas clemencia a la muerte,
tu vida fue horriblemente vestida de hambre,
acaba vestida de asma.
Pero
quiero anunciarte,
en
voz baja y viril de las esperanzas,
la
más roja y viril de las venganzas
quiero
jurarlo por la exacta
dimensión
de mis ideales.
Toma
esta mano de hombre que parece de niño
entre
las tuyas pulidas por el jabón amarillo,
restriega
los callos duros y los nudillos puros
en
la suave vergüenza de mis manos de médico.
Descansa
en paz, vieja María,
descansa
en paz, vieja luchadora,
tus
nietos todos vivirán la aurora,
LO
JURO !
Vecchia
Maria, stai per morire,
voglio
dirti qualcosa di serio:
La
tua vita è stata un rosario completo di agonie,
non
hai avuto amore d'uomo, salute e denaro,
soltanto
la fame da dividere coi tuoi;
voglio
parlare della tua speranza,
delle
tre diverse speranze
costruite
da tua figlia senza sapere come.
Prendi
questa mano di uomo che sembra di bambino
tra
le tue, levigate dal sapone giallo.
Strofina
i tuoi calli duri e le pure nocche
contro
la morbida vergogna delle mie mani di medico.
Ascolta,
nonna proletaria:
credi
nell'uomo che sta per arrivare,
credi
nel futuro che non vedrai.
Non
pregare il dio inclemente
che
per tutta una vita ha deluso la tua speranza.
E
non chiedere clemenza alla morte
per
veder crescere le tue grigie carezze;
i
cieli sono sordi e sei dominata dal buio,
su
tutto avrai una rossa vendetta,
lo
giuro sull'esatta dimensione dei miei ideali
tutti
i tuoi nipoti vivranno l'aurora,
muori
in pace, vecchia combattente.
Stai
per morire, vecchia Maria;
trenta
progetti di sudario
ti
diranno addio con lo sguardo
il
giorno che te ne andrai.
Stai
per morire, vecchia Maria,
rimarranno
mute le pareti della sala
quando
la morte si unirà all'asma
e
consumerà il suo amore nella tua gola.
Queste
tre carezze fuse nel bronzo
(l'unica
luce che rischiara la tua notte)
questi
tre nipoti vestiti di fame,
sogneranno
le nocche delle tue vecchie dita
in
cui sempre trovavano un sorriso.
Questo
sarà tutto, vecchia Maria.
La
tua vita è stata un rosario di magre agonie,
non
hai avuto amore d'uomo, salute, allegria,
soltanto
la fame da dividere coi tuoi.
È
stata triste la tua vita, vecchia Maria.
Quando
l'annuncio dell'eterno riposo
velerà
di dolore le tue pupille,
quando
le tue mani di sguattera perpetua
riceveranno
l'ultima, ingenua carezza,
penserai
a loro... e piangerai,
povera
vecchia Maria.
No,
non lo fare!
il dio indolente che per tutta una vita
e
non domandare clemenza alla morte,
la
tua vita ha portato l'orribile vestito della fame
e
ora, vestita di asma, volge alla fine.
Ma
voglio annunciarti,
con
la voce bassa e virile delle speranze,
la
più rossa e virile delle vendette,
voglio
giurarlo sull'esatta
dimensione
dei miei ideali.
Prendi
questa mano di uomo che sembra di bambino
tra
le tue, levigate dal sapone giallo,
strofina
i tuoi calli duri e le nocche pure
contro
la morbida vergogna delle mie mani di medico.
Riposa
in pace, vecchia Maria,
riposa
in pace, vecchia combattente,
i
tuoi nipoti vivranno nell'aurora,
LO
GIURO!
![]()
Il
25 novembre 1956, da Tuxpán, parte il Granma: il destino di Cuba, dominata dal
dittatore Batista, sta per compiersi. Racconta il Che:
«Uscimmo
a luci spente dal porto di Tuxpán in mezzo a un infernale accatastamento di
uomini e materiali di ogni genere. C'era cattivo tempo, e, benché la
navigazione fosse proibita, l'estuario del fiume si manteneva tranquillo...
Superammo l'imboccatura del porto messicano e poco dopo si accesero le luci.
A
quel punto ci mettemmo alla frenetica ricerca degli antistaminici contro il mal
di mare, che non saltarono fuori: cantammo, forse per cinque minuti, l'inno
nazionale cubano e quello del 26 luglio, poi tutta la nave assunse un aspetto
ridicolmente tragico: uomini con l'angoscia dipinta sul volto che si tenevano lo
stomaco, altri con la testa dentro un secchio, e altri ancora sdraiati a terra
nelle posizioni più strane, mentre alcuni erano immobili e con tutti i vestiti
sporchi di vomito».
Il
2 dicembre, sbarco a Playa de Las Coloradas.
Il
Che, sul suo diario, scrive: «È stata dura: dopo essere stati stipati come
sardine per sette giorni sul famoso Granma, per colpa dei piloti siamo finiti su
una spiaggia selvatica e paludosa, e le disavventure sono così continuate...»
Sui
giornali messicani appare un titolo: «Invasion a Cuba en un Barco: Fidel
Castro, Ernesto Guevara, Raúl Castro y todos los otros miembros de la expedición
han muerto...»
Il
5 dicembre, ad Alegria de Pio, però, Guevara è davvero ferito gravemente al
collo.
«Caddi
a terra, sparai verso la montagna, seguendo il misterioso impulso del ferito.
Immediatamente mi misi a pensare al miglior modo di morire, in quel minuto in
cui tutto sembrava perduto. Mi ricordai di un vecchio racconto di Jack London in
cui il protagonista, nelle zone gelate dell'Alaska, appoggiato a un tronco
d'albero, si dispone a mettere fine con dignità alla propria vita quando
capisce di essere condannato a morire per congelamento.»
È
l'ultima immagine che il Che ricorda di quel giorno.
Ancora
una volta i giornali raccontano che Ernesto Che Guevara è morto.
Il
9 dicembre 1956, il Che s'incontra con Camilo Cienfuegos, al quale rimarrà
legato per sempre da una bella e grande amicizia.
Differenti,
lo erano davvero. Pieno di cultura, di studi umanistici e politici, il Che,
nonché schivo e serio; guascone, semplice, senza studi, l'altro, che aveva un
carattere allegro, soave. Ancora oggi, si raccontano gli scherzi che Camilo, lui
solo, poteva fare al Comandante.
21
dicembre: il Che, Almeida, Cienfuegos, e il loro piccolo gruppo di rivoluzionari
si congiungono con Fidel e Raúl Castro. Degli ottantadue uomini sbarcati dal
Granma, ne sono sopravvissuti sedici.
La
marcia nella Sierra Maestra, comunque, continua.
Narrano
che proprio in questi giorni Ernesto Che Guevara abbia avuto forse la critica più
dura, un vero e proprio «cicchetto» da parte di Fidel Castro.
Aveva
abbandonato, e permesso che lo facessero anche i suoi uomini, le divise e le
armi... Fidel lo insultò duramente dicendogli che, quello, era il più grande e
stupido crimine che un combattente potesse commettere. Si dice che il Che non
abbia più scordato quell'insulto.
In
questi giorni scrive alla sua famiglia: «Queridos viejos, estoy perfectamente,
gasté sólo 2 me quedan 5. Sigo trabajando en lo mismo, las noticias son espóradicas
y seguirán siendo, pero confién en que Dios sea argentino. Un abrazo a todos.
Tete».
Il
17 gennaio 1957, prima vittoria a La Plata.
Il
22 marzo, combattimento a Palma Mocha. Nonostante vari attacchi di asma che lo
demoralizzano (scrive al padre: «...El campesino cumplió el encargo de Fidel y
me proveyó de adrenalina suficiente. De haí en adelante, pasaron diez de los
dias más amargos de la lucha en la Sierra...»), il Che combatte e impara anche
a dirigere gli uomini, attitudine che sembrava non voler assumere.
Agli
inizi di maggio, proprio sulla cresta della Sierra Maestra, il Pico Turquino, il
Che subisce uno dei suoi più grandi attacchi d'asma. Conoscendo la Sierra, ci
si chiede come potesse farcela.
Fa
molto caldo, c'è una umidità tremenda; e zanzare, salite disperate, mulattiere
faticose, manca spesso il cibo, l'acqua: unico elemento che va in aiuto del Che
è il mulo, animale che è abituato a cavalcare sin da bambino.
Incontra
il popolo della selva, campesinos ammalati e quasi sempre affamati.
Da
lì, e per sempre, in ogni accampamento nella Sierra, farà costruire la cucina,
il dormitorio, l'anfiteatro, un piccolo centro ospedaliero dove curerà anche i
contadini, le loro donne prematuramente invecchiate, bambini dai grandi ventri.
In
un certo momento dovrà diventare anche dentista, col titolo di «Sacamuelas».
Ironizza:
«Mi primera victima fu Israel Pardo, que salió bastante bien parado. La
segunda, Joel Iglesias, a quien faltó solamente un cartucho de dinamita en el
colmillo para sacárselo... mis esfuerzos, fueron infructuosos».
Forse
è anche merito di questo incontro umano, solidale, che i campesinos uniscono le
loro forze a quelle dei famosi ribelli.
Il
Che a questo proposito ha detto: «Nadie pueda decir en qué momento del largo
camino se produjo, en qué momento se hizo intimamente veridico lo proclamado y
fuimos parte de los campesinos...»
Tra
il 27 e il 28 maggio del 1957, la battaglia di El Uvero decide il suo nuovo
ruolo in campo militare e, a luglio, il Che è nominato Comandante della Seconda
Colonna dell'Esercito Guerrigliero, formata da settantacinque combattenti. La
Prima è comandata da Fidel Castro.
Dirà:
«La dosis de vanidad que todas tenemos dentro hizo que me sintiera el hombre más
orgulloso de la tierra ese dia...»
30
agosto: battaglia di El Hombrito. 16 settembre, quella di Pino del Agua. Il 4
novembre fonda la rivista «El Cubano Libre», firmandosi come El Francotirador.
Il
primo numero vede un articolo di Ernesto Che Guevara, che è rivolto agli
animalisti statunitensi.
«Le
associazioni animaliste hanno fatto sfilare davanti all'edificio dell'ONU sei
cani, con un cartello che chiede pietà per la razza siberiana Laika condannata
a volare negli spazi siderali.
La
nostra anima si riempie di commozione, pensando al povero animale che morirà
per una causa che non comprende, ma non abbiamo saputo di nessuna associazione
filantropica statunitense che abbia sfilato davanti al nobile edificio chiedendo
pietà per i nostri contadini... eppure un buon numero di loro muore crivellato
dalle mitragliatrici degli aerei P-47 B-26 o dagli efficienti M-1 della
truppa...»
Il
29 novembre il Che dirige le operazioni di Marverde contro le truppe del feroce
capitano batistiano Sánchez Mosquera. Nella battaglia cade un grande
combattente: Ciro Redondo.
Il
16 febbraio 1958 c'è il secondo scontro di Pino del Agua e, il 24 di febbraio,
fonda la famosa «Radio Rebelde».
Beve
mate, dorme su di una amaca che a volte si trasforma in poncho, fuma tabacco,
usa un piccolo respiratore contro i forti attacchi d'asma e ama cavalcare sia i
muli che i cavalli.
Chi
ha conversato con lui, dice che spesso parlava della sua famiglia e scriveva a
sua zia Beatriz che mandava al suo Tete, dall'Argentina, oltre a tante notizie,
molti pacchetti di mate che erano sempre ben accolti.
Il
9 maggio, Ernesto Che Guevara partecipa alla riunione della direzione nazionale
del «Movimento 26 Luglio», dopo l'insuccesso dello sciopero insurrezionale del
9 aprile.
Tra
il 24 e il 25 maggio iniziano gli attacchi simultanei dell'esercito batistiano.
Nonostante i duri combattimenti, Camilo Cienfuegos e altri compagni si mettono
d'accordo per celebrare il compleanno del Comandante.
Il
menu improvvisato non è male: un bel riso con pollo, tanta frutta selvatica e
piccoli dolci.
È
il 14 giugno 1958 e il Che festeggia così i suoi trent'anni.
Si
combatte a luglio a Santo Domingo, El Meriño, Minas del Frio, Vegas de Jibacoa
y Las Mercedes. L'esercito batistiano, forte di diecimila uomini, è respinto
sulla Sierra e viene decimato dall'esercito ribelle.
Il
Che soccorre personalmente i feriti, ma anche i nemici fatti prigionieri. Ha un
nuovo mulo che ha chiamato Armando, non permette che si maltrattino gli animali
e si preoccupa sempre della loro alimentazione.
Pupo,
un vecchio combattente incontrato in un bel giorno di maggio del 1995 nella
selva, veste ancora la verde divisa dei guerriglieri, molto ben tenuta e porta
sempre con sé il suo grande machete; è arrivato a Caballete de Casa, seduto
dritto sul suo mulo, come quando doveva arrivare, giovanissimo, ai tempi del
Che.
È
con Felo, anche lui antico guerrigliero, e altri compagni; stanno risistemando
Caballete, per mostrarla al mondo e quando il mondo intero vorrà visitarla,
loro, orgogliosi, la mostreranno.
Nei
giorni delle grandi battaglie, ricorda che lui si doveva occupare degli animali
e del procacciamento del cibo; ha dolci parole per il Che, un forte rimpianto
per la sua morte. Ricorda che il Comandante era giusto e gentile con tutti. «Si
preoccupava dei nostri animali, sapeva che erano anche importanti per noi: la
sera veniva da me e chiedeva: ``Allora Pupo, hanno mangiato, va tutto bene?''»
E
Pupo, normalmente, assentiva.
Fidel
Castro si congratula col Comandante per la vittoria sull'esercito batistiano e
gli affida, in agosto, il comando della colonna numero otto «Ciro Redondo» che
deve compiere l'avanzata dalla Sierra Maestra alla provincia di Las Villas.
L'obiettivo
è quello di battere il nemico incessantemente sul territorio centrale di Cuba.
Nello stesso tempo è designato a compiere la missione politica di unire tutte
le forze e i differenti gruppi di combattenti e porli sotto il proprio
controllo; ha inoltre la responsabilità dell'or„ganizzazione politica,
economica e sociale dei territori li„berati.
Parte
per Las Villas di notte con quattro cavalli e centoquaranta uomini e decide di
lasciare il suo mulo Armando alla combattente Zoila.
Il
1º settembre un ciclone li costringe ad abbandonare i mezzi di locomozione e a
proseguire a piedi e a cavallo.
Il
6 settembre la colonna numero otto, attraversando il fiume Jobabo, che limita la
provincia di Oriente con quella di Camaguey, si collega con la colonna «Antonio
Maceo» di Camilo Cienfuegos che sta dirigendo i suoi uomini verso occidente.
È
stanco, si cura i piedi maltrattati dalla lunga marcia, gioca un po' con una
bambina, e, mentre parla con i suoi compagni, crolla al suolo addormentato.
Il
giorno dopo si deve riprendere il cammino verso la provincia di Camaguey.
In
ottobre, il giorno sette, prende contatto con alcune guide de l'Escambray che lo
ragguagliano sulla situazione della zona; cammina a piedi in zone fangose,
attraversa campi di riso e canna da zucchero e il 12 arriva con il suo gruppo
nella provincia di Las Villas.
Il
17 ottobre 1958 è a Gavilanes dove stabilisce un accampamento provvisorio: è
il primo punto di comando nella Sierra de l'Escambray; da qui inizia il lavoro
di unificazione politica con le altre forze rivoluzionarie.
Seleziona
Caballete de Casa, il punto più alto della Sierra, quale accampamento sicuro e
ben organizzato.
Anche
oggi si possono ammirare, a partire da Pedrero e dopo una lunga e disperata
salita dentro la Sierra, tra il caldo e l'umidità, un grande dormitorio per la
truppa, un anfiteatro ricavato da tronchi d'albero, la cucina ampia e riparata
dal sole, la selleria e un piccolo ospedale da campo.
L'infermiera
Ernestina Mazón Crespo, della colonna numero otto «Ciro Redondo», non ha
dimenticato il suo Comandante: «Facevo attività clandestina a Santa Clara ed
ero infermiera nel gruppo del comandante Víctor Bordón, che aveva iniziato la
rivolta nella Sierra de l'Escambray.
Dopo
la presa di Guina de Miranda, il Che aveva iniziato a spostarsi verso Gavilanes,
dove finalmente lo incontrai. Arrivò con tutto il suo Stato Maggiore.
Quando
arrivavano nuovi compagni per aggiungersi al gruppo della Sierra, io, ogni
volta, chiedevo: ``È lui, il Che?''
Con
dolcezza, il Dottor La-O, medico del gruppo di Bordón, rispondeva: ``No,
pazienta un po', non è il Che, ma non preoccuparti, lo conoscerai presto...
quando arriverà ti avvertirò''.
La
notte in cui ho avuto il privilegio di conoscerlo, era molto buia e noi avevamo
acceso la lanterna cinese, ma il Dottor La-O ci pregò subito di spegnerla per
via del pericolo degli aeroplani nemici.
Improvvisamente
la selva si riempie di rumori di passi. Non so ancora spiegarmi il perché, ma
lo seppi subito: ``È arrivato il Che'', dissi dentro di me. ``È arrivato il
Comandante Ernesto Che Guevara.''
Lo
giuro, me lo sentivo, e infatti era lui.
Entrano
nella nostra tenda... io li guardo a uno a uno e, un compagno, subito, dice:
``Comandante, ti presento Ernestina, che ha una gran voglia di conoscerti''.
Io
faccio: ``Lo sapevo che era lei, lo sapevo...'' Il Che mi osserva ben bene e
poi: ``Com'è magrolina, Ernestina!''
Sì,
era molto forte, spiritualmente, anche energico e potente, ma aveva l'asma e
avrebbe dovuto sempre avere con sé un piccolo apparecchio, per quando gli
mancava il respiro. La Sierra non era un luogo facile.
No,
io non l'ho mai dovuto curare, per fortuna... quando è stato ferito al polso
sinistro a Cabaiguín, lo curò il dottor Fernández Mell.
Per
fortuna non l'ho mai dovuto curare; questo vuole dire che, alla fin fine, era
sano, no?
È
qui, proprio a Caballete de Casa che ha conosciuto Aleida March, una dirigente
del Movimento ``26 de Julio'' di Santa Clara.
Vi
racconto un aneddoto riguardo al suo primo incontro con il Che.
Aleida
era venuta da noi sul dorso di un cavallo per portare un po' di denaro ai
combattenti. La salita è dura, lunga: scendendo dal cavallo, proprio davanti al
Che, che la stava aspettando, le si sono rotti i pantaloni... proprio sul
didietro.
Pare
che il Che, ogni tanto, quando era in confidenza con qualcuno, anche anni dopo,
ricordasse l'episodio e sorridendo, dicesse: ``Lo sapete? La prima cosa che
Aleida ha fatto quando mi ha visto è stata quella di mostrarmi il suo sedere''.
Eh
già, non si direbbe, vero? Ma anche il Comandante aveva i suoi momenti di buon
umore.
Aleida
March è stata una rivoluzionaria importante e ci fu un momento in cui dovette
rimanere nascosta nella Sierra de l'Escambray perché in città la polizia la
stava cercando per ucciderla.
Il
Che se ne innamorò subito e le volle bene, ve lo dico io, fino all'ultimo.
Come
trattava le donne? Con rispetto, ci trattava, come il resto dei combattenti,
perché lui non faceva distinzioni, tra maschi e femmine. Guardava il valore
della persona, ecco. Era così grande, ma così grande, che non posso trovare più
i termini: lo amavo e lo adoravo... e lo adoro ancora.
Io
sono cubana, e lo dico da cubana, quindi: noi cubani abbiamo avuto la fortuna di
avere uomini molto grandi in questo secolo, ma, per me, lui è stato il più
grande di tutti! Anche per la sua modestia, ad esempio; per la sua intelligenza,
perché era colto e non si vantava e poi era coerente, fedele ai propri ideali.
Intuitivo, sapeva prevedere quello che sarebbe potuto accadere.
Ora
siamo nel 1995. Ebbene, se fosse stato ancora qui, avrebbe potuto prevedere cose
che oggi stanno accadendo, in tutto il mondo.
Tutti
lo rispettavano, perché aveva un carattere e una personalità che infondevano
profondo rispetto; guardava le persone ``dentro'' e capiva subito com'erano
fatte.
Il
carattere? Era affabile, ma non tollerava le cose mal fatte, chiunque le
compisse. Con quelli che sbagliavano era implacabile, ma non crediate che fosse
un orco... anzi. Dopo il trionfo della rivoluzione, ogni volta che lo vedevo
parlare in televisione capivo se era arrabbiato, davvero arrabbiato, dal modo in
cui aggrottava le sopracciglia e mi dicevo: ``Oggi, l'argentino, ha un diavolo
per capello''.
Ci
siamo rivisti a un anno di distanza dalla conquista di Cabaiguín. Era sempre il
nostro Che, uguale a se stesso, gentile e rispettoso.
Aveva
un amore speciale per i cani. A Gavilanes e a Caballete de Casa ne aveva uno che
si chiamava Miguelito. Ricordo che una volta mi fa: ``Per favore, Ernestina,
portami il cane'', e io di rimando: ``Ma se è pieno di pulci!''
A
lui non importava, lo prendeva in braccio e lo portava dappertutto, e Miguelito
divenne famoso, gli pubblicarono perfino una foto su ``La Marina''.
So
che scriveva e recitava poesie, amava la musica, la vita. Davvero era un uomo
delizioso con un'espressione molto bella negli occhi e una splendida figura.
Davvero un bel tipo. Un uomo speciale, ripeto, completo: magari fossimo tutti
come il Comandante. Non doveva morire!
Ma
non si può fermare un uomo come lui: ha voluto continuare la lotta per la
liberazione di altri popoli. Ve lo dico con sincerità: quello era un tipo che
non si sarebbe messo tranquillo finché al mondo ci fosse stata anche una sola
ingiustizia.
Una
mia consolazione? È l'amore che i giovani mostrano per lui. Quando vedo che
nelle manifestazioni, in qualsiasi parte del mondo, giovani uomini e giovani
donne innalzano il suo bel viso, allora dentro di me, mi dico: ``Ernestina, lo
vedi? il Che non è morto!''»
Sull'apporto
delle donne alla rivoluzione cubana, Harry Villegas, Pombo: «Certo, le donne
hanno avuto un grande ruolo nella guerriglia cubana, e non solo.
Basti
pensare alla ``Mariana Grave'', al plotone della ``Mariana Grave'' che partecipò
alla battaglia di Cerro Pelado. Le donne presero in mano le armi in varie
occasioni, ma spesso avevano anche un ruolo direttivo, organizzativo e
lavoravano allo sviluppo della lotta. Per me la donna fu davvero l'anima della
rivolta, e con le sue caratteristiche di umanità e di sensibilità, contribuì
molto al suo sviluppo.
Ricordo
Clodomira, Miria, donne che hanno dato la loro vita per la rivoluzione, facendo
da messaggere e correndo tutti i rischi possibili e necessari, per portare
costante aiuto alla guerriglia.
Vennero
uccise barbaramente e morirono con grande coraggio senza tradire nessun compagno
con cui condividevano la lotta clandestina.
Mi
rammento di donne come Tete Puebla, che combatté sulla Sierra e fu una delle
prime a entrare nella lotta clandestina: come lei, ce ne sono cento nella nostra
storia, nella storia di Cuba. Anche il movimento delle donne ``martiane''
all'epoca della lotta della pseudorepubblica, della lotta contro la tirannia, è
stato determinante.
Di
Ernestina Mazón, una brava compagna che come infermiera fu al fianco di molti
ribelli, aiutandoli.
E
c'è anche Aleida March, una rivoluzionaria che poi sposò il Che.
Potrei
citare molte altre donne che in un modo o nell'altro si resero utili o come
combattenti o come elementi ausiliari, incitando alla lotta, trasmettendo
allegria, perché nella guerriglia l'uomo si trasforma e rinuncia a tutti i
vantaggi della civiltà per tornare, in pratica, alle condizioni primitive.
Si
tratta di una vita molto dura, limitante, perché, soprattutto nella fase
iniziale della guerriglia, non si riesce mai a riposare, né di giorno né di
notte e si perde il senso della vita. È la donna che rianima i compagni... e, a
volte, davanti a quella figura femminile che dimostra la capacità di battersi
alla stregua di un uomo, viene voglia di sacrificarsi e combattere ancora di più.
Tra le grandi combattenti ricordo anche Mariana Gajares... ma, ve lo assicuro,
sono state molte, davvero molte, le donne di valore».
Il
26 ottobre del 1958 si arrendono i militari della caserma Guinia di Miranda; nel
mese di novembre le truppe del Che e del Directorio, impedendo le elezioni nella
zona, riescono progressivamente a chiudere il traffico sulle strade, tagliando
in due l'isola di Cuba.
Tra
il 15 ed il 18 di dicembre, c'è l'attacco e poi la conquista della strategica
seppur piccola città di Fomento, dove il Che tiene il suo primo discorso in
pubblico.
Gli
abitanti, per lo più campesinos, corrono sulla bella piazza circondata da basse
case colorate, per poter vedere e per ascoltare l'uomo che inviava emozionanti
messaggi da Radio Rebelde.
«È
quello il Che? Il Comandante Guevara?»
Se
vai in quel bel rettangolo di piazza, troverai sempre qualcuno che ti racconterà
che lo hanno amato subito, per la sue parole, i suoi modi semplici, il suo bel
viso. La sua coerenza. Tutto quello che aveva promesso da Radio Rebelde, è
stato mantenuto.
Il
25 dicembre si arrendono i batistiani nella città di Placetas e c'è la
liberazione di Remedios e Cabarien nella costa nord di Las Villas.
Il
28 di dicembre del 1958, l'esercito del Che arriva a Santa Clara, il cuore di
Cuba.
Per
prima cosa stabilisce un comando provvisorio nell'Università, poi percorre la
ferrovia per trovarvi un punto vulnerabile.
Sa
che su quella linea viaggerà un convoglio dell'esercito composto da diciotto
locomotrici; sul treno vi saranno 408 uomini tra ufficiali e soldati dotati di
poderosi armamenti: lanciarazzi, mitragliatrici, abbondanti munizioni, dinamite.
Sono
le tre del pomeriggio. Il treno dell'esercito marcia senza sapere che il
Comandante aveva fatto scardinare un tronco della linea ferrata, là, in una
curva, con una piccola scavatrice gialla.
Il
treno frettolosamente avanza, sbanda, infine deraglia; si ode una grande
esplosione, poi alte fiamme lo avvolgono.
Santa
Clara ricorda la battaglia. Le carrozze deragliate sono nell'esatta posizione di
quel giorno a testimonianza della vittoria; la piccola scavatrice gialla limita,
sulla destra, il luogo del grande botto.
Un'immensa
piazza, accanto al museo dedicato al Che, innalza verso il sole una grande
statua in bronzo, riproducente la bella figura del Comandante, perché nessuno
lo dimentichi.
È
stato il popolo di Santa Clara a volere quella statua, il museo, che ha raccolto
in un'atmosfera di delicato rispetto gli oggetti più semplici appartenuti alla
vita del Comandante: la sedia a dondolo della nonna Ana, la ciotola dove
mangiava, il suo berretto, la linda divisa verde, poche armi e poi belle
fotografie, la radio, alcuni libri.
Poiché
i giornali internazionali danno l'ennesima notizia della morte del Che, Radio
Rebelde lancia un comunicato:
«Per
la tranquillità dei familiari e del popolo cubano, assicuriamo che Ernesto Che
Guevara è vivo e combatte ancora: ha già preso possesso del treno blindato di
cui vi abbiamo già dato notizia poco fa, e si dispone a prendere Santa Clara,
in stato di assedio da alcuni giorni».
Il
1º Gennaio 1959, la battaglia di Santa Clara si conclude con la vittoria dei
rivoluzionari e Batista scappa dal Paese.
![]()
La
politica
1959,
anno di liberazione
Sempre
al futuro Presidente del Chile, in un altro periodo, dedicherà il libro La
guerra de guerrillas: «A Salvador Allende che con altri mezzi cerca di ottenere
la stessa cosa. Con affetto, Che».
Più
o meno negli stessi giorni abbraccia, all'aeroporto José Marti, i genitori e i
fratelli che non vedeva da sei anni. L'abbraccio che dedica alla madre,
testimoniato da una delle fotografie pubblicate nel libro, credo sia uno dei più
struggenti che si siano mai visti.
Il
giorno 21 arriva nella capitale Hilda Gadea accompagnata dalla figlia Hildita.
Con la franchezza che lo contraddistingue, le annuncia che desidera sciogliere
il loro matrimonio.
All'amico
dei viaggi giovanili, Alberto Granado, annuncia il secondo matrimonio e lo
saluta: «Ricevi il più forte abbraccio che la tua dignità di maschietto ti
permetta di ricevere da un idem...»
All'inizio
di febbraio, precisamente il 10, un decreto del governo rivoluzionario dichiara
Ernesto Guevara de la Serna cittadino cubano per nascita, unico straniero che ha
guadagnato questo merito, secondo quanto stipulato dalla legge della Repubblica
di Cuba.
Dirà:
«Mi sono sentito guatemalteco in Guatemala, messicano in Messico, peruviano in
Perù e naturalmente mi sento argentino qui e in ogni posto, poiché questo è
caratteristico della mia personalità... non posso dimenticare ``il mate y el
asado''».
Se
insistono nel fargli presente che era come se avesse rinunciato alla sua nascita
argentina, seccato, risponde:
«Io
sono nato in Argentina... permettetemi di essere un po' presuntuoso dicendovi
che Martí è nato a Cuba e Fidel è americano. Io sono nato in Argentina, non
rinnego assolutamente la mia patria; ho il substrato culturale dell'Argentina ma
mi sento anche molto cubano e sono in grado di sentire dentro di me le
sofferenze di qualsiasi popolo americano, anzi, di qualsiasi popolo del mondo».
Ottenuto
il divorzio da Hilda Gadea, si sposa, il 2 di giugno, con Aleida March, la
compagna del «Movimento 26 Luglio».
Froilán:
«Il Che s'imbarca dunque sul Granma, nel novembre del 1956, a ventotto anni;
combatte sulla Sierra Maestra, prosegue la lotta e nella Sierra de l'Escambray
conosce Aleida March, una donna straordinaria, che appartiene al movimento ``26
de Julio'' di Santa Clara.
Aleida
si trasferisce sulla Sierra e rimane al fianco del Che, partecipa con lui alla
conquista di paesi e città. Arrivano insieme a La Habana, alla Cabaña, e lì
nasce il loro amore. Un amore bello e profondo da cui nascono quattro figli:
Aleida, Camilo, Celia ed Ernesto.
Fu
proprio Aleida che lo aiutò a conoscere la psicologia e le caratteristiche
peculiari del popolo cubano».
Adys:
«Anch'io ritengo che il Che poté svolgere quel lavoro tanto intenso a Cuba
grazie soprattutto ad Aleida, che, nel garantirgli una stabilità affettiva, gli
faceva ricordare il calore familiare di Buenos Aires. Una cosa è certa: il Che
ebbe un'infanzia e un'adolescenza felici perché aveva vicino, in un grande
abbraccio affettuoso, colmo di cultura e di rispetto, tutta la sua famiglia.
I
suoi figli? Gli assomigliano molto. Aleidita, ad esempio, è stata
internazionalista; Celita si è laureata in veterinaria ed è andata a prestare
servizio in uno sperduto paesino della Sierra de l'Escambray. I figli sono stati
in Angola e in Nicaragua. Aleida assomiglia molto al padre, nel carattere, Celia
e Hilda sono davvero molto tenere.
Ernesto
è venuto a trovarci, per vedere che cosa abbiamo scoperto di nuovo sul Che:
vuole sapere molte cose riguardanti il padre, che non ha conosciuto perché era
molto piccolo quando lui è morto là, in Bolivia».
Ritorniamo
al giorno del matrimonio. Ci sono tante persone, c'è molta allegria e Camilo
Cienfuegos... se la ride. Aveva giocato uno dei suoi scherzi agli invitati ai
quali aveva raccomandato di portarsi sia il cibo che le bevande, altrimenti
nessuno avrebbe potuto festeggiare!
Sorridono
al fotografo, Aleida ed Ernesto... tagliano la torta, poi s'allontanano su di
una vecchia macchina, felici.
Il
Che, ambasciatore del socialismo
Si
reca in visita in India e ha vari colloqui con Nehru, coi ministri degli Esteri,
della Difesa, del Commercio, dell'Agricoltura e Alimentazione.
In
Giappone dichiara con sincerità che l'obiettivo principale della delegazione
cubana è la stipulazione di un trattato commerciale. Visita una centrale
elettrica, varie fabbriche e cantieri di barche da pesca di piccolo cabotaggio.
Incontra
in Indonesia Sukarno, il primo ministro Djuanda e i ministri degli Esteri e
della Difesa. Visita Giacarta, l'isola di Bali e il centro zuccheriero di
Madhukusumo.
In
una conferenza stampa risponde a domande sui rapporti economici tra gli Stati
Uniti e Cuba e annuncia che il governo cubano ha deciso di allacciare rapporti
diplomatici con l'Indonesia.
Breve
viaggio a Colombo, Ceylon, e poi è ricevuto da Tito, in Jugoslavia. Ha vari
colloqui col segretario di Stato e col ministro degli Esteri. Visita cantieri
navali e complessi industriali.
In
una fabbrica di automobili ha una lunga conversazione coi membri del consiglio
operaio che partecipano alla gestione della fabbrica.
Il
26 novembre del 1959, il consiglio dei Ministri nomina il comandante Guevara
Presidente del Banco Nacional, ma è anche Capo del Dipartimento di
Industrializzazione; il Che deve coordinare, tra l'altro, tutta la
ristrutturazione del settore dei finanziamenti e dei crediti a enti statali e
privati, dell'agricoltura e dell'industria. È preciso, preparato, tiene
appunti, note e compila grafici che aggiorna continuamente.
Nel
suo ufficio di ministro dell'Industria, che lasciò quando decise di occuparsi
dei popoli dell'Africa e dell'America Latina, c'è il grande grafico con i dati
degli introiti delle principali industrie che aveva organizzato: è in attivo e
segna i punti che lui aveva registrato, quel giorno.
Dà
anche un valido aiuto all'organizzazione delle milizie nazionali rivoluzionarie,
create dal «Líder Maximo» il 2 ottobre, dopo i bombardamenti sull'Habana
compiuti da aerei civili provenienti da Miami. Organizza nel Departamento de
Industrialización una scuola per la formazione dei quadri e istituisce il
lavoro volontario domenicale. Segue anche le lezioni quotidiane di matematica
superiore, impartitegli da Salvador Villaseca.
NELL'ANNO
DELLA RIFORMA AGRARIA
Sostituisce
Fidel Castro, che è ammalato, alla manifestazione davanti al palazzo
presidenziale indetta dopo l'annuncio della Casa Bianca (5 luglio) che gli Stati
Uniti non compreranno più zucchero cubano.
Sempre
a luglio, firma un accordo col viceministro del Commercio Estero della
Repubblica Popolare Cinese.
A
proposito del pericolo che corre l'umanità dall'uso della bomba atomica, appare
un suo articolo sulla rivista «Verde Olivo», dal titolo «Recupérase Japón».
Aveva
da poco visitato Hiroshima, dove il 6 agosto del 1945 alle ore 8,15 il
colonnello statunitense Paul Tibbets, che pilotava l'Enola Gay, nome
portafortuna dedicato alla madre, sganciava la prima bomba atomica che farà
270.000 vittime. La seconda verrà lanciata il 9 di agosto su Nagasaki.
«Abbiamo
visitato una piccola parte delle fabbriche di una piccola parte del Giappone e
ci siamo resi conto della potenza industriale del Paese, ma anche della sua
indiscutibile dipendenza dal potere degli Stati Uniti. Quel Paese, in cui
antichi guerrieri si aprivano il ventre davanti al sospetto di un affronto al
loro onore militare e in cui nuovi guerrieri morivano con il sorriso sulle
labbra sugli aerei suicida che andavano a schiantarsi contro le corazzate
statunitensi, oggi è occupato da una potenza straniera che protegge le sue
coste e mantiene la sua supremazia.
Il
Giappone, d'altra parte, minaccia Paesi vicini con la punta di proiettili
atomici.
Un
popolo che conosce più di ogni altro il tragico potere delle armi nucleari e
tocca con mano la capacità di rappresaglia della nazione contro cui andrebbero
dirette queste armi, inizia ogni giorno le sue attività con l'impressione che
un errore di valutazione o una mossa di chi li sta occupando possano significare
una pioggia di proiettili atomici, cioè una morte rapida dovuta all'esplosione
o una morte lenta dovuta alle ustioni e alle malattie degenerative.
È
impressionante sapere che quest'anno sono morte centosei persone per le bombe
lanciate quattordici anni fa su Hiroshima e Nagasaki.
Visitiamo
la città martire, oggi completamente ricostruita, e il monumento ai caduti,
costituito da un catafalco di cemento, con una cupola dello stesso materiale,
costruito davanti alle rovine dell'edificio su cui cadde la bomba. Il catafalco
contiene soltanto i settantaquattromila nomi delle persone che poterono essere
identificate... e la rabbia impotente, la disperazione trattenuta di coloro che
hanno visto perire tanti esseri umani in un'immane orgia di fuoco e di morte.
Accanto
alla tomba c'è un museo atomico dove si contemplano le strazianti immagini non
solo degli oscuri giorni della guerra, ma anche dell'atollo di Bikini, dove, a
causa di un esperimento atomico, morirono pescatori giapponesi che si trovavano
a navigare nelle acque circostanti.
Tutto
è nuovo a Hiroshima, ricostruito dopo la spaventosa esplosione, ma segni
indelebili rimangono nella città e nei nuovi edifici, molte volte replica
esatta di quelli distrutti. Si avverte, comunque, una mancanza di continuità.
È una sensazione difficilmente definibile, per la quale la città appare come
la riproduzione di qualcosa di morto.»
8
ottobre 1960. Il Departamento de Instrucción del Ministerio de las Fuerzas
Armadas Revolucionarias, pubblica il suo libro più famoso, La Guerra de
Guerrillas, dedicato nel suo prologo al grande amico, comandante Camilo
Cienfuegos, morto in un incidente aereo il 28 ottobre dell'anno precedente.
Tra
l'ottobre e il novembre, sempre del 1960, è in Urss. All'arrivo a Mosca dove è
ricevuto dal vicepresidente del Consiglio, dichiara di aver provato una grande
emozione quando la prima petroliera sovietica Pechino portò a Cuba il
combustibile negato dagli imperialisti.
Da
Mosca si reca in Cina e a Pechino ha un colloquio con Chou En-Lai e con Mao.
All'Istituto di lingue straniere della capitale pronuncia un discorso agli
alunni.
Viaggia
per la Cina e visita una raffineria interessandosi al tipo di macchinari cinesi
e all'industria dei derivati della canna. A Shanghai parla a un comizio indetto
in suo onore.
Visita,
a Wuyan, un complesso siderurgico permanentemente attivo, anche nei giorni
festivi. Firma con Chou En-Lai un trattato di cooperazione economica tra la Cina
e Cuba e un accordo di assistenza scientifica e tecnica.
È
invitato ufficialmente nella Repubblica Democratica di Corea, dove la folla lo
accoglie a Pyongyang al grido di «Viva Fidel!», «Cuba sì, yankees no!».
Colloquia con Kim Il Sung. Visita una fabbrica di acciaio a Wanhai e
l'Esposizione agricola-industriale della Capitale. Il 7 dicembre ripassa per
Pechino, dove invia un messaggio radiofonico al popolo cinese.
Ancora
a dicembre c'è il suo secondo soggiorno a Mosca, dove riprendono le trattative
commerciali. Tiene una conferenza nella Casa dei Sindacati, alla quale
partecipano duemila persone.
Poi
visita la Repubblica Democratica Tedesca.
Attorno
al Natale, rientra a Cuba, dopo essere passato a Praga dove firma con Novotny un
accordo commerciale per il 1961.
Ai
primi di gennaio sempre del 1961, in una trasmissione televisiva, parla dei suoi
viaggi illustrando gli accordi economici raggiunti coi paesi socialisti. Dirà:
«...
Le conversazioni in Unione Sovietica sono state condotte con grande facilità
fin dal primo momento, grazie allo spirito con cui i dirigenti dei paesi
socialisti hanno saputo analizzare la richiesta cubana».
In
un altro punto del suo intervento:
«Hanno
anche avuto la straordinaria delicatezza -- cosa che personalmente non
dimenticherò mai -- di invitarmi, in quanto capo della delegazione cubana,
nella tribuna della sfilata del 7 novembre, riservata soltanto ai membri della
Presidenza del Soviet Supremo, cioè a venti-venticinque persone. E quando ci
hanno riconosciuto -- è incredibile quanto sia famosa la Rivoluzione cubana in
Unione Sovietica -- hanno cominciato a gridare a squarciagola ``viva Cuba''. È
stato forse uno dei momenti più emozionanti del nostro viaggio.
Anche
in Cina e in Corea la gente vede la Rivoluzione cubana con entusiasmo, e la loro
capacità di sacrificio ci aiuta molto.
Debbo
dire che in questi Paesi abbiamo dovuto parlare di alcuni problemi di cui,
sinceramente, ci vergognavamo un po'.
Abbiamo
detto, per esempio, che il popolo cubano ha bisogno di materie prime per
fabbricare deodoranti... e loro non capivano, perché sono Paesi che hanno
sviluppato la produzione per il benessere generale del popolo, ma devono
superare ancora enormi ritardi se vogliono raggiungere, come sembra vogliano
fare, i Paesi più sviluppati del mondo capitalista nella produzione di articoli
fondamentali.
Ma
io so che da noi c'è sempre carenza di lamette, deodoranti e altri articoli di
questo tipo, che mancano perché, naturalmente, dobbiamo occuparci anche noi di
cose più importanti.
E
va bene: in fin dei conti il sapone e queste cose non si mangiano, e dobbiamo
innanzitutto assicurare il cibo alla gente, il cibo, perché siamo in guerra».
In
quei giorni un decreto del Consiglio dei Ministri crea il ministero
dell'Industria: Ernesto Che Guevara è ora il ministro dell'Industria.
Sono
anni di tremenda attività e di studio. Organizza un seminario sul Capitale che
durerà molti mesi. Studia con una équipe di aiutanti tra cui Borrego, Rom e
Oltusky, i problemi legati all'organizzazione del lavoro. Per circa un anno e
mezzo prende lezioni, due volte la settimana, dal professor Harold H. Anders sui
costi e organizzazione dei flussi di produzione. Studia economia, matematica,
calcolo differenziale e integrale, analisi funzionale, teoria degli insiemi e
programmazione lineare.
LA
RIVOLUZIONE CONTINUA...
In
pochi giorni i mercenari si arrendono e mentre a Cuba la televisione intervista
alcuni di loro, il Presidente degli Stati Uniti, J.F. Kennedy, ammette la
responsabilità degli Usa e annuncia l'embargo totale contro Cuba, che dura
ancora oggi.
A
luglio, il Ministero dell'Industria dà vita a un regolamento interno che servirà
da modello a tutti gli altri ministeri. Sul piano statale segna il primo grande
passo organizzativo.
In
agosto il Che è Presidente della Delegazione Cubana alla Conferenza del Consejo
Interamericano Economico Social (CIES) che si svolge a Punta del Este, in
Uruguay.
Arriva
a Montevideo ed è acclamato, nonostante le rigide misure repressive, da una
folla che inneggia alla bandiera della rivoluzione cubana. Nella seduta di
apertura del Consejo, quando a nome di tutti i presenti il delegato del Perù
ringrazia «le mani amiche che vengono tese», il Che sottolinea che... le mani
amiche sono quelle degli Stati Uniti... le stesse che hanno compiuto
l'aggressione economica e militare contro Cuba!
Poi
presenta ventinove progetti della delegazione cubana proponendoli allo studio
delle commissioni. Tiene una conferenza stampa e ha un incontro con i dirigenti
economici (CGE) del settore imprenditoriale argentino, che dichiarano di
condividere la sua proposta d'intensificare il commercio tra Cuba e l'Argentina.
All'Università di Montevideo tiene un discorso a un grandissimo gruppo di
studenti, attentissimi.
Poi
andrà a Buenos Aires, dove s'incontra col Presidente argentino Arturo Frondizi.
Su invito ufficiale del governo brasiliano arriva a Brasilia dove ha un
colloquio con Janio Quadros.
1962,
ANNO DELLA PIANIFICAZIONE
«Dobbiamo
unirci ancora con forza intorno ai nostri fucili per l'unità dei lavoratori,
unirci intorno all'unica voce che guidi tutto il popolo verso la sua meta
definitiva, unirci con spirito intransigente, non permettere che si semini la
divisione, perché i fratelli che litigano -- diceva Martín Fierro -- sono
facile preda dei nemici.
E
l'impero conosce bene questa massima popolare, che il poeta ha semplicemente
trascritto; l'impero sa che bisogna dividere per vincere...
Se
la massima può essere applicata a un popolo, dev'essere applicata anche a tutti
i popoli il cui sviluppo non sia completo. Dobbiamo unirci tutti: tutti i popoli
del mondo devono unirsi per ottenere la cosa più sacra, che è la libertà, il
benessere economico, l'assenza di problemi irrisolvibili, sapere che con il
lavoro di tutti i giorni, entusiasta e costruttivo, possiamo raggiungere la
nostra meta, senza che nulla ostacoli il nostro cammino».
Riguardo
alla politica di divisione dei popoli portata avanti dall'imperialismo, il Che
afferma:
«Arrivano
dove le masse sono uguali e cercano di dividerle in neri e bianchi, in più
capaci e meno capaci, in istruiti e analfabeti; poi operano successive divisioni
fino a ottenere l'individuo e a fare dell'individuo il centro della società...
Noi dobbiamo dimostrare al popolo che la sua forza non consiste nel credersi
migliore o peggiore degli altri, ma nel conoscere i propri limiti così come la
forza dell'unione, nel sapere che due persone contano più di una, dieci più di
due, e cento più di dieci. E sei milioni più di cento!»
Il
15 aprile, nel discorso di chiusura del congresso nazionale della «Central
Trabajadores Cubanos» (Confederazione del lavoro), il Che annuncia l'inizio
della fase dell'emulazione socialista in tutto il Paese sottolineandone la
funzione importante per l'adempimento del piano economico. Alla vigilia
dell'arrivo, a settembre, dei missili sovietici a Cuba, compie un viaggio nell'Urss.
Il
Che sul suo essere rivoluzionario e marxista:
«Ci
sono verità così evidenti, così assimilate dai popoli, che è inutile
discuterle. Si deve essere marxisti con la stessa naturalezza con cui si è
newtoniani in fisica o pasteuriani in biologia, perché se nuovi fatti
determinano nuovi concetti, ciò che è passato mantiene comunque la sua parte
di verità.
È
il caso, ad esempio, della teoria della relatività di Einstein e della teoria
dei ``quanta'' di Planck in rapporto alle scoperte di Newton: le nuove scoperte
non tolgono nulla alla grandezza dello scienziato inglese. Grazie a Newton, la
fisica è potuta avanzare fino a formulare una nuova concezione dello spazio. Lo
studioso inglese rappresenta il necessario scalino intermedio.
A
Marx, come pensatore, come studioso delle dottrine sociali e del sistema
capitalista in cui dovette vivere, si possono ovviamente imputare alcune
imprecisioni. Noi latino-americani, ad esempio, possiamo non essere d'accordo
con la sua interpretazione di Bolívar o con l'analisi della situazione
messicana compiuta da lui e da Engels in base a certe teorie delle razze e delle
nazionalità oggi inammissibili.
Ma
i grandi uomini destinati a scoprire verità luminose vivono nonostante i loro
piccoli difetti, che servono soltanto a dimostrarci che anch'essi sono esseri
umani, persone che, nonostante la grandezza del loro pensiero, possono
sbagliare.
Per
questo motivo, riconosciamo le verità essenziali del marxismo come facenti
parte del patrimonio culturale e scientifico dei popoli, e le assumiamo con
naturalezza, come qualcosa che non ha bisogno di essere discusso.
Il
merito di Marx è stato di aver prodotto nella storia del pensiero sociale un
immediato cambiamento di qualità: ha interpretato la storia, compreso la sua
dinamica, previsto il futuro. Ma in questa previsione va al di là del proprio
compito scientifico ed esprime un concetto rivoluzionario: non ci si deve
limitare a interpretare la natura, bisogna trasformarla. L'uomo cessa di essere
schiavo e strumento del mezzo e diventa architetto del proprio destino...»
LA
CRISI DI OTTOBRE
Il
Che è designato a guidare il fronte dell'Esercito Occidentale nella provincia
di Pinar del Rio, giurisdizione municipale La Palma, a circa tredici chilometri
da San Andrés de Caiguanabo, dove nasce il fiume San Diego. Stabilirà il suo
comando nella «Cueva de Los Portales» che prende il nome da un'antica famiglia
spagnola.
L'aveva
identificata, quella meravigliosa grotta, alcuni anni prima; è millenaria,
ampia e piena di luce. Anche oggi arrivano, come ogni anno, piccole rondini
dalla California che volano incuranti dell'embargo dei vari presidenti Usa;
rocce, come giganti, difendono la grotta da occhi indiscreti. In un ambiente
lussureggiante ravvivato da una leggera frescura e da canti di uccelli, colmo di
profumi di alberi antichi, il leggendario Comandante ha organizzato una grande
tavola per i pasti o le riunioni e l'immensa vasca di cemento per l'acqua. Armi
e munizioni erano ben nascoste.
Fuori
della grotta, verso il bosco, si esercitavano a sparare. Nello spazio antistante
al suo ingresso, il posto di comando, il letto del suo aiutante, un tavolo di
legno dove scriveva; spinta dentro la roccia, la sua stanza fredda e buia, col
letto coperto da un lenzuolo bianco. Inserita nella roccia, una targa: «Qui ha
dormito il Comandante Ernesto Che Guevara».
Poco
più a valle, di fianco a un rumoreggiante ruscello, un camping annuncia la
Cueva de Los Portales.
In
quei giorni il mondo è attraversato da una grande paura. In tantissime
capitali, soprattutto latino-americane, avvengono manifestazioni di appoggio
alla pace che si vede in grande pericolo. Anche il «papa buono», Giovanni
XXIII chiede a Krusciov e Kennedy, i padroni del mondo, di riprendere il
dialogo.
Che
faranno?
A
La Paz, in Bolivia, i lavoratori si mobilitano al grido di «Cuba, Cuba».
Proprio su quelle piazze, negli scontri con la polizia muoiono cinque
manifestanti e ci saranno centinaia di feriti.
Verso
la fine di ottobre la crisi rientra e il mondo tira un sospiro di sollievo.
Pochi
giorni prima, il 20 ottobre 1962, nell'anniversario della fondazione delle
organizzazioni giovanili diventate «Union de Jovenes Comunistas», il Che aveva
attaccato con durezza il settarismo, il conformismo, il distacco tra dirigenti e
masse popolari, esaltando lo spirito internazionalista:
«Occorre
dichiarare guerra al conformismo, a ogni tipo di conformismo. Essere sempre
aperti a nuove esperienze, per adattare la grande esperienza dell'umanità, che
avanza da molti anni lungo il sentiero del socialismo, alle condizioni concrete
del nostro Paese, alle realtà esistenti a Cuba; e pensare -- tutti e ognuno di
noi -- a come cambiare la realtà, a come migliorarla».
Osserva
alcuni visi di quei giovani che andavano a sentirlo sempre volentieri e
prosegue:
«Il
giovane comunista deve proporsi di essere sempre il primo in ogni cosa, lottare
per essere il primo, e sentirsi a disagio se occupa il posto sbagliato... Essere
un esempio, fare da specchio ai compagni che non appartengono alla gioventù
comunista, fare da specchio agli uomini e alle donne di età più matura che
hanno perso un po' dell'entusiasmo giovanile, che hanno perso la fede nella
vita, e che davanti allo stimolo di un esempio reagiscono sempre bene. Questo è
un altro compito dei giovani comunisti».
Un
attimo di silenzio e poi:
«Oltre
a questo, voi dovete avere un grande spirito di sacrificio, uno spirito di
sacrificio non soltanto nelle giornate eroiche, ma in ogni momento. Sacrificarsi
per aiutare il compagno nelle piccole mansioni, perché possa svolgere il
proprio lavoro, perché possa compiere il proprio dovere a scuola e perché
possa comunque migliorare. Essere sempre attento alla massa che lo circonda.
Ovvero,
vi chiedo di essere essenzialmente umani, ma così umani da avvicinarvi al
meglio di ciò che è umano, purificare il meglio dell'uomo attraverso il
lavoro, lo studio, l'esercizio della solidarietà continua con il popolo e con
tutti i popoli del mondo; sviluppare al massimo la sensibilità fino a sentirvi
angosciati quando in qualche angolo di mondo si uccide un uomo ed esultare
quando in qualche angolo di mondo si alza una nuova bandiera di libertà.
Il
giovane comunista non può farsi limitare dalle frontiere di un territorio: il
giovane comunista deve praticare l'internazionalismo proletario e sentirlo come
cosa sua!
(...)
Ci sarebbero tante cose di cui parlare. Ma dobbiamo anche compiere i nostri
doveri. E ne approfitto per spiegarvi perché vi saluto. Vi saluto perché vado
a compiere il mio dovere di lavoratore volontario in una fabbrica tessile dove
stiamo lavorando da tempo».
A
proposito della burocrazia:
«È
evidente che il burocratismo non nasce con la società socialista e non ne è
neppure una componente obbligatoria. La burocrazia statale esisteva all'epoca
dei regimi borghesi con il suo corteo di prebende e lacchè, dal momento che
all'ombra del sistema viveva un gran numero di opportunisti che costituivano la
corte del politico di turno. In una società capitalista in cui tutto l'intero
apparato statale è messo al servizio della borghesia, l'importanza dirigenziale
del burocratismo è minima: esso dev'essere abbastanza permeabile da permettere
il movimento degli opportunisti e abbastanza ermetico da stringere il popolo
nelle sue maglie».
Il
Che spiega che se andassimo a ricercare le sue radici nel momento attuale, a
vecchie cause si aggiungerebbero alcune ragioni fondamentali:
«mancanza
di motore interno. Con questo intendiamo la mancanza di interesse dell'individuo
a rendere un servizio allo Stato e a superare una data situazione. Si basa su di
una mancanza di coscienza rivoluzionaria o comunque sul conformismo nei
confronti di ciò che va male.
Un'altra
causa è la mancanza di organizzazione. Spesso l'unica via d'uscita trovata da
un buon numero di funzionari consiste nel richiedere più personale per compiere
un lavoro che potrebbe essere facilmente realizzato con un poco di logica e
senza inutili complicazioni.
Non
dobbiamo dimenticare, comunque, per fare davvero una sana autocritica, che della
maggioranza dei mali burocratici è responsabile la direzione economica della
Rivoluzione».
A
maggio aveva giocato a scacchi con il famoso campione sovietico Boris Spasskij
che era stato da lui felicitato per la sua grande partita al torneo di
Capablanca in Memoriam. Assiste a tutte le partite e gioca con altri maestri
presenti al torneo.
A
giugno sfida, in una partita simultanea, trentatré lavoratori del ministero
dell'Industria e l'esperto nazionale Rogelio Ortega al quale s'impone in
ventidue mosse. Sempre nel giugno del 1962, aveva ricevuto il figlio di Hugo
Pecce, peruviano, al quale invia il suo libro Guerra di Guerriglia con la
dedica: «Al Dottor Hugo Pecce que provocara sin saberlo quizás, un gran cambio
en mi actitud frente la vida y la sociedad, con el entusiamo aventurero de
siempre, pero encaminado a fines más armónicos con las necesidades de América».
NESSUNO
E’ LIBERO FINCHE’ ANCHE UN SOL UOMO NEL MONDO SARA’ IN CATENE
A
volte capita che lo trovano addormentato sulle scale, non osano svegliarlo, lo
osservano finché lui si alza, scuote il capo e va verso il suo ufficio.
Il
17 febbraio del 1963, nel Campo della «Central Brasil», Provincia di Camagúey,
organizza una ennesima «emulazione fraterna» riguardante la raccolta della
canna da zucchero, con altri lavoratori: vince la gara, acquista bibite per
tutti e si felicita con i compagni che invita a pranzo.
Il
primo maggio sfila sulla Piazza della Rivoluzione.
Sempre
nel 1963, a luglio, compie il viaggio in Algeria dove presenzia ai
festeggiamenti del primo anniversario dell'indipendenza del popolo algerino che
dopo più di centotrenta anni si era liberato del colonialismo francese.
Partecipa al seminario di pianificazione di Algeri. È a colloquio con Ben
Bella, visita la Cabilia, la zona dov'era installato lo stato maggiore
dell'Esercito di Liberazione algerino e incontra Boumedien.
In
un'intervista, dichiara che Cuba e l'Algeria devono servire d'esempio a tutti i
Paesi dell'America e a quelli dell'Africa.
Ritorna
a La Habana in compagnia di Boumedien invitato per i festeggiamenti del 26
Luglio in rappresentanza del suo Paese.
Visita
i centri industriali cubani, le fabbriche, pilotando un aereo Cessna; spesso è
in compagnia della moglie Aleida.
Nel
febbraio del 1964 tiene una conferenza alla televisione sull'automazione e la
meccanizzazione per lo sviluppo di nuove industrie. È uno dei primi ministri
del mondo che parla dello sviluppo tecnologico e dell'informatizzazione. A marzo
è alla testa della delegazione cubana che assiste alla conferenza sul commercio
e lo sviluppo convocata dall'Onu a Ginevra. Sarà intervistato da ottanta
giornalisti nel salone del Palazzo delle Nazioni Unite. In questo incontro
internazionale, sottolinea l'importanza di riunioni periodiche tra i Paesi
sottosviluppati, per definire il futuro politico, commerciale e tecnologico.
Sull'economia e sui sistemi di finanziamento, sentiamo il ministro Guevara: «Ci
interessa confrontarci con il cosiddetto calcolo economico. Insistiamo
sull'autogestione finanziaria di questo sistema, in quanto caratteristica
fondamentale di differenziazione, e su un nuovo approccio allo stimolo
materiale, in quanto è su questa base che si stabilisce la differenziazione».
In
un'altra occasione dirà: «Non si tratta di una società comunista sviluppatasi
su basi comuniste, ma di una società uscita dal capitalismo, che nell'aspetto
economico, morale e intellettuale, porta il marchio della vecchia società da
cui deriva...»
E
aggiunge: «Il sistema di bilancio del finanziamento si basa sul controllo
centralizzato dell'attività dell'impresa, il cui piano e la cui gestione
economica sono controllati da organismi centrali in forma diretta; questa
impresa non ha fondi propri né riceve crediti bancari, e si avvale, a livello
individuale, dello stimolo materiale, cioè di premi e punizioni monetarie al
singolo o, in particolari circostanze, alla collettività; lo stimolo materiale
diretto, comunque, è limitato alla forma di pagamento della tariffa salariale».
In
questi giorni scrive a Maria Rosario Guevara, Casablanca Marruecos.
«Compañera,
la verità è che non so molto bene da che parte della Spagna abbia avuto
origine la mia famiglia. I miei antenati sono andati via dalla Spagna molto
tempo fa con ``una mano dietro e l'altra davanti'' e se io non me li ricordo così
è per la scomodità della posizione!
Non
credo che possiamo essere parenti molto stretti, ma se Lei è capace di tremare
d'indignazione ogni volta che si commette una ingiustizia nel mondo, allora
siamo compagni, che è più importante.»
Un
saludo revolucionario,
«Patria
o Muerte» Venceremos
Cmdte.
Ernesto Che Guevara
Al
Dr. Eduardo B. Ordaz Ducungé Director Hospital Psiquiatrico La Habana
«Carissimo
Ordaz, ho ricevuto la vostra rivista; anche se ho poco tempo, poiché mi
sembrano interessanti i temi da voi trattati, cercherò di leggerla al più
presto.
Ho
comunque una curiosità: come si possono stampare 6300 copie di una rivista
specializzata, quando non c'è nemmeno quella quantità di medici in tutta Cuba?
Debbo
dirti la verità: mi viene un dubbio atroce che porta la mia povera anima verso
l'apertura di una psicosi neuro-economica... non è che i topi staranno usando
le riviste per approfondire le proprie conoscenze psichiatriche oppure per
riempire i loro piccoli stomaci? O, magari, non è che ogni malato ha sul
proprio comodino una copia della detta pubblicazione?
In
ogni caso ci sono tremila copie in più nella tiratura; ti prego di riflettere
su questo.
Seriamente,
la rivista è molto buona, la tiratura intollerabile.
Credimi
perché i pazzi dicono sempre la verità».
Revolucionariamente,
«Patria
o Muerte» Venceremos
Cmdte.
Ernesto Che Guevara
Ad
Aleida Coto Martínez Subdirectora de Educación Primaria, Puerto Regia
Guanabacoa del Ministerio de Educación
«Cara
compagna,
La
ringrazio per quanto mi ha inviato.
A
volte anche noi rivoluzionari ci sentiamo soli; persino i nostri figli ci
guardano come se fossimo estranei; ci vedono troppo poco e a volte ci chiamano
``zio''.
I
lavori che mi ha fatto avere mi hanno fatto ritornare per un istante a un
compito che noi alunni avevamo fatto in occasione di una visita di un Presidente
della Repubblica, in Argentina: io frequentavo la seconda o terza elementare. La
differenza fra quello che esprimevamo allora, quei bambini, e i nostri della
rivoluzione cubana, ci fa sentire sicuri dell'avvenire!»
Revolucionariamente,
«Patria
o Muerte» Venceremos
Cmdte.
Ernesto Che Guevara
A
Haydeé Santamaría Directora Casa de las Americas Calle G y tercera, Vedado,
Habana
«Cara
Haydeé,
Ho
dato istruzione alla Unione degli Scrittori perché mettessero quei soldi a
vostra disposizione, quale misura di transazione per non entrare in una lotta di
principi che potrebbe assumere toni profondi... per una sciocchezza. La cosa
principale è che non posso accettare una lira da un testo che in fondo non fa
altro che raccontare le peripezie di una guerra!
Usa
quei soldi come meglio credi.»
Un
saludo revolucionario
«Patria
o muerte, Venceremos»
Comandante
Ernesto Che Guevara
Il
9 agosto del 1964 partecipa a una partita di pelota; è la prima volta che vi
gioca e occupa la seconda base nel gruppo guidato dal presidente Fidel Castro.
Tra
il 4 e il 18 di novembre è a Mosca per assistere ai festeggiamenti per il
quarantasettesimo anniversario della rivoluzione di ottobre. Visita
l'Esposizione Industriale permanente di Mosca, l'Istituto d'Automazione e una
fabbrica di macchine utensili discutendo a lungo con gli operai.
Inaugura
l'Associazione Cuba-Urss il cui presidente è Gagarin.
È
POSSIBILE CREARE UN FRONTE DI LOTTA...
A
dicembre è a New York alla testa della delegazione cubana per partecipare alla
XIX assemblea dell'Onu e pronuncia, il giorno 11, il suo discorso.
Pensando
al Congo, alla morte di Patricio Lumumba e all'assunzione del potere di Moisés
Tshombe, dice:
«Mi
riferisco, nella fattispecie, al Congo, doloroso e unico esempio nella storia
del mondo moderno di come ci si possa fare beffe, con la più assoluta impunità
e con il più offensivo cinismo, del diritto dei popoli. Causa diretta di tutto
questo sono le ingenti ricchezze del Congo che le nazioni imperialiste vogliono
mantenere sotto il proprio controllo.
(...)
Come si fa a dimenticare la forma in cui è stata tradita la speranza riposta da
Patricio Lumumba nelle Nazioni Unite? Come si possono dimenticare i giochi e le
manovre che sono seguiti all'occupazione del Congo da parte delle Nazioni Unite,
sotto i cui auspici hanno agito impunemente gli assassini del grande patriota?»
Parte
per l'Algeria dove concede un'intervista a Josie Franz Fanon per «Revolution
Africaine».
Siamo
nel 1965, anno dell'agricoltura a Cuba, e dei rapporti di Ernesto Che Guevara de
la Serna con l'Africa e il suo popolo.
Ai
primi di gennaio è in Congo dove s'incontra col presidente Debat e coi
dirigenti rivoluzionari angolani, Agostino Neto e Lucio Lara. Neto gli chiede
l'invio di istruttori cubani.
Poi
va in Mali, dove incontra gli operai della Société des conserves du Mali; a
colloquio con Modibo Keita insiste sulla situazione internazionale e africana in
particolare, e sui problemi interni dei rispettivi Paesi.
A
proposito dei movimenti di liberazione internazionale, in America Latina,
dichiara:
«La
lotta rivoluzionaria contro l'intervento degli Stati Uniti sta assumendo sempre
più un carattere continentale. In America Latina, il potere rivoluzionario sta
attraversando, per il momento, la tappa dell'azione armata. Lasciar passare il
tempo significa solo aumentare i rischi di un violento scontro frontale tra i
popoli latino-americani e il governo degli Stati Uniti».
A
Cuba, a febbraio, vicino a Pinar del Rio, un centinaio di volontari si appresta
a indossare la divisa internazionalista che li porterà a fianco del Che in
Congo. Nello stesso periodo si recherà in Congo, Guinea, Ghana, Dahomey (oggi
Benin), Tanzania. Nei discorsi, tocca soprattutto i temi dell'istruzione,
dell'organizzazione e appena può s'incontra con i dirigenti sindacali.
Il
tasto su cui torna sempre, però, in qualsiasi occasione, è quello della
inesauribile pratica neocolonialista dei grandi interessi economici mondiali in
America Latina, in Africa e in Asia e la necessità, quindi, di una unità
d'azione tra i popoli di questi tre grandi e importanti continenti.
Mi
piace qui ricordare una frase del Che sul «liberalismo totale» nel mondo: «Il
liberalismo totale? Lo si può definire come una libera volpe in un libero
pollaio».
SORELLA AFRICA
L'11,
in una conferenza stampa a Dar-es-Salaam: «Dopo il mio viaggio attraverso molti
paesi africani sono convinto che è possibile creare un fronte comune di lotta
contro il colonialismo, l'imperialismo e il neocolonialismo».
Ritorna
in Algeria, poi va in Egitto, visita vari complessi metallurgici e tessili della
capitale, la diga di Assuan, una fabbrica di fertilizzanti e lo zuccherificio
Komombo. Compie un viaggio di propaganda in compagnia di Nasser e parla, discute
e cerca di capire.
La
stampa internazionale scrive che gli Stati Uniti stanno pagando con parecchi
morti l'occupazione del Vietnam. Guerriglieri nordvietnamiti attaccano Saigon.
Negli Usa i giovani e gli studenti iniziano a guardare al Vietnam con occhi più
attenti.
Tania,
la guerrigliera preparata dal Che, fissa il suo radicamento in Bolivia e
stabilisce rapporti con importanti personalità del governo boliviano, militari,
artisti, giornalisti, diplomatici.
Dall'Egitto
il Che, invia un messaggio a sua zia Beatrice:
«Da
un angolo del continente da cui i tuoi avi, come dicono le malelingue, ti
arricciarono per sempre i capelli, ricevi il doveroso abbraccio filiale di colui
che ti ricorda ovunque lo portino le sue ossa vagabonde. Saluti a tutti. Un
bacio dal tuo dimenticato Ernestito».
A
sua figlia Hildita:
«Mia
cara, quando riceverai questo biglietto sarò in un qualche Paese africano e tu
avrai compiuto nove anni. Ti mando questo regalino di ricordo; non so se ti è
grande o piccolo, ma in un dito o nell'altro della mano ti entrerà. Ho molta
voglia di vederti. Sono via da due mesi e tutto sarà un po' cambiato...»
Rientra
a La Habana, via Praga, il 14 marzo del 1965. All'areoporto ci sono Fidel
Castro, Dorticos, Carlos Rafael Rodriguez e Orlando Borrego.
È
l'ultima volta che Ernesto Guevara, detto il Che, compare in pubblico.
IL
CHE SCOMPARE AGLI OCCHI DEL MONDO
A
tale proposito la parola va a Fidel Castro:
«Aveva
molte idee, a partire dall'esperienza fatta a Cuba, di quello che si poteva
organizzare. Stava pensando alla sua patria; ma non pensava soltanto alla
stessa, pensava a tutta l'America (...) Era molto interessato anche ai problemi
internazionali, ai problemi dell'Africa. In quel periodo c'era stato
l'intervento dei mercenari in Congo Belga, oggi Zaire; era morto Lumumba e nello
Zaire vigeva un regime neo-coloniale e si stava organizzando un movimento di
lotta armata.
Questo
movimento rivoluzionario aveva bisogno di aiuto e a un certo punto ci chiese di
mandare istruttori e combattenti, di preparare una missione internazionalista...
Fui
proprio io a suggerire che occorresse aspettare, ma il Che desiderava preparare
quadri, sviluppare l'esperienza della guerriglia, e allora noi lo facemmo
responsabile del gruppo dei cento cubani che andarono ad aiutare i rivoluzionari
nell'attuale Zaire. Non rendemmo pubblica la notizia».
Quel
silenzio sulla scomparsa di Ernesto Che Guevara costerà molto caro a Cuba.
Pochi
mesi dopo, una disinformazione molto acuta sollecita, a livello internazionale,
l'attenzione sul Che, che, si dice, è stato assassinato dai dirigenti cubani
Fidel Castro e Raúl Castro.
Addirittura,
in tutta l'America Latina, compaiono manifesti sui quali il padre del Che, Don
Ernesto Guevara Lynch, chiede ai due leaders cubani il cadavere del figlio. Vani
sono i tentativi del padre di denunciare l'uso diffamatorio del suo nome e della
sua immagine: le agenzie internazionali non riportano la sua veemente smentita.
Siamo
al 30 Marzo del 1965. Il Che ha bisogno di un passaporto nuovo. A uno a uno
scompaiono i suoi bei capelli scuri. Dopo vari tentativi e sofferenze, è a
posto; rimangono solo pochi ciuffi ai lati delle orecchie; ingrassa, anche.
La
giornalista Juana Carrasco, che lo incontra segretamente a La Habana, non lo
riconosce.
Entra
in una sala e glielo mostrano: è un uomo bianco, pelato, chi è? Glielo dicono
e lei rimane di stucco.
In
Congo, Ernesto Che Guevara entra con un passaporto intestato a Ramón Benítez.
Il
1º aprile del 1965, scrive la lettera di addio ai suoi genitori e ai suoi
figli:
«Cari
vecchi,
Un'altra
volta sento sotto i miei talloni la costola di Ronzinante e torno sulla vecchia
strada.
Quasi
dieci anni fa vi ho scritto un'altra lettera di addio. Ricordo che con voi mi
lamentavo di non essere un miglior soldato e anche un medico migliore; la
seconda cosa non mi interessa più. Come soldato, ora, non sono poi così male.
Nel
profondo nulla è cambiato, salvo che sono molto più cosciente e il mio
marxismo si è fortificato e depurato. Credo nella lotta armata come unica
soluzione per i popoli che lottano per la loro liberazione e sono coerente con
quello in cui credo.
Certamente
molti mi chiameranno avventuriero, e lo sono, ma di un tipo diverso e di quelli
che mettono a disposizione la propria pelle per dimostrare le proprie verità.
Può
essere che questa lettera sia quella definitiva. Non la cerco, ma è dentro il
logico calcolo delle possibilità. Se sarà così, ricevete il mio ultimo
abbraccio.
Vi
ho voluto molto bene, solo che non ho saputo esprimere la mia affettuosità;
sono estremamente rigido nelle mie azioni e credo che a volte anche voi non mi
abbiate capito.
Certo,
non era facile capirmi. D'altra parte, credetemi, soltanto oggi una volontà,
che ho acquisito quasi con ricerca d'artista, mi permette di sostenere due gambe
deboli e i miei polmoni stanchi.
Ricordatevi
ogni tanto di questo piccolo condottiero del secolo ventesimo.
Un
bacio a Celia, a Roberto, Juan Martín, a Beatriz, a tutti.
Un
grande abbraccio dal vostro figliol prodigo, recalcitrante, per voi.
Ernesto».
«Ai
miei figli.
Carissimi
Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto.
Se
un giorno leggerete questa lettera sarà perché io non ci sarò più. Quasi non
vi ricorderete di me: i più piccoli non ricorderanno nulla. Vostro padre è un
uomo che agisce come pensa e sicuramente è stato leale con le proprie
convinzioni. Crescete come buoni rivoluzionari, studiate molto per acquisire la
tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi, comunque, che la
rivoluzione è la cosa più importante e che ognuno di noi, da solo, non vale
niente.
Soprattutto
siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi qualsiasi
ingiustizia commessa contro qualsiasi persona, in qualsiasi parte del mondo. È
la qualità più bella di un rivoluzionario.
Hasta
siempre piccoli figli, spero di vedervi ancora.
Un
bacio immenso e un grande abbraccio dal vostro papà».
Sempre
in aprile, Fidel Castro, ai giornalisti stranieri che gli chiedono dove sia mai
finito il Che, risponde:
«L'unica
cosa che posso dirvi del comandante Guevara è che è, e sarà sempre, dove è
più utile alla rivoluzione e che i rapporti tra lui e me sono ottimi, come ai
primi tempi in cui ci conoscemmo, direi anzi molto migliori. Credo che il suo
viaggio in Africa sia stato di grande utilità. È andato anche in Cina con una
delegazione nostra. È un uomo versatile, di straordinarie capacità. Uno dei
dirigenti più completi».
A
maggio, in Zaire, il Che riceve la brutta notizia che sua madre sta molto male e
che non aveva potuto leggere la lettera che gli aveva inviato prima di partire
dall'Habana.
Nei
combattimenti, i rivoluzionari zairesi, aiutati dai cubani, riportano molte
vittorie contro le forze mercenarie e katanghesi.
Il
Che si muove come al solito: combatte, medica sia i ribelli che i contadini che
riportano ferite nei combattimenti, prepara sempre spazi dedicati alla scuola e
all'educazione. Ribadisce più volte che non è lì per lottare al posto degli
zairesi, ma al loro fianco. È dai capi della resistenza, che lo hanno chiamato,
che prenderà gli ordini. Utilizza un dizionario swahili-francese.
Sono
con lui anche José María Martínez Tamayo, Harry Villegas e altri compagni
della Sierra che lo accompagneranno anche in Bolivia. Raccomanda ai cubani di
non lamentarsi dei disagi del dormire sulla paglia o su una base di guano secco.
Quando
gli danno una pasta fatta di salsa e farfalle, fa fatica a mangiarla, ma alla
fine la mangia senza discutere.
Il
28 settembre, nel quinto anniversario della creazione dei Comitati di Difesa
della rivoluzione, Fidel ribadisce:
«...Parleremo
al popolo del compagno Ernesto Guevara. I nemici hanno messo in giro molte
illazioni e molte voci; voci a volte confuse, a volte tendenti a confondere, a
insinuare... noi presto leggeremo un documento del compagno Guevara che spiegherà
la sua assenza in questi mesi».
E
ancora, il 3 ottobre 1965, Fidel dichiara:
«C'è
un vuoto nel nostro Comitato Centrale, di una persona che possiede come nessun
altro tutti i meriti e le virtù necessarie per appartenervi e che pure non
figura tra i suoi membri. Su questo il nemico ha potuto formulare mille
congetture, ha cercato di confondere le acque, di seminare zizzania, dubbi;
siccome era necessario pazientare, abbiamo pazientato. E gli interpreti, gli
specialisti di questioni cubane, le macchine elettroniche, hanno lavorato senza
tregua per far luce su questo mistero e si chiedevano se Ernesto Guevara fosse
stato vittima di un'epurazione, se era ammalato, se aveva avuto delle divergenze
e cose analoghe.
Naturalmente
il popolo ha fiducia, il popolo ha fede. Ma i nemici si valgono di queste cose,
soprattutto all'estero, per insinuare calunnie. In un regime comunista come
quello cubano, dicono, tenebroso, terribile, gli uomini scompaiono senza lasciar
traccia, indizi, non esiste una spiegazione; ma noi dicemmo, in un'occasione, al
popolo, quando il popolo cominciò a notarne l'assenza, che a tempo debito
avremmo parlato perché esistevano dei motivi per aspettare a farlo».
Poi
legge la lettera di addio inviatagli dal Che prima della partenza da Cuba.
«A
Fidel Castro
``Año
de la Agricultura'' La Habana,
31
marzo 1965
Fidel:
me
recuerdo en esta hora de muchas cosas, de cuando te conocí en casa de María
Antonia, de cuando me propusiste venir, de toda la tensión de los preparativos.
Un
día pasaron preguntando a quién se debía avisar en caso de muerte y la
posibilidad real del hecho nos golpeó a todos. Después supimos que era cierto,
que en una revolución se triunfa o se muere (si es verdadera). Muchos compañeros
quedaron a lo largo del camino hacia la victoria.
Hoy
todo tiene un tono menos dramático porque somos más maduros, pero el hecho se
repite. Siento que he cumplido la parte de mi deber que me ataba a la Revolución
cubana en su territorio y me despido de ti, de los compañeros, de tu pueblo que
ya es mío.
Hago
formal renuncia de mis cargos en la Dirección del Partido, de mi puesto de
Ministro, de mi grado de Comandante, de mi condición de cubano. Nada legal me
ata a Cuba, sólo lazos de otra clase que no se pueden romper como los
nombramientos.
Haciendo
un recuento de mi vida pasada creo haber trabajado con suficiente honradez y
dedicación para consolidar el triunfo de la Revolución. Mi única falta de
alguna gravedad es no haber confiado más en ti desde los primeros momentos de
la Sierra Maestra y no haber comprendido con suficiente celeridad tus cualidades
de conductor y de revolucionario. He vivido días magníficos y sentí a tu lado
el orgullo de pertenecer a nuestro pueblo en los días luminosos y tristes de la
Crisis del Caribe.
Pocas
veces brilló más alto un estadista que en esos días, me enorgullezco también
de haberte seguido sin vacilaciones, identíficado con tu manera de pensar y de
ver y apreciar los peligros y los principios.
Otras
tierras del mundo reclaman el concurso de mis modestos esfuerzos. Yo puedo hacer
lo que te está negado por tu responsabilidad al frente de Cuba y llegó la hora
de separarnos.
Sépase
que lo hago con una mezcla de alegría y dolor; aquí dejo lo más puro de mis
esperanzas de constructor y lo más querido entre mis seres queridos...y dejo un
pueblo que me admitió como un hijo; eso lacera una parte de mi espíritu. En
los nuevos campos de batalla llevaré la fe que me inculcaste, el espíritu
revolucionario de mi pueblo, la sensación de cumplir con el más sagrado de los
deberes: luchar contra el imperialismo dondequiera que esté; esto reconforta y
cura con creces cualquier desgarradura.
Digo
una vez más que libero a Cuba de cualquier responsabilidad, salvo la que emane
de su ejemplo. Que si me llega la hora definitiva bajo otros cielos, mi último
pensamiento será para este pueblo y especialmente para ti. Que
te doy las gracias por tus enseñanzas y tu ejemplo al que trataré de ser fiel
hasta las últimas consecuencias de mis actos. Que
he estado identificado siempre con la política exterior de nuestra Revolución
y lo sigo estando. Que
en dondequiera que me pare sentiré la responsabilidad de ser revolucionario
cubano, y como tal actuaré. Que
no dejo a mis hijos y mi mujer nada material y no me apena: me alegra que así
sea. Que no pido nada para ellos pues el Estado les dará lo suficiente para
vivir y educarse.
Tendría
muchas cosas que decirte a ti y a nuestro pueblo, pero siento que son
innecesarias, las palabras no pueden expresar lo que yo quisiera, y no vale la
pena emborronar cuartillas.
Hasta
la victoria siempre. ¡Patria o Muerte!
Te
abraza con todo fervor revolucionario.
``Che''».
«A
Fidel Castro
``Año
de la Agricultura'' La Habana,
31
marzo 1965
Fidel:
in
questo momento mi ricordo di molte cose, di quando ti ho conosciuto in casa di
Maria Antonia, di quando mi hai proposto di venire, di tutta la tensione dei
preparativi. Un giorno vennero a chiederci chi bisognava avvertire in caso di
morte, e il pensiero che questo potesse capitare davvero ci sconvolse. In
seguito comprendemmo che era vero, che in una rivoluzione (quando è vera) o si
trionfa o si muore. Molti compagni sono rimasti lungo la strada verso la
vittoria.
Oggi
ogni cosa presenta un tono meno drammatico perché siamo più maturi, ma la
situazione si ripete. Sento di aver compiuto la parte di dovere che mi legava
alla rivoluzione cubana in territorio insulare, e saluto te, i compagni e il tuo
popolo che ormai è mio.
Rinuncio
formalmente ai miei incarichi nella Direzione del Partito, al mio posto di
ministro, al mio grado di Comandante, alla mia condizione di cubano. Non ci sono
più vincoli legali, ma ciò che mi lega a Cuba non può essere rotto da una
dichiarazione. Ripensando alla mia vita passata, credo di aver lavorato con
sufficiente dignità e dedizione al consolidamento del trionfo della
rivoluzione. L'unica colpa di una certa gravità è stata di non aver riposto la
massima fiducia in te fin dai primi momenti sulla Sierra Maestra e di non aver
compreso con sufficiente velocità le tue qualità di dirigente e
rivoluzionario. Ho vissuto giorni magnifici e stando al tuo fianco mi sono
sentito orgoglioso di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi
della Crisi dei Caraibi. In quei giorni hai mostrato una brillantezza da
statista difficilmente eguagliabile, e sono orgoglioso di averti seguito senza
tentennamenti, identificandomi nel tuo modo di pensare e di vedere, di concepire
i pericoli e i principi.
Altre
terre del mondo reclamano i miei modesti sforzi. Io posso fare quello che la tua
responsabilità nei confronti di Cuba ti vieta di fare, ed è arrivata l'ora di
separarci.
Sappi
che lo faccio con un misto di allegria e dolore; a Cuba lascio la mia più pura
speranza di costruttore e la più amata tra le persone amate... e lascio un
popolo che mi ha accettato come un figlio; ciò lacera una parte del mio
spirito. Porterò sui nuovi campi di battaglia la fede che mi hai inculcato, lo
spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro
dei doveri: lottare contro l'imperialismo in qualunque parte del mondo; questo
riconforta e cura abbondantemente qualsiasi ferita.
Ripeto,
ancora una volta, che libero Cuba da qualsiasi responsabilità, che non sia
quella derivante dal suo esempio. Se la mia ora arriverà sotto altri cieli, il
mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e specialmente per te. Ti ringrazio
per i tuoi insegnamenti e il tuo esempio, a cui cercherò di rimanere fedele
fino alle estreme conseguenze dei miei atti. Ho sempre partecipato alla politica
estera della nostra Rivoluzione e continuo a farlo. Ovunque andrò sentirò la
responsabilità di essere un rivoluzionario cubano, e come tale agirò. A mia
moglie e ai miei figli non lascio nulla di materiale, e questo non mi spiace: mi
fa piacere che sia così. Non chiedo niente per loro, perché lo Stato darà
loro il sufficiente per vivere e studiare.
Dovrei
dire molte altre cose a te e al nostro popolo, ma sento che sono inutili, le
parole non possono esprimere quello che vorrei, e non vale la pena imbrattare la
carta.
Fino
alla vittoria sempre. Patria o Morte!
Ti
abbraccio con tutto il mio fervore rivoluzionario.
``Che''».
![]()
Nello
stesso periodo la permanenza del Che nell'ex Congo Belga termina. Accordi fra
Stati africani e i differenti, e a volte litigiosi, fronti di Liberazione
Nazionale, portano a una specie di cessate il fuoco. I congolesi salutano con
molto calore e rispetto i combattenti cubani che lasciano, dopo circa sette
mesi, lo Zaire.
Il
Che passa di nuovo dalla Tanzania, poi si reca in un paese dell'est europeo dove
viaggia con il passaporto intestato a Raúl Vázquez Rojas, di professione
carpentiere. Sempre sotto pseudonimo, va a La Paz, per incontrare Tania, avere
notizie di amici e parenti.
È
impaziente per la conquista della piena indipendenza dei popoli dell'America
Latina, in special modo pensa alla sua terra d'origine, l'Argentina.
E
poi c'è la Bolivia, dove c'erano state molte manifestazioni popolari contro il
governo.
Pombo,
ricorda: «Il Che esprimeva con insistenza il proposito di andare a lottare per
l'indipendenza della sua patria, l'Argentina; l'idea di lottare per
l'indipendenza del proprio Paese era il suo chiodo fisso. Ma non limitò per
questo l'attività rivoluzionaria e dimostrò, in Guatemala, a Cuba, come nello
Zaire, di essere disposto a dare la propria vita per la liberazione di altri
popoli. Il suo più intimo desiderio, però, era quello di andare a lottare per
l'indipendenza dell'Argentina.
A
un certo punto organizzò un'operazione per creare un focolaio di guerriglia e
preparare le condizioni per andare in Argentina.
Il
lavoro di preparazione di Tania, per esempio, fu iniziato in vista della lotta
in Argentina.
Tornato
a Cuba, chiese a Fidel Castro di non affidargli alcun incarico di governo,
nessuna mansione ufficiale, perché voleva essere libero, in un momento
determinato, di ritornare in patria o di andare a lottare a favore di un altro
popolo.
Io
credo che la sua grande diversità stesse proprio nel suo profondo disinteresse,
nel voler dare tutto ai propri simili, non come se fosse stato Cristo, come lo
intendono oggi molti boliviani, ma come uomo cosciente, pienamente convinto di
ciò che è l'umanità e la giustizia sociale.
Ernesto
Che Guevara era proprio questo: un uomo con un grande senso della giustizia
sociale: ciò è dimostrato anche dal modo in cui sacrificò la propria vita e
cercò una strada per aiutare l'umanità a superare i suoi profondi mali».
15
di Febbraio del 1966: lettera alla figlia Hildita.
«Cara
Hildita,
ti
scrivo, proprio oggi, anche se so che questa lettera la riceverai molto tempo
dopo, perché voglio farti sapere che mi ricordo di te e che spero che nel
giorno del tuo compleanno tu possa essere molto felice.
Ma
sei già quasi donna, e non posso scriverti come se tu fossi una bambina,
raccontandoti stupidaggini e bugie.
Devi
sapere che continuo a essere lontano e che per molto tempo non potrò esserti
vicino, poiché sto facendo quello che posso per lottare contro i nostri nemici.
Non che sia una grande cosa, ma qualcosa cerco di fare e credo che potrai essere
sempre orgogliosa di tuo padre, come io lo sono di te.
Ricordati
che rimangono ancora molti anni di lotta e quando sarai donna dovrai fare anche
tu la tua parte.
Intanto
occorre prepararsi, essere molto rivoluzionarie, che alla tua età vuol dire
imparare molto, tantissimo, e stare sempre pronte ad appoggiare le cause giuste.
Ricordati
anche di obbedire alla tua mamma e di non crederti adulta prima del tempo;
arriverà quel giorno. Devi anche lottare per essere una delle migliori a
scuola. Meglio in ogni senso, e tu sai quello che significa: studio e
atteggiamento rivoluzionario, che vuol dire buona condotta, serietà, amore
verso la rivoluzione, cameratismo.
Io
non ero così quando avevo la tua età ma vivevo in una società diversa, dove
l'uomo era nemico dell'uomo. Ora tu hai il privilegio di vivere un'altra epoca.
Bisogna essere degni della stessa.
Non
dimenticarti di seguire i tuoi fratellini, vigila su di loro e aiutali a
studiare e fai in modo che si comportino bene. Soprattutto guarda Aleidita che
ti segue poiché tu sei la sorella maggiore.
Bene,
vecchia, un'altra volta mi auguro che tu sia molto felice nel giorno del tuo
compleanno. Abbraccia tua madre e Gina e ricevine uno anche tu, grande e
fortissimo, che possa valere per tutto il tempo in cui non ci vedremo.
Tuo
papà».
![]()
La
Bolivia
FINCHE'
UN SOL UOMO RIMARRA' IN CATENE
Sui
compagni di lotta del Che, Fidel Castro ricorda che sollecitò la collaborazione
di un gruppo di uomini: alcuni erano nuovi, altri vecchi guerriglieri che erano
stati con lui anche in Zaire, e chiese che gli fossero di appoggio.
«Fu
lui a scegliere il gruppo; conversò con ognuno di loro, poi noi lo autorizzammo
nella scelta perché era un insieme di guerriglieri già sperimentato, visto che
quello che doveva fare il Che richiedeva gente davvero speciale...»
Il
Comandante è ancora a Cuba. Si presenta come Ramón, lo spagnolo, anche ai
compagni internazionalisti. Per il passaporto boliviano ha modificato anche le
sopracciglia.
È
ancora più calvo e fuma la pipa; veste in modo impeccabile, si sistema la
cravatta dai colori perfetti, porta gli occhiali, calza stivali lucidissimi.
S'incontra
per l'ultima volta con Aleida e i suoi figli, in una casa fuori dalla capitale.
Aleidita Guevara March ricorda che quel Ramón, che diceva di essere amico del
padre, era un uomo strano.
«Ramón»
li invita a cena.
Aleida
March: «Nel vederlo sedersi a capotavola, come faceva normalmente il padre,
Aleidita si sorprese e disse a ``Ramón'' che quello era il posto del suo papà».
Terminata
la cena, Aleidita, insieme ai fratelli, si mette a correre e inciampa in una
gamba del tavolo. Visto che si è fatta male, «Ramón» la prende tra le sue
braccia, la stringe a sé e la porta in cucina per cercare del ghiaccio da
metterle sul bernoccolo... Racconta Aleidita, che non era abituata a quel tipo
di contatto con gli sconosciuti, a quelle affettuosità.
Quando
«Ramón» se ne va, Aleidita, alla madre, dice: «Mi è sembrato che quell'uomo
fosse innamorato di me!»
«Ramón»
regala un pacchetto di caramelle a Celia, un altro ad Aleidita e uno a Camillo
ed Ernesto, pensando che uno dovesse bastare per i due figli maschi; Camillo
invece non lo vuole dividere con Ernesto che si mette a piangere. Aleidita che
aveva già assaggiato le caramelle, dona il proprio pacchetto al fratellino.
«Ramón»
pensa che questo sia un gran bel gesto e dice: «Ecco come sono i fratelli
maggiori... così devono essere!»
Passa
il tempo e Aleida March dice alla figlia: «Non sai come tuo padre se ne sia
andato contento e felice, pensando che tu, sebbene fossi piccola, eri tanto
eccezionale!»
Aleidita
risponde: «Poverino... l'ho fatto perché, in verità, non mi piacevano le
caramelle!»
Il
Che, quel giorno, dopo aver salutato i figli, lascia alla moglie una sua
personale registrazione: è la poesia Poema 20 da 20 Poemas de amor y una canción
desesperada di Pablo Neruda.
Puedo
escribir los versos más tristes esta noche.
Escribir,
por ejemplo: «La noche está estrellada,
y
titilan, azules, los astros, a lo lejos».
El
viento de la noche gira en el cielo y canta.
Puedo
escribir los versos más tristes esta noche.
Yo
la quise, y a veces ella también me quiso.
En
las noches como ésta la tuve entre mis brazos.
La
besé tantas veces bajo el cielo infinito.
Ella
me quiso, a veces yo también la queria.
Cómo
no haber amado sus grandes ojos fijos.
Puedo
escribir los versos más tristes esta noche.
Pensar
que no la tengo. Sentir
que la he perdido.
Oir
la noche inmensa, más inmensa sin ella.
Y
el verso cae al alma como el pasto al rocio.
Qué
importa que mi amor no pudiera guardarla.
La
noche está estrellada y ella no está conmigo.
Eso
es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.
Mi
alma no se contenta con haberla perdido.
Como
para acercarla mi mirada la busca.
Mi
corazón la busca, y ella no está conmigo.
La
misma noche que hace blanquear los mismos árboles.
Nosotros
los de entonces, ya no somos los mismos.
Ya
no la quiero es cierto, pero cuánto la quise.
Mi
voz buscaba el viento para tocar su oido.
De
otro. Será de otro. Como antes de mis besos.
Su
voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.
Yo
no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.
Es
tan corto el amor, y es tan largo el olvido.
Porque
en noches como ésta la tuve entre mis brazos.
Mi
alma no se contenta con haberla perdido.
Aunque
éste sea el último dolor que ella me causa.
Y
éstos sean los últimos versos que yo le escribo.
Posso
scrivere i versi più tristi questa notte.
Scrivere,
ad esempio: «La notte è stellata,
e
scintillano, azzurri, gli astri, in lontananza».
Il
vento della notte gira nel cielo e canta.
Posso
scrivere i versi più tristi questa notte.
Io
l'amai, e a volte anche lei mi amò.
Nelle
notti come questa la tenni tra le mie braccia.
La
baciai tante volte sotto il cielo infinito.
Lei
mi amò, a volte anch'io l'amavo.
Come
non amare i suoi grandi occhi fissi.
Posso
scrivere i versi più tristi questa notte.
Pensare
che non l'ho. Sentire che l'ho perduta.
Udire
la notte immensa, più immensa senza lei.
Il
verso cade sull'anima come sull'erba la rugiada.
Che
importa che il mio amore non potesse conservarla.
La
notte è stellata e lei non è con me.
È
tutto. In lontananza qualcuno canta, lontano.
La
mia anima non si accontenta d'averla perduta.
Come
per avvicinarla il mio sguardo la cerca.
Il
mio cuore la cerca, e lei non è con me.
La
stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.
Noi,
quelli di allora, non siamo più gli stessi.
Più
non l'amo, è certo, ma quanto l'amai.
La
mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.
D'altro.
Sarà di un altro. Come prima dei miei baci.
La
sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.
Più
non l'amo, è certo, ma forse l'amo.
È
così breve l'amore, ed è così lungo l'oblio.
Perché
in notti come questa la tenni fra le mie braccia.
La
mia anima non si rassegna di averla perduta.
Benché
questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,
e
questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.
![]()
VIAGGIO IN BOLIVIA
Il
3 novembre del 1966, il Che parte per la capitale della Bolivia, La Paz, con il
passaporto uruguayano intestato a Adolfo Mena González, professione
commerciante; ha una credenziale con il timbro della Direzione Nazionale
dell'Informazione della Presidenza della Repubblica di Bolivia; la firma in
calce è quella del Capo Gabinetto, signor Gonzalo López Muñoz, che lo
presenta come un inviato speciale dell'Organizzazione degli Stati Americani
(OSA), incaricato di realizzare uno studio informativo sulle relazioni
economiche e sociali esistenti nella campagna boliviana.
Il
7 Novembre, Ernesto Che Guevara raggiunge la fattoria scelta come punto
d'incontro del gruppo che costituirà il focolaio guerrigliero in Bolivia.
Ha
già visto di nascosto Tania. Si trova nel Dipartimento di Santa Cruz; due linee
ferrate collegano la Bolivia all'Argentina e al Brasile.
II
giorno dopo l'arrivo, inizia le perlustrazioni nella zona per costruire gli
accampamenti, che sposterà continuamente, e per cercare grotte dove nascondere
munizioni, rifornimenti e apparecchi radio.
In
dicembre, al gruppo del quale facevano parte anche Villegas, Pombo, Leonardo
Tamayo Nuñez, Urbano si uniscono, tra gli altri, i boliviani Inti e Coco Peredo,
Lorgio Vaca Marchetti, Carlos, e l'altro cubano, José María Martínez Tamayo.
Il
Che, nel suo diario, parla di un comportamento un po' strano di Mario Monje,
segretario generale del Partito Comunista Boliviano, molto vicino all'Unione
Sovietica, che, dopo aver dato comunque la sua adesione incondizionata, il primo
gennaio del 1967, senza nessun preavviso, si ritira.
Proprio
la notte prima, brindando con il Che e gli altri compagni, Monje aveva detto: «Nuestras
vidas non significaban nada frente al hecho de la revolución».
L'11
di febbraio del 1967 appunta sul suo diario che è il giorno del compleanno «del
viejo», suo padre.
Hanno
già incontrato il Rio Grande, lo hanno attraversato e continuano la marcia
verso il fiume Masicurí.
Il
15 ricorda il compleanno della figlia Hildita, e il 18 quello della moglie
Aleida, che chiama affettuosamente Josefina. Il 24 annota il compleanno del
figlio Ernesto.
Dorme
su di una amaca che, quando piove, e questo succede spesso, si trasforma in una
specie di coperta.
Mangiano
come possono e quello che trovano: lumache, frutti selvatici, cuore di palma,
uccelli e, a volte, anche piccole scimmie.
Siamo
alla fine di febbraio: ritrovano il Rio Grande, lo devono di nuovo attraversare
e, il Che, sul diario, piangerà la morte, per annegamento, di Benjamín
Coronado Córdova.
Arrivano,
l'otto marzo, a Tatarenda.
Alcuni
campesinos li ospitano e finalmente riescono a riposare e a mangiare qualcosa di
diverso. Sono seduti a un povero ma benedetto tavolo e hanno davanti riso in
bianco, carne di porco e bevono anche una buona tazza di caffè!
CONTINUA LA MARCIA
Il
governo boliviano, l'11 marzo, sollecita l'aiuto immediato degli Stati Uniti e
stabilisce il coordinamento dei servizi segreti di Argentina, Brasile, Chile,
Perù e Paraguay.
Alcuni
uomini del gruppo che ha portato il sindacalista Moisés Guevara disertano.
Tempo dopo si saprà che uno di questi, Vincente Rocabado, lavorava per la
polizia segreta e per i militari boliviani; Pastor Barrera aveva dato parecchie
informazioni anche alla Cia. A proposito della Cia, si sa che in questi giorni
arrivano a Camiri alcuni dei suoi ufficiali, tra cui un agente di origine
cubana, che si fa chiamare Eduardo Gonzáles.
Il
Che chiede al giornalista Regis Debray, che era riuscito a raggiungerlo, di
informare il mondo, a partire dagli intellettuali Sartre e Russel, che avevano
bisogno di solidarietà, ma soprattutto di soldi e medicine.
Il
23 marzo del 1967 iniziano le operazioni di guerriglia. Una pattuglia
dell'esercito boliviano, in perlustrazione, cade in un'imboscata nella gola di
Nancahuazu; lo scontro produce sette morti, quattordici prigionieri (che
verranno liberati quasi subito, come fa di solito il Comandante) e quattro
feriti, per l'esercito. I guerriglieri, che non hanno subìto perdite, si
impossessano di tre mortai, sedici Mauser, due Bz, tre Uzi, due radio e
vestiario.
Nonostante
il successo, la propaganda negativa dell'esercito boliviano continua e lui
annota sul diario: «Las radios siguen saturadas de noticias sobre las
guerrillas. Estamos rodeados por 2000 hombres en un radio de 120 km, y se
estrecha el cerco, complementado por bombarderos con napalm».
Di
certo, all'aeroporto di Santa Cruz, arriva un aereo nordamericano con quindici
istruttori di antiguerriglia, poiché avevano fatto molta esperienza in Vietnam.
Al
«Movimento di Liberazione della Bolivia», così come è stato definito dal Che
il suo gruppo, si integrano ventinove boliviani, sedici cubani e tre peruviani.
Comunque il Comandante è preoccupato e annota che, ascoltando la radio, ha
capito che i militari boliviani sanno quasi sempre dove sono, con estrema
precisione.
Il
10 aprile un altro distaccamento dell'esercito inviato all'inseguimento cade in
un'imboscata: tre morti, un ferito e sette prigionieri tra i soldati; i
guerriglieri hanno un ferito grave, el Rubio (Jesús Suárez Gayol) che morirà
dopo poco.
L'esercito
arresta quaranta contadini sospettati di appoggio alla guerriglia: alcuni di
loro verranno assassinati e abbandonati nella selva.
Sulla
Bolivia, gli investigatori...
Froilán:
«Nel 1983 io e Adys ci recammo in Bolivia, con la convinzione, lo dico
sinceramente, che il popolo boliviano non avesse capito a sufficienza quello che
il Che voleva fare con la sua lotta e in cuor nostro ci chiedevamo se era valsa
la pena che un uomo come lui fosse andato a morire in Bolivia.
Insomma,
eravamo vittime anche noi del pregiudizio secondo cui i boliviani si erano
mostrati indifferenti, non lo avevano aiutato, non avevano collaborato con i
guerriglieri.
Iniziammo
così la nostra ricerca, visitando le zone in cui aveva agito la guerriglia; ci
toccò il privilegio di andare da La Paz a Nacahuasú, dove il Che aveva
stabilito il suo accampamento il 7 novembre del 1966 e da lì ci addentrammo
nella foresta seguendo il suo stesso cammino, percorrendo tanti sentieri,
arrivando a fiumiciattoli, villaggi, posti in cui si fermò e un giorno fummo
alla Quebrada del Yuro e a La Higuera dove lo uccisero il 9 ottobre del 1967;
visitammo l'ospedale Señor de Malta a Valle Grande, dove portarono il suo
cadavere, gli tagliarono le mani, fecero sparire il suo corpo.
Mentre
piano piano entravamo in quel mondo, e dopo quattro anni di ricerche,
cominciammo a scoprire cose sorprendenti e ci rendemmo conto di esserci
sbagliati in alcune valutazioni iniziali.
E
capimmo che non avevamo saputo leggere bene, come pensiamo possa essere capitato
a molti altri, il diario del Che in Bolivia, perché, quello, non era il solito
diario da leggere, ma un documento da studiare.
Il
Comandante, dopo le lunghe marce, gli appostamenti militari, la stanchezza, la
fame, si sedeva a scrivere, sì, ma le cose più importanti che erano successe
durante la giornata... solo quelle più importanti: ricostruendo e ripercorrendo
la sua strada, abbiamo capito che a volte una frase voleva dire molte cose.
Posso
fare qualche esempio.
Il
giorno 22 di aprile, scrisse che erano arrivati a casa di Rosa Carrasco, che li
aveva ricevuti molto bene. Il Che non era tipo da usare abitualmente aggettivi
come «molto bene» e questo ci fece riflettere: cosa aveva fatto quella donna
per riceverlo tanto bene?
La
prima scoperta fu che il nome non era Rosa, ma Roso.
Capite?
Era un uomo, ma siccome il nome di Roso non è comune, qualcuno pensò che fosse
certamente un errore e lo trasformarono in Rosa. Indagando su Roso Carrasco,
scoprimmo che era una specie di leader contadino di idee abbastanza avanzate: un
contadino medio, insomma, con determinate possibilità, e che informò il Che
sulle strade e sui contadini di cui si poteva fidare. Ecco perché il Che disse
che era stato trattato bene!
Allora
cominciammo a capire che i contadini avevano, fino a un certo momento, aiutato
la guerriglia. Ma per arrivare a capire questo, bisognava studiare la zona e gli
obiettivi che si era prefisso il Comandante. Nacahuasú, per esempio, è
abbastanza isolata, con pochi abitanti, e dovete sapere che la volontà del Che
non era quella di sviluppare la lotta in quella zona, ma di usarla per preparare
le colonne guerrigliere, anche perché i contadini del luogo non erano i più
evoluti della Bolivia.
In
seguito l'esercito, scoperti i guerriglieri con l'aiuto degli agenti della Cia,
circondò praticamente tutta la zona e iniziò -- cosa di cui non si è mai
parlato -- a terrorizzare i contadini, a torturarli e a ucciderli. Si è sempre
detto dei contadini che tradirono la guerriglia, ma mai di quelli che vennero
torturati e uccisi! Noi, questo, l'abbiamo scoperto e vogliamo denunciarlo.
Il
diario del Che, comunque, riferisce di tanti contadini che aiutarono e
collaborarono con la guerriglia, completamente cancellati dalla storia,
praticamente annichiliti sia fisicamente che storicamente».
Adys:
«Nel nostro studio siamo anche partiti dall'idea che non poteva esserci stata
una grande partecipazione dei contadini, anche perché, in primo luogo, il Che
ipotizzava una lotta di dieci anni, una lotta lunga, quindi: non una di un anno
o due, né un rapido inserimento della gente del luogo, ma un lento lavoro di
base e poi la lotta che avrebbe dovuto svolgersi in diversi luoghi e che
prevedeva anche la partecipazione di contadini, come nel caso di Chapari, a
Cochabamba, dove ce n'erano anche di armati e dove si erano dirette le colonne
dopo essersi stabilite a Nacahuasú, che era stata scelta come sede operativa in
cui esercitarsi e preparare i quadri per la guerriglia e che, quindi, non poteva
essere un luogo di ``raccolta''.
Nella
Guerra di guerrillas il Che sostiene che il campesino, per incorporarsi alla
guerriglia, deve passare per tre fasi: la prima serve per la conoscenza della
stessa, ed è quando il contadino la fugge, proprio perché non la conosce. La
seconda prepara alla comprensione, ed è il momento in cui entra in contatto con
la guerriglia e anche con l'esercito nemico, e valuta, in una posizione che
possiamo definire neutrale, chi fa i suoi interessi e lotta per lui. È in
questa fase che si può rendere conto di cosa sia la guerriglia.
Nella
terza fase il contadino è in grado di decidere perché ha capito che il ribelle
lo vuole aiutare, e allora può unirsi alla guerriglia e diventarne alleato. La
lotta del Che in Bolivia non riuscì a passare per queste tre fasi!
Noi,
comunque, durante la nostra ricerca, abbiamo incontrato persone che erano
arrivate alla fase neutrale. Nemesio Carballo, ad esempio, passò da una fase di
timore, all'incontro con i guerriglieri; quando venne arrestato, si rese conto
di chi erano davvero i suoi alleati.
Anche
se abbiamo potuto capire quindi che esistevano contadini che erano in una fase
di ``predisposizione'' alla rivolta, c'è da dire che la stessa è stata
scoperta prima del tempo e il piano di allenamento predisposto dal Che fallì.
Era
impossibile che in undici mesi il mondo della selva si unisse alla lotta: mesi
comunque epici che il Comandante e i suoi compagni riuscirono a rendere
indimenticabili grazie alla loro preparazione e anche alla modesta
collaborazione dei contadini di quella zona.
Assediati
dall'esercito boliviano, mangiavano nelle case in cui capitavano casualmente,
perché non riuscirono a seguire l'itinerario giusto, quello tracciato e pensato
dal Che, bensì una strada obbligata dopo che il nemico li aveva accerchiati.
Il
fallimento della guerriglia si dovette, comunque, soprattutto al lavoro di due
infiltrati».
Froilán:
«Ritorniamo al diario: il 20 di dicembre, ad esempio, il Che scrive: ``...alla
fine si decide che Ricardo, Iván e Coco partano in aereo da Camiri e la jeep
rimanga qui. Una volta arrivati, telefoneranno a Lagunillas, dicendo che sono
li. Questa sera, Jorge cercherà di avere notizie e vedremo se ci diranno
qualcosa di positivo. All'una non si è potuto captare niente da La Paz''.
Questo
brano, non vi fa presupporre che a Lagunillas, che è il capoluogo della
provincia dove operava la guerriglia, ci fosse qualcuno che li aiutava e che
aveva il telefono?
Io
e Adys abbiamo portato avanti un altro pezzetto di indagine: chi tra le famiglie
di Lagunillas nel 1967 aveva il telefono? E abbiamo scoperto, con nostra grande
sorpresa, che l'unica persona in possesso di un telefono era tale Rebeca Belo,
moglie del capo della polizia locale!
Il
Che scrive, ancora: ``... all'una non si è potuto captare niente da La Paz''.
Quindi
qualcuno da La Paz informava il Che.
Chi
era? Dopo la ricerca, abbiamo scoperto che si trattava di un medico, un
dentista, il dottor Hugo Lozano, che la Cia e il governo boliviano non
riuscirono mai ad arrestare. Era lui che comunicava via radio tutto quello che
succedeva.
Il
19 di luglio i guerriglieri arrivano in un villaggio che si chiama Moroco, nella
foresta boliviana, e il Che, a proposito del comportamento degli abitanti,
scrive: ``Ci hanno bene accolto, ma Calixto, ossia un contadino nominato sindaco
da una commissione militare passata dal villaggio un mese fa, si è mostrato
freddo e non disposto a venderci alcune cosette''.
Come
a dire che tutti lo accolsero bene eccetto uno, Calixto, appunto. Più avanti:
``... al tramonto, sono arrivati tre mercanti con dei maiali. Calixto ha
assicurato che sono di Postrer Valle e che li conosce''.
Il
giorno dopo il Che scrive che un altro contadino, Paulino, lo ha informato che i
tre individui non sono, per la verità, mercanti; uno è tenente e gli altri due
con una carica simile.
L'informazione,
avverte Paulino, l'ha avuta dalla figlia di Calixto che è la sua fidanzata.
A
questo punto, il Comandante chiede a Inti Peredo di andare ad appostarsi davanti
alla casa dove è entrato il falso mercante.
Poco
dopo l'uomo esce... in lacrime: è un sottotenente di polizia.
Questo,
faceva la polizia: infiltrava persone che si spacciavano per commercianti nelle
zone della guerriglia, a volte per poter spiare i guerriglieri altre volte per
spaventare i contadini con la minaccia di bruciare i raccolti''».
15
aprile 1967: Ernesto Che Guevara scrive uno dei suoi tanti messaggi a Fidel
Castro, poi detta quello che si può definire il suo testamento morale:
Messaggio ai Popoli del Mondo. Dopo aver reso omaggio ai diversi
eroi-guerriglieri morti in combattimento fra cui il guatemalteco Luis Augusto
Turcios Lima e il sacerdote colombiano Camilo Torres...
«Si
lotta con le armi in pugno in Guatemala, Colombia, Venezuela, Bolivia e
cominciano i primi fuochi anche in Brasile. Ci sono altri fuochi di resistenza
che appaiono e si estinguono. Ma in quasi tutti i Paesi di questo continente
sono maturi i tempi per una lotta di questo tipo che, per essere trionfante, non
può realizzarsi senza l'instaurazione di governi di matrice socialista.
In
questo continente si parla praticamente un solo idioma, salvo il caso
eccezionale del Brasile, con il quale i popoli, comunque, possono intendersi,
data la similitudine fra le rispettive lingue. C'è una grande identità fra le
classi di questi Paesi che raggiungono così una identificazione di tipo «internazionale
americano» molto più completa che in altri continenti. Lingua, costumi,
religione, lo stesso padrone, li uniscono. Il grado e le forme di sfruttamento
sono simili, nei loro effetti di sfruttatori e sfruttati, in una buona parte dei
Paesi dell'America. E la ribellione matura in modo accelerato.
(...)
Nuovi germi di guerra sorgeranno in questi e altri Paesi americani, come è già
successo in Bolivia, e continueranno a crescere, con tutte le vicissitudini che
attraversano il pericoloso mestiere del rivoluzionario moderno. Molti moriranno
vittime dei propri errori, altri cadranno nel duro combattimento che si
avvicina; nuovi lottatori e nuovi dirigenti sorgeranno dal calore della lotta
rivoluzionaria. Il popolo formerà i propri combattenti e i propri dirigenti,
scegliendoli dalla cornice selettiva della stessa guerra; gli agenti yankee
aumenteranno. Oggi ci sono gli ``assessori'' in tutti i Paesi dove c'è la lotta
armata...
(...)
Se noi, che siamo in un piccolo punto sulla mappa del mondo, compiamo il dovere
che ci siamo prefissi e mettiamo a disposizione della lotta quel poco che ci è
permesso dare, le nostre vite, il nostro sacrificio, potrebbe accadere che in
alcuni di questi giorni ci sia dato lasciare il nostro ultimo respiro, su
qualsiasi terra di questa nostra America, tanto nostra perché innaffiata col
nostro sangue.
Sappiate
che abbiamo misurato il raggiungimento delle nostre azioni e che non ci
consideriamo niente altro che elementi di un grande esercito del proletariato, e
che ci sentiamo orgogliosi di aver imparato dalla rivoluzione cubana e dal suo
grande dirigente l'enorme lezione che emana dal suo atteggiamento in questa
parte del mondo.
Cosa
contano i pericoli e i sacrifici di un uomo o di un popolo, quando è in gioco
il destino dell'intera umanità?»
Sempre
nell'aprile del 1967, il gruppo di guerriglieri è costretto a scindersi in due
per le cattive condizioni di salute di alcuni di loro: uno è al comando di
Vitalio Acuña, l'altro a quello del Che; da questo momento non riusciranno più
a stabilire nessun contatto.
Il
17 aprile, a Cuba, Osmany Cienfuegos convoca una conferenza stampa in cui rende
noto il messaggio inviato dal Che alla Tricontinentale e cioè il Messaggio ai
Popoli del Mondo.
Il
fotografo inglese Roth raggiunge a Lagunillas il contingente del Che, il 20
aprile; il 22 c'è l'arresto di Debray, Bustos e Roth. I guerriglieri il 25
tentano un'imboscata che però non riesce.
Nell'imboscata
muore Rolando, Eliseo Reyes Rodríguez, il piccolo messaggero della IV colonna,
ai tempi della sierra cubana; il Che lo ricorda come un capitano valente,
coraggioso e immenso.
Benigno
e Urbano, in una ricognizione, catturano un cerbiatto. La madre era riuscita a
fuggire. Hanno fame, sono contenti, lo portano al campo, ma il Che non vuole
venga ucciso e, infatti, dice, nel suo diario: «Tenemos una mascota: Lolo, un
pichón de urina. Veremos si sobrevive».
Froilán:
«Se il Che amava gli animali? Bisogna tornare indietro. Occorre sapere che la
prima manifestazione di protesta alla quale partecipò, la organizzò quando il
Comune di Cordoba gli avvelenò la cagnolina. Quelli del servizio d'igiene
avevano la bruttissima abitudine di cospargere il dorso dei cani di veleno, in
modo tale che quelli, leccandosi, morivano senza dare troppo disturbo. Alla sua
cagnolina era successa la stessa cosa. Il piccolo Ernesto allora si mise alla
testa di un gruppo di bambini e andò a protestare sotto il Comune.
A
Cuba ebbe sempre cani. Tra i tanti aneddoti sul Che, ce n'è uno che dice che al
ministero dell'Industria si sapesse sempre quando arrivava il ministro Guevara
dal numero di cani randagi che si affollavano davanti alla porta per dargli il
benvenuto. Perché lui aveva sempre un gesto affettuoso per gli animali che gli
capitavano sotto tiro.
Il
Lolo? Era un cerbiatto che avevano trovato nella foresta e che il Che aveva
adottato come mascotte. Morì perché colpito dal calcio di un fucile che un
guerrigliero, per sbaglio, gli appioppò troppo forte con l'intento di farlo
tacere, per non essere scoperti. Il Che si arrabbiò molto e pare che abbia
gridato parolacce irripetibili al guerrigliero che non sapeva più da che parte
voltarsi».
Il
30 maggio, la colonna del Che si scontra con l'esercito nei pressi della
ferrovia Yacuiba-Santa Cruz. Tre sono i soldati morti e dieci i prigionieri.
A
giugno il governo boliviano proclama lo stato d'assedio e nella città di La Paz
viene effettuata una vasta retata di elementi appartenenti alla sinistra che
porta in carcere centocinquanta persone.
A
giugno, nella zona delle miniere di Catavi, i minatori assaltano e bruciano la
caserma della polizia e, d'accordo con i minatori di Huanuni, dichiarano
territori liberi i loro distretti.
Il
14 giugno annota che è il giorno del compleanno di sua figlia Celia.
Il
21, per la prima volta, riesce a montare un mulo e proseguire così la marcia
nella selva boliviana. Annota anche che è il compleanno della madre e che si
ritrova di nuovo nella veste del cavadenti Fernando Sacamuelas...
RICORDATEVI,
OGNI TANTO, DI QUESTO PICCOLO CONDOTTIERO DEL SECOLO VENTESIMO
24
giugno 1967: cos'è successo al tempo? Porta morte e cattive notizie.
Nella
notte di San Juan, i minatori si danno alla pazza gioia: danzano, bevono chicha,
generalmente si ubriacano. Avevano deciso di togliere, dal loro disperato
salario, un giorno al mese per donarli alla guerriglia.
In
quella notte, chiamata in seguito anche «la notte della mattanza», i soldati
dell'esercito boliviano hanno atteso che questi fossero ben ubriachi, poi sono
entrati nell'accampamento e hanno incominciato a sparare...
Dopo
il massacro, altri dirigenti sindacali spariscono o vengono portati al confino.
La radio Argentina dà la notizia di ottantasette morti.
Il
tempo è anche contro i guerriglieri. A Florida avviene un nuovo scontro tra il
gruppo del Che e l'esercito: vengono feriti Pombo e Tuma che morirà poco dopo,
nel corso di un intervento tentato in extremis dal Che. Muoiono anche quattro
soldati. Il Comandante non sta bene e soffre di tremendi attacchi d'asma.
Il
29 giugno a Santa Cruz gli studenti dichiarano territorio libero l'Università
locale; il 3 luglio Debray conferma, in un'intervista a un giornale, la presenza
del Che in Bolivia; il 6 luglio i guerriglieri occupano per qualche ora la città
di Samaipata, ma inizia anche la grande operazione d'accerchiamento concertata
dall'esercito.
L'11
luglio finisce lo sciopero dei minatori che avevano protestato contro la strage
compiuta dall'esercito boliviano sui lavoratori in lotta, la notte di San Juan.
Mentre i guerriglieri sono accampati nei pressi del fiume Suspiro, avviene uno
scontro con un distaccamento dell'esercito le cui perdite ammontano a due morti
e sei feriti. Ma muoiono anche due guerriglieri, il boliviano Rau´l e il cubano
Ricardo. Pacho, un altro ribelle, è ferito anche se non gravemente.
Nel
combattimento perdono undici zaini con medicine, un registratore, alcuni libri
tra i quali La Rivoluzione nella Rivoluzione, con note del Che, e un testo di
Trotzkij.
Il
gruppo dei guerriglieri è formato ormai da sole ventidue persone tra le quali
due feriti e un inabile, il Comandante Guevara, tormentato dall'asma, senza
medicine che possano aiutarlo.
Il
14 agosto del 1967 il Che annota, sul suo diario, che la radio aveva dato la
notizia che l'esercito aveva scoperto alcune grotte usate dai guerriglieri e
avevano così potuto prendere documenti, piantine, tantissime fotografie. «Es
el golpe más duro que nos hayan dado; alguien habló. ¿Quién? es la incógnita».
Il
17 agosto si apre l'istruttoria del processo Debray che dichiara di essere stato
torturato dalla Cia.
L'editore
Giangiacomo Feltrinelli viene arrestato a La Paz; aveva preso le difese di Cuba
e denunciato alcuni piani della Cia. Anche in Italia ci sono mobilitazioni a suo
favore. Qualche giorno dopo verrà espulso dal Paese.
Mentre
il generale americano Porter visita un campo di berretti verdi a Santa Cruz, una
compagnia della VII divisione tende un'imboscata al gruppo di Joaquín che cerca
di attraversare il Rio Grande. Due guerriglieri, fatti prigionieri in uno
scontro avvenuto il 12 agosto, hanno parlato, consentendo l'agguato che la VII
divisione dell'esercito dice di «Vado del Yeso», sul Rio Masicuri. In realtà,
l'imboscata è a Puerto Mauricio, sul Rio Grande. Se fosse stata detta la verità,
i soldi ricavati dalla taglia sui guerriglieri, li avrebbero avuti quelli della
IV divisione.
Cadono
nove guerriglieri, e con loro Acuña Nuñez, Joaquín, e Tamara Bunke Bider,
Tania. L'esercito perde un solo uomo.
Tania,
nel ricordo di Adys Cupull: «Di lei abbiamo portato a Cuba molti ricordi della
sua forte presenza nella guerriglia boliviana: la borsa, un braccialetto che
aveva quando stava a La Paz, e non è stato sempre facile convincere la gente a
darci queste cose; una jeep che funziona ancora bene. Era intestata a Laurita
Gutiérrez Bauer, il nome usato da Tania in clandestinità. Sapete? per la jeep
la famiglia che ce la diede non chiese niente, eppure erano, e sono, poveri.
Questo perché l'automezzo di Tania era destinato a Cuba.
La
donna che ce l'ha donata sostiene che la jeep, essendo di Tania, ha dei poteri
speciali: ora verrà restaurata ed esposta.
Di
Tania, a La Paz, si conserva un buonissimo ricordo e si parla di Laurita con un
grande rispetto. Il braccialetto, Tania lo aveva regalato a una bambina, e la
madre volle conservarlo, dopo la morte di Laurita.
No,
nessuno del posto aveva capito che Tania fosse una guerrigliera, anzi, quando
seppero che Laurita era Tania, la guerrigliera, si stupirono molto.
Oltre
al lavoro clandestino, che il Che ritenne molto buono, Tania si applicò a uno
studio molto approfondito sulla musica folcloristica boliviana che è
considerato, oggi, il migliore lavoro mai fatto in questo campo.
Che
donna! Arrivò a infiltrarsi sino alle più alte sfere del governo; lo stesso
presidente s'innamorò di lei. Era una ragazza affascinante, bella, appariscente
e spigliata, parlava varie lingue e riuscì a fare un grande lavoro.
Speriamo
che un giorno l'Argentina, la sua patria, la sappia riconoscere per la grande
donna che è stata, un'eroina americana, e che le giovani generazioni imparino a
conoscerla e ad amarla.
Che
sia stata l'amante del Che, no. Questo è sicuramente falso.
Dal
libro scritto su di lei da due cubane, Mirta Rodríguez Calderón e Marta Rojas,
veniamo a sapere che Tania ha un amore molto grande, sì, ma per l'Argentina!
Quando Laurita se ne andò in Germania, non perse mai i contatti con la sua
America, con l'Argentina dov'è nata, dove ha studiato, dove ha giocato con le
altre bambine sue amiche.
Sapeva
parlare il tedesco, il russo... ma non perse mai l'accento argentino! Parlava
spesso della sua terra e del suo desiderio di ritornarvi. Suonava la chitarra,
la fisar„monica; insomma era davvero una grande donna, molto eclettica.
S'innamorò,
è vero, della rivoluzione cubana e quando conobbe il Che si identificò molto
con lui, anche perché era argentino, proprio come lei; quando lui la scelse per
lavorare dentro la guerriglia, sapeva di potersi fidare del Che».
A
settembre e precisamente il 2, il gruppo del Che tende l'ennesima imboscata nei
pressi di Valle Grande, che non riesce. Un guerrigliero muore e viene arrestata
Loyola Guzmán, giovane sindacalista, che aveva aiutato la guerriglia dal punto
di vista dei finanziamenti. Il Che appunta che la ragazza era giovane, soave,
molto determinata. Il sindacato nazionale dei maestri proclama uno sciopero
nazionale.
Il
22 settembre c'è la conferenza stampa dei generali Barrientos e Ovando che
esibiscono il materiale fotografico trovato nelle grotte e negli accampamenti
dei guerriglieri, nonché i passaporti cubani; in questa occasione si afferma
che il gruppo capeggiato dal Che è stato localizzato nei pressi del villaggio
La Higuera a Valle Grande.
Ad
Alto Seco, un villaggio di cinquanta case che i guerriglieri hanno occupato,
Inti Peredo tiene, nelle piccole aule della scuola, un discorso sugli obiettivi
della rivoluzione.
Il
26, a Picacho, il mondo contadino in festa offre ai guerriglieri un menu raro,
per quei giorni: uova, piccoli funghi cucinati in salsa piccante, dolci e ancora
arance, ciambelle.
Alcune
donne chiedono al Comandante di ballare sul ritmo delle canzoni intonate da Coco
Peredo con la sua chitarra. Il Che deve dire di no; educatamente, come suo
solito, si scusa, non sta molto bene.
Pochi
giorni dopo, sempre nella zona di Valle Grande, il suo gruppo cade in
un'imboscata. Muoiono Coco Peredo e Miguel Hernández Osorio; Gutiérrez Ardaya,
Benigno, è ferito. Disertano Camba e León.
Quale
fu la posizione del Partito Comunista Boliviano e quali sono stati i motivi
dell'insuccesso della guerriglia?
Froilán:
«Ci fu una forte incomprensione tra il Che e il Partito Comunista Boliviano,
nella figura del suo segretario generale, Mario Monje, ma non è giusto parlare
in generale di Partito Comunista: si trattò soltanto di una parte del gruppo
dirigente, perché debbo ricordare che là, con il Che, morirono molti comunisti
boliviani, fra cui Inti Peredo e Coco Peredo.
È
ovvio che la decisione del Partito ebbe il suo peso, perché, stando a quello
che il Che scrive nel diario, il Comitato Centrale affrontò il tema della
presenza guerrigliera in Bolivia, soprattutto per scoraggiare i compagni ad
aiutare il Che, per convincerli a non entrare nella lotta.
Non
fu un intervento determinante per la sconfitta della guerriglia... ma ebbe il
suo peso. Il motivo vero del suo fallimento è che nel gruppo di Moisés Guevara
entrarono uomini inaffidabili e alcuni agenti segreti al servizio, ovviamente,
dell'esercito. Come abbiamo già detto, fecero sì che la guerriglia venisse
scoperta prematuramente, condannandola. In seguito intervenne la Cia.
Altri
fattori? La guerriglia a un certo punto si divise in due gruppi, perché il Che
lasciò i malati alle cure di alcuni compagni per andare a prendere Regis Debray
e Ciro Roberto Bustos a Muyupampa: i due gruppi non riuscirono più a riunirsi.
Quando il Che poté superare l'accerchiamento dell'esercito boliviano e arrivare
in un villaggio chiamato Samaipata, capoluogo della provincia dalla quale
partiva una vera strada che portava a zone più popolate e agevoli, ricevette
notizia che il gruppo da cui si era separato aveva subìto un'incursione. A quel
punto decise di tornare indietro, per aiutarli...»
L'ULTIMO
COMBATTIMENTO
Perché
i militari boliviani dissero che il Che era caduto nella Quebrada del Churo
invece che nella Quebrada del Yuro?
Froilán:
«Uno dei motivi principali è probabilmente di prestigio militare. Yuro in
quechua significa anfora o recipiente dell'acqua e churo significa chiocciola.
La Quebrada del Churo si divide in tre gole che formano una specie di
chiocciola.
Se
il Comandante fosse arrivato al Churo, avrebbe avuto quindi tre possibilità di
poter scappare. La Quebrada del Yuro, invece, è molto stretta e difficile e ha
soltanto due uscite, dove stavano appostati i militari.
Capite?
volevano dimostrare che il Che si era impantanato, che non era nemmeno riuscito
a vedere tre vie di fuga e che quindi non era un grande stratega.
I
militari che hanno catturato il Che e gli altri guerriglieri hanno avuto, quale
ricompensa, una grossa taglia.
Il
premio per la morte del Comandante e dei suoi compagni era alto, sia per i
militari che per i civili, normalmente contadini molto poveri: era di 4000 o
5000 dollari per ogni ribelle catturato: questo nel 1967!»
Adys:
«Sì, era una cifra alta. Eppure, quando i sopravvissuti raggiungono un
villaggio chiamato Mataral e gli aerei lanciano, quale denuncia, tantissimi
volantini con la foto dei guerriglieri, una maestra spiega agli alunni che
bisogna aiutare quegli uomini perché erano buoni, erano lì per loro...
avvisate i vostri genitori, occorre aiutarli, disse quella maestra.
Quando
alcuni guerriglieri bussano alla casa di un certo signor Céspedes... lui li
aiuta. Bisogna dirlo: i superstiti si salvano grazie alla sensibilità di quei
contadini!»
Il
Generale Harry Villegas, Pombo: «Verso l'una capimmo che c'era qualcosa di
strano, di sbagliato! Dovete sapere che un accerchiamento militare può essere
tattico, quando ci sono contatti, e operativo, quando è più grande e non c'è
un rapporto diretto con le forze belligeranti. Noi eravamo accerchiati, ma non
in contatto con l'esercito.
L'incontro
vero e proprio avvenne a La Higuera, quando cademmo davvero in un'imboscata,
sulla via della fuga.
Ricordo
che eravamo arrivati alle cinque del mattino in una radura, dopo aver camminato
tutta la notte tra mille difficoltà; lì capimmo che c'era l'esercito.
Il
Comandante decise che occorreva ingaggiare battaglia.
L'esercito
non sapeva esattamente dov'eravamo, ma, ovviamente, ci cercava e poteva
sorprenderci da diversi punti: dall'alto del passo, dove saremmo stati io e
Urbano, dal lato sinistro, dove sarebbe stato Pachumbo, dal destro, dove
sarebbero stati Inti, Benigno e Gallego, o dall'entrata del passo, nella parte
più bassa, dove si sarebbero appostati Polo, Antonio, Pablito e la maggior
parte dei compagni.
Il
Che aveva portato con sé i compagni che sapeva non in grado di combattere, per
via delle cattive condizioni di salute: il Chino, Chapaco, Moro, il Medico.
Ci
disse: ``Se la battaglia comincerà dalla parte di Urbano e Pombo, voi dovete
contenere l'avanzata dei soldati, resistere! Il resto, dovrà seguirci e
scendere dalla gola con noi; se l'esercito attacca dalla parte di Pachungo,
bisogna fare la stessa cosa e tutti devono scendere verso l'entrata; se la
battaglia inizia dalla strada, che è la parte più fattibile, scenderemo tutti
e andremo a destra dove stanno Benigno, Inti e Gallego''.
Aggiunse:
``Se ci perdiamo, ci rivedremo a sera nella radura!''
Era
la radura in cui eravamo arrivati al mattino. Se non ci fossimo ritrovati tutti
lì, l'appuntamento era presso il fiume dove c'era la turbina, altrimenti su
quello dove avevamo l'accampamento, nei pressi del boschetto sopra la collina:
questo doveva avvenire nell'arco che andava dai tre ai cinque giorni.
Questa
era la sua idea.
Che
è accaduto, poi?
Chi
ha lottato contro banditi, ha fatto la guerriglia o ha teso agguati, sa che ci
sono alcuni sistemi da usare per ottenere certi obiettivi. Uno, ad esempio, è
questo: un soldato avanza a fianco dell'altro, senza perderlo di vista e di
mira, e così l'uno copre l'altro senza vederlo. Noi, questa, la chiamiamo
``pettinata''; loro, la chiamano agguato.
I
militari boliviani normalmente usano una variante inventata dagli statunitensi,
che si chiama ``incudine e martello''. Consiste nello spingere una persona fino
al luogo desiderato e lì, nell'incudine, attaccarla.
L'esercito,
quel giorno maledetto, usò una variante, che è l'``incudine mobile'',
rinunciando così a fare l'imboscata.
Un
gruppo cominciò a seguire il Che, il nostro Comandante, l'uomo per loro più
importante della terra, quel giorno, e altri andarono avanti a sbarrargli il
passo... invece di stare fermi, com'era auspicabile, cominciarono con l'andargli
incontro.
Nel
fare questo, s'incontrarono con il gruppo che si era dovuto fermare per fare
evacuare i malati.
Questo
è avvenuto nella Quebrada del Yuro! Noi combattevamo nella Quebrada de San
Antonio. E non ci attaccarono perché avevano già catturato il Che!
Ovviamente,
nella loro mentalità di soldati, aver preso il capo, il Comandante Ernesto Che
Guevara, significava tutto! Al confronto, noi, gli altri, eravamo ``cose da
nulla''. Per questo ci lasciarono stare.
Mentre
scendeva la notte e speravamo di rivedere il nostro comandante, uscimmo dalla
gola.
Verso
l'una, però, capimmo che c'era qualcosa di strano, di sbagliato.
La
battaglia era iniziata dov'eravamo io e Urbano, a noi si erano uniti il Nato e
Aniceto, che in seguito era morto.
Gli
spari si erano fatti più sporadici... perché?
Poi
abbiamo saputo. Il Che si stava ritirando e loro, le belve, lo stavano
inseguendo.
Lo
raggiungono: il Comandante si ferma, oppone resistenza, sa che ha con sé tutti
i malati. Quelli non potevano correre, essere liberi... Dovevano difendersi!
Combatté, finché anche l'ultimo dei malati riuscì a fuggire e a liberarsi
della morte.
Ma
così perse tempo, e intanto i soldati lo avevano accerchiato.
Viene
colpito. È aiutato da un compagno boliviano di nome Magistrado: si nascondono
nel folto della sterpaglia.
Magistrado
ci ha raccontato che mentre il Che era lì, ferito, avevano notato un militare
che stava caricando un mortaio contro di noi, che eravamo ancora a combattere
nella Quebrada de San Antonio.
Arrivano
molti militari, alcuni civili. Riconoscono il Che, il nostro Comandante.
Gioiscono... il fucile del ribelle Ernesto Che Guevara de la Serna, il
guerrigliero internazionalista, è inutilizzabile, non ha più il caricatore.
Sappiamo
che il Comandante non accettò nessun tipo di aiuto. Camminerà sulle proprie
gambe sino alla scuola di La Higuera».
Ore
15,30 dell'8 ottobre del 1967. Arriva a La Paz un comunicato da Valle Grande: «Confirmada
caida Rámon.» Il Comando generale dell'Esercito Boliviano comunica la notizia
a Washington.
Alle
19,30 le quattro case di La Higuera sono circondate dal buio. Tenui lampi di
luce provenienti da antiche lampade illuminano visi sorpresi di contadini che
osservano, attoniti, i guerriglieri fatti prigionieri.
Li
vedi?
I
cadaveri di Arturo e Antonio sono già stati sistemati sul pavimento di una
delle due piccole aule della scuola. Nell'altra, viene gettato il corpo del Che.
Per
ora gli ordini sono di mantenerlo in vita.
Alcuni
ufficiali boliviani fanno l'inventario degli oggetti trovati e che riguardano il
Comandante. Sono: il suo diario, alcuni libri con annotazioni; i testi, Canto
General di Pablo Neruda, Aconcagua e Piedra de Hornos di Nicolás Guillén.
Si
distribuiscono gli oggetti di maggior valore che i combattenti avevano avuto in
regalo: quattro orologi Rolex, una pistola tedesca calibro 45, una daga «Solingen»,
due pipe, un altimetro. E anche i dollari Usa e canadesi e i pesos boliviani.
Alle
ore 24, alcuni giovani soldati, molto ubriachi, tentano di ucciderlo; gli
ufficiali hanno l'ordine, ancora, di tenerlo in vita.
Il
Che parla con il sottufficiale Huerta Lorenzetti, gli spiega gli elementi
principali della rivoluzione cubana, i motivi per cui è antimperialista, parla
della Bolivia e dei suoi sfruttati. Si ricorda dei figli e della moglie Aleida.
Il giovane Lorenzetti è turbato. Gli offre un sigaro: il Che fuma.
Poco
dopo parlerà anche con la maestra Julia Cortés, con la quale discute
dell'educazione dei bambini, futuri uomini di Bolivia. La maestra in seguito dirà
che, improvvisamente, si rende conto di avere davanti un uomo totalmente
differente da quello imposto dalla propaganda dell'esercito: gli sembra una
persona buona e nobile.
Ore
6,30 del 9 ottobre. Arrivano, in elicottero, il colonnello dell'esercito
boliviano, Zenteno Anaya e l'agente della Cia, di origine cubana, Felix Ismael
Rodríguez Mendigutia, detto Félix Ramos. Nell'interrogatorio quest'ultimo sarà
il più feroce. Ma anche il Che, nei suoi confronti, non desiste. Gli dà del
traditore, cerca di colpirlo a pugni chiusi e, quando gli legano la mani dietro
la schiena, gli sputa in faccia, sinché non lo tramortiscono.
Alle
8,30 portano alla scuola altri guerriglieri fatti prigionieri. In una riunione
di militari a La Paz, dopo un'altra telefonata a Washington, si decide la morte
del Comandante.
Attorno
alle undici, la contadina Ninfa Arteaga con la figlia Elida, porta una zuppa
cucinata apposta per il Che e i prigionieri. I soldati non vogliono, cercano di
mandarla via. La donna insiste e dopo molte discussioni, vince. Dirà che il
Comandante era tranquillo ma aveva il viso sofferente.
Ricorda
che aveva un modo di osservarla talmente speciale che non riesce più a
scordarlo. Il Che la ringrazia, chiede notizie dei suoi compagni: «Come stanno?
avete portato la zuppa anche a loro?»
Sono
le 13. Miguel Ayoroa e l'agente Cia Mendigutia ordinano la morte di Ernesto Che
Guevara. Il giovane Mario Terrán entra nell'aula. Il Che, appoggiato a un
vecchio e grosso tavolo di legno, lo osserva. Il giovane soldato non sa più che
fare. Il Comandante gli grida: «¡Dispara, cojudo, dispara! Cierra los ojos y
dispara!»
Muore,
il Che, alle 13,10 del 9 ottobre del 1967: aveva trentanove anni.
Il
suo cadavere verrà trasportato all'ospedale di Valle Grande. I suoi assassini
cercano di dargli una sistemazione per evitare che si vedano troppo i segni
delle torture, poi gli tagliano le mani da inviare a La Paz. Unico no, che
dicono a Washington, riguarda il taglio della testa che i nordamericani avevano
richiesto. Poi lasciano il corpo a disposizione della stampa giunta da tutte le
parti del mondo.
Il
sacerdote Roger Shiller, in una messa improvvisata a La Higuera, dice: «Este
crimen nunca será perdonado. Los culpables serán castigados por Dios».
Sarà
anche colpa del tempo, del destino, della politica, o della campana che suona
sempre, prima o poi, per ognuno di noi, ma quasi tutti i responsabili della
morte di Ernesto Che Guevara de La Serna sono morti poco tempo dopo.
A
pochi chilometri di distanza, Pombo, impotente, sente la notizia della morte del
Che dalla radio. Ancora oggi non sa darsi pace. Il «querido» Comandante che
aveva conosciuto a quattordici anni, era nella piccola scuola di La Higuera...
È
disperato e colmo di rabbia ancora adesso, in un afoso maggio del 1995.
Sono
passati quasi trent'anni da quel giorno e qualcuno, che conosce bene l'ambiente
militare boliviano, ci ha detto che, di questi tempi, gira un forte senso di
colpa per quello che allora l'esercito ha fatto al Che; molti giovani delle
accademie, ora, studiano la storia di quel condottiero latino-americano del
duemila, si pongono tante domande, si danno poche risposte.
In
quel 9 ottobre del 1967, verrai visitato per tutta la notte da silenziosi
contadini, bambini, donne. Ceri accesi, visi di povera gente, faranno mille
cerchi attorno al duro tavolo di legno dove ti avevano appoggiato. Sei ritornato
il Che, coi capelli scuri, lunghi; bello, anche nella morte.
Il
giorno dopo i militari vorrebbero bruciarti, hanno pronta anche la benzina. Ma
temono la reazione degli abitanti di Valle Grande, la presenza di giornalisti.
Allora occultano il tuo cadavere, pochi istanti prima di un grande evento
storico internazionale: il «Sessantotto».
Si
lottava anche per il Vietnam, allora, e si parlava di un uomo che tu hai
conosciuto, previsto, che stava per decidere le sorti del Chile. Saresti stato
contento: in tante università della terra, comprese quelle degli imperialisti,
là, in Nord America, in tante fabbriche, donne e uomini in tutte le lingue
inneggiavano alla libertà.
Ricordo
tante canzoni, alcune anche di Bob Dylan; vedo molte bandiere con la tua
immagine. Risento anche un grido: «il Che, il Che».
Prima
o poi, comunque, qualcuno ci dovrà dire dove esattamente ha gettato il tuo
corpo, Comandante.
CUBA
1995, NEL CENTENARIO DELLA MORTE DI JOSE'MARTI, NON DIMENTICA IL "CHE"
I
cubani che non hanno dollari sono la maggioranza; quasi sempre sono i migliori
poiché non entrano nel giro del mercato nero, del guadagno ricavato dallo
sfruttamento del turismo, degli affari; possono comunque, ora, girovagare con
una certa allegria e disinvoltura nei mercati rionali che hanno iniziato a
vendere anche frutta e verdura di una certa qualità: lì, si paga in pesos. Chi
è andato a Cuba solo qualche mese fa, rimarrebbe sorpreso. I cubani sembrano più
attivi, in fermento; ed è palpabile la speranza del cambiamento.
Sulla
morte del Che, c'è molto rimpianto. Fidel? Mi hanno assicurato che il
Presidente non l'ha mai scordato. Lo cita continuamente, afferma che gli manca,
e molto.
Fate
domande sul Comandante, se avete tempo, dopo i vostri incontri goderecci col
mare più bello del mondo, la musica straordinaria, in una delle atmosfere più
accoglienti della nostra terra. Posso anche scommetterci: saranno molti quelli
che vi diranno che, forse, era meglio che il Che non avesse preso la decisione
di andare in Bolivia: Cuba aveva bisogno di lui. Giusto, l'internazionalismo del
Comandante, ma...
Per
quanto riguarda i giovani, è facile che vi diano la risposta che normalmente
danno ai loro padri: «Il Che? Grande. Unico. Se ci fosse lui, andrebbe tutto
per il meglio!»
Una
speranza di cambiamento nasce anche dall'incontro con i dirigenti del Partito
Comunista Cubano, vecchi o giovani che siano; appaiono seri, certo, ma anche
pragmatici; colmi di ideali socialisti, sì, è vero, ma con un immaginario più
consono agli anni che viviamo.
Disponibili
a parlare, a mostrarti luoghi e documenti un tempo forse inavvicinabili. Abbiamo
visto filmati inediti che erano sicuramente seppelliti all'interno dei reparti
cinematografici del Comitato Centrale, fotografie stupende e uniche del Che.
Alcune sono pubblicate su questo libro e verranno registrate anche su Cd-Rom.
Abbiamo
visitato il ministero degli Interni e, nell'ufficio che fu del Che quando era
ministro dell'Industria, ora museo, abbiamo potuto fare interviste e registrare
anche alcune canzoni del cantautore Vincente Feliu, una delle quali è dedicata
alla lotta che il ministro Guevara ha fatto alla burocrazia.
Sotto
il vetro di uno scaffale dell'ufficio-museo, c'è una cartolina che il Che ha
inviato al ministero durante un viaggio che ha fatto negli anni Sessanta a Città
del Vaticano.
In
tono ironico, scrive, all'incirca: «Cari amici burocrati, state attenti, perché
sto tornando; se continuate così, riprendo tra le mani il machete che mi ha
accompagnato nella Sierra...»
Un
responsabile del ministero degli Interni ci racconta una delle tante storie che
ruotano attorno alla figura del Comandante. Dice che quando sono uscite alcune
banconote con la firma del Che, Presidente del Banco Nazionale, gli era stato
consigliato di acquistare la serie numero uno.
Dovette
ammettere di non avere soldi a sufficienza. Il suocero dell'ufficiale che ci
racconta questo aneddoto, dirigente del Banco Nazionale, senza più dirgli
nulla, acquistò quella di 5 pesos e la tenne via: ora fa bella mostra in
un'altra vetrina del museo, dov'è rimasto il tappetino del cane Muralla che
portava sempre con sé e col quale divideva il pranzo, le amicizie, gli
incontri; i grandi grafici sull'andamento industriale che sono rimasti come li
ha lasciati lui, l'ultimo giorno, quando ha salutato tutti, perché doveva
partire.
Sotto
il ripiano di vetro della sua scrivania di legno chiaro, le fotografie della
moglie Aleida, i figli Aleidita, Camilo, Celia, Ernesto; alle spalle, sulla
grande parete bianca, l'immagine dell'amico Camilo Cienfuegos, e, a fianco,
quella della prima figlia Hildita. Su di una mensola, il piccolo contenitore per
il mate. Quello che si vede in tantissime fotografie perché lo portava sempre
con sé.
Nell'anticamera
dell'ufficio, una grande foto del Comandante sul mulo Armando che lo aiutava a
salire per quei ripidi e caldi pendii della Sierra de l'Escambray.
Di
notte, La Habana ha un cielo azzurro chiaro, sorvolato da nubi rosa e grigie. Da
un punto di una casa circondata da alberi di banano, arrivano le parole della
canzone che Carlos Puebla ha dedicato al Comandante.
Un
cane guaisce, la voce di una donna chiama Pedro. Poi il rombo di un aereo e il
suono di una «guagua», autobus a forma di cammello trainato da un camion,
balzano dentro la canzone di Puebla... de tu querida presencia comandante Che
Guevara... tu mano gloriosa y fuerte... cuando todo Santa Clara se despierta
para verte... aqui se quedan las claras, la extrañable trasparencia de tu
querida presencia, comandante Che Guevara... tu amor revolucionario te conduce a
nueva empresa donde esperán la firmeza de tu brazo libertario... de tu querida
presencia... y con Fidel te decímos hasta siempre comandante.
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VOCI,
PAROLE E RICORDI
Santiago
Feliu, storico e giornalista:
«Ernesto
Che Guevara è immortale!»
ll
Che Cristo, il Che aveva trentatré anni, l'età di Cristo? Così lo vede la
gente, soprattutto in Bolivia, dove è stato ucciso. Per loro, il Che avrà
sempre trentatré o trentanove anni, perché è immortale!
Per
la nostra generazione di quarantenni, più che l'Eroico Guerrigliero, il Che è
l'Uomo della fabbrica, dei campi di canna da zucchero; è il Che che sta con i
giovani, con gli operai, con i bambini: è un uomo in carne e ossa che ha
combattuto, amato...
Io
ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona. Mio padre, che era tecnico del
bilancio, lavorava con lui quando era ministro dell'Industria e io lo vidi anche
in alcune occasioni di lavoro volontario.
Ma
l'incontro più speciale, te lo devo dire, l'ho avuto il 26 agosto del 1959: me
lo ricordo molto bene anche perché era il giorno prima del mio compleanno!
Sono
con mia madre, che era una donna bellissima, in un negozio de La Habana, il «Ten
Cent».
A
un certo punto entrano Camilo Cienfuegos e il Comandante.
Camilo,
fisicamente, era splendido, e ancora più carismatico del Che, che era molto
bello, ma ispirava un po' di timore e molto rispetto.
Camilo
era invece più alla mano, il prototipo del cubano: aperto, chiacchierone,
spiritoso, innamorato della vita, delle donne e di tutto ciò che è bello.
Quando
Camilo vede mia madre, si avvicina subito, seguito dal Che.
Ricordo
come se fossi ancora lì, che mi prende in braccio (avevo sette anni!) e fa: «Che
bel bambino, signora!»
Non
era bello il bambino, Camilo, ma la mamma, vero?
Ma,
intanto, ebbi l'opportunità di essere preso in braccio da Camilo e poi anche
dal Che!
Il
Comandante parlò con mia madre, due o tre parole... ma sono esperienze, te lo
giuro, che non si dimenticano.
Certo,
col tempo, il mio vincolo con il Che è cambiato, si è fatto più forte: mi
sono legato al suo pensiero, alla sua opera e soprattutto al suo esempio.
Ho
fatto per molto tempo il professore e mi è capitato di insegnare nella «8 de
Octubre», la prima scuola di campagna costruita a Cuba, dove il Che è parte
integrante dei piani di studio riguardanti la storia di Cuba.
Proprio
lì è nato il mio vincolo professionale con la sua vita.
Come
giornalista mi dedico agli audiovisivi, perché credo che uno studente impari più
in fretta attraverso le immagini, una canzone, che tramite una lezione... per
brillante che sia.
Così
abbiamo raccolto anche ottantaquattro canzoni dedicate a Ernesto Che Guevara e
ho aiutato a preparare un'antologia musicale su di lui. Gliene hanno dedicate di
canzoni!
Vedi,
in questo modo, crediamo sia più facile arrivare ai cuori e alle menti dei
giovani dell'ultima generazione che, a volte, sono... come si può dire... un
po' sbadati, con tanta fretta nel corpo e nella mente.
A
quasi tutti quelli della mia generazione e a quelli della precedente, non serve
parlare molto del Che: per noi è un simbolo, è l'uomo che tutti vorrebbero o
avremmo voluto essere, ma, alla nuova, occorre ricordare chi era il Che, no? E
per farlo credo che dobbiamo anche usare i mezzi che loro conoscono e amano.
L'immagine
del Che? Il suo viso tanto amato e fotografato? Cosa vuoi che ti dica? La sua
immagine è molto popolare, sia qui che nel mondo intero: questo è buono...
purché il Che non sia solo una gran bella fotografia da appendere o da
mostrare!
Almeno
a Cuba, comunque, forse siamo riusciti a far sì che il Che non sia solo «la
sua fotografia».
Abbiamo
cercato di mantenere viva la sua presenza, ricordando a tutti che era un
valoroso combattente, un politico coerente, ma anche l'uomo che aveva l'asma,
cinque figli, sposato; era quell'essere umano che sapeva essere duro quando
combatteva, ma che sapeva anche ridere, in altri momenti della sua esistenza:
era tremendo quando doveva esserlo, ma anche infinitamente dolce, te lo dico io.
In
questi anni abbiamo raccolto, quindi, musiche, quadri, manifesti e video: oggi
abbiamo a disposizione venticinque documentari. Vogliamo spingere i giovani a
studiare il Che, a cercarlo nella sua voce e nei suoi scritti; vogliamo che
abbiano la possibilità di provare a identificarsi con lui, con Ernesto,
l'Eroico Guerrigliero, il Rivoluzionario, ma anche con l'uomo, il medico,
l'amico...
Ernestico,
il figlio, è stato mio alunno alle medie. Com'era? Come suo padre: molto
intelligente e inquieto, e faceva cose inimmaginabili, dal punto di vista
disciplinare.
Se
me lo ricordo! Una volta volle giocare alla corrida con una mucca. Era un vero
torero, l'unico!
Siccome
la mucca ovviamente si arrabbiò e lo rincorse, Ernestico dopo un po' scappò
tra i cespugli e la mucca dietro, finché rimase impigliata, prigioniera...
Il
padrone della povera bestia voleva ucciderlo, te lo dico io... la sua mucca!
Parlai con il contadino, cercai di rabbonirlo con non so più quali parole, poi
portai Ernestico dal Preside.
Il
piccolo ribelle riconobbe di aver sbagliato, onestamente, e spiegò che aveva
visto in tv un cartone animato in cui l'orso giocava alla corrida con una mucca
e voleva vedere se era possibile fare altrettanto... tutto qui!
Ernesto
Che Guevara si muoveva come tutti i padri di famiglia e, nonostante s'imponesse
un forte ritmo di lavoro, il tempo che dedicava alla sua casa era sacro: giocava
con i suoi bambini, leggeva loro belle poesie e cantava, anche se male, perché
come cantante era davvero pessimo. Portava sempre qualcuno dei suoi figli ai
lavori volontari, soprattutto Hildita, che era la più grande; spesso con lui
c'era Aleida, che non era solo sua moglie, ma una combattente rivoluzionaria,
con tanta personalità.
È
la verità, te lo giuro: non era un uomo promiscuo, anche se era molto attraente
e piaceva tantissimo alle donne.
Come
vorrei che fosse mio figlio?
No,
non è uno slogan, Fidel ha ragione: «Vorrei che fosse come il Che!»
Gli
scrittori Adys Cupull e Froilán González:
«Anche
una pietra del mito Inca in ricordo del Che!»
La
morte del Che non commosse soltanto i suoi figli, la moglie, i cubani in
generale, ma tutte le persone belle di questo mondo.
I
giovani? Le donne, che dicevano del Che?
Ecco
Yolanda Fernández: «... la personalità del Che e la sua figura attiravano
tutti, ma grande era l'attenzione delle ragazze del ministero dell'Industria...
alcune si innamorarono di lui. Era un uomo favorito dalla natura: bello, virile,
parlava con gli occhi; era affascinante, con una gran bella voce».
È
vero, il Che non era bello solo dentro, ma anche fuori; le giovani lo
rispettavano come rivoluzionario ma molte ne erano anche attratte fisicamente.
Faceva sempre bella figura, comunque fosse vestito: con la divisa, gli stivali,
anche quando tagliava la canna da zucchero e rimaneva in maglietta... era bello;
e poi lo sguardo, il sorriso, la pipa, o il sigaro: ogni cosa dava un tocco alla
sua personalità.
Quando
passava, le ragazze dicevano: «Guarda com'è bello il Che! E fa sempre la sua
figura!»
Eppure,
benché potesse permettersi tutte le donne che voleva, si comportò sempre bene;
non parlava mai ambiguamente, per sottintesi, non faceva mai insinuazioni che si
sarebbero potute interpretare in altro modo.
Dopo
Cuba, il luogo in cui il Che è più ammirato crediamo sia la Bolivia.
Uomini,
donne, forse i più politicizzati, gli rendono omaggio sia nella sua veste di
rivoluzionario che in quella di uomo che seppe rinunciare a tutto per gli altri,
perché sanno che ha rinunciato davvero a tutto, anche alla gloria che aveva già
raggiunto.
Altri
settori, compresi i militari, che non condividono certo la sua ideologia, i suoi
punti di vista, riconoscono il valore e il coraggio del Che e parlano di lui con
rispetto e ammirazione.
È
vero, un settore importante della popolazione lo vede anche in modo mistico: gli
attribuisce miracoli, accendono candele davanti alla sua immagine, di fronte
alla scuola di La Higuera; gli mettono fiori, lo pregano!
Nessuno
lo dimentica.
Fu
fatto prigioniero l'8 di ottobre del 1967 e portato nella scuola di La Higuera
in cui rimase fino al 9 mattina; venne informato dell'arresto il Presidente
della Bolivia, che alle nove di sera si recò dall'ambasciatore degli Stati
Uniti a La Paz e alla sua presenza telefonò a Washington: come sapete la
risposta fu che il Che doveva morire e subito, perché costituiva un grave
pericolo per gli interessi degli Stati Uniti e della Bolivia.
I
motivi? L'opinione pubblica internazionale si sarebbe potuta mobilitare, gruppi
di comunisti fanatici potevano cercare di liberarlo e la Bolivia si sarebbe
agitata...
Era
preferibile la sua morte, la sua distruzione totale. Un duro colpo per Cuba e
per i movimenti rivoluzionari dell'America Latina, dissero! Decisero quindi di
ucciderlo.
Gli
spararono all'una e dieci del giorno 9.
Nel
pomeriggio il cadavere venne trasportato a Valle Grande nell'ospedale Señor de
Malta, dove gli tagliarono le mani per permettere ai periti argentini di fare le
prove dattiloscopiche. Gli agenti della Cia volevano tagliargli anche la sua
bella testa per inviarla negli Stati Uniti, ma i medici di Valle Grande si
opposero e il cadavere venne sepolto; girò la voce che lo avessero cremato e
disperse le ceneri, ma non è vero: il Che, il Comandante Ernesto Che Guevara de
la Serna, è sepolto nei paraggi di Valle Grande!
Félix
Ramos? Un traditore, di origine cubana, agente della Cia, che partecipò alla
morte del Che.
I
testimoni dissero che quando cercarono d'interrogarlo usando la violenza, fu
proprio lui che gli strappò parte della barba. Il Comandante, come suo solito,
si ribellò; gli legarono le mani prima davanti e poi dietro, e il Che sputò in
faccia proprio a Félix Ramos. In una delle foto che gli fecero prima di
ucciderlo, si vede chiaramente che una parte della sua famosa barba gli era
stata strappata.
È
importante che i giovani boliviani gli abbiano fatto omaggio a La Higuera nel XX
Anniversario della sua morte e abbiano scoperto un busto alla sua memoria.
Fra
di loro c'era anche il figlio del militare che dirigeva la compagnia che aveva
catturato il Che.
Quasi
tutti quelli che hanno avuto a che fare con la morte del Che sono morti di morte
violenta, e ciò in Bolivia è attribuito a un castigo divino o a una
maledizione.
Nel
luogo dove l'hanno barbaramente ucciso, dentro e fuori dalla scuola, i contadini
hanno collocato anche alcune pietre su cui accendono candele e mettono fiori.
Ci
colpirono molto, quelle pietre!
Chiedemmo
in giro, come al solito, e scoprimmo che i contadini boliviani credono che la
vita nasca dalla pietra, perché una loro antica leggenda racconta che da una
grande roccia sul lago Titicaca, il lago sacro degli Incas, nacque Vilacocha, il
loro dio supremo.
Vedendo
che il mondo era al buio, Vilacocha creò il sole, la luna e le stelle; diede
luce al mondo, poi si diresse a Cuzco, capitale degli Incas: prima che potesse
arrivare, alcune persone che non sapevano chi era cercarono di ucciderlo e lui
allora si trasformò in pietra per poter aspettare il momento giusto alla
continuazione della lotta.
Dicono
anche che l'uomo nasce e muore, la pianta si secca, la neve si scioglie, l'acqua
si trasforma, il vento va e viene, ma le pietre sono eterne e neppure il fuoco
può distruggerle.
È
stato emozionante, per noi, trovare boliviani che conservavano oggetti
appartenuti al Che o ad altri guerriglieri: è stato come scoprire qualcosa a
cui nemmeno remotamente avevamo pensato, qualcosa che ci ha riempito di
ammirazione e ci ha fatto amare ancora di più questo popolo.
Abbiamo
visto capelli che erano appartenuti al Che, persino peli della sua famosa barba,
brandelli del suo calzino, pezzi delle sue scarpe, della camicia, dell'ago
ipodermico che usava per farsi le iniezioni, conservato da un'infermiera
dell'ospedale Señor de Malta a Valle Grande.
Che
dire, ancora? Nell'ospedale, uno dei lavoratori più anziani aveva conservato
tutti gli strumenti con cui avevano fatto l'autopsia al Che: alcuni di questi
oggetti stanno oggi nel museo a lui dedicato di Santa Clara, e altri nel museo
della Rivoluzione a La Habana.
I
boliviani ci hanno donato anche la barella con cui il Che venne portato da La
Higuera a Valle Grande, in elicottero. La barella è stata conservata dalla
stessa persona che lo aveva accolto all'ospedale.
Sono
molte le donne di Valle Grande che conservano ancora alcuni capelli del Che!
È
davvero un mondo che non sognavamo nemmeno, una psicologia che nemmeno
concepivamo! Ma è stato come scoprire «un'altra» presenza del Che: una
presenza strana ma anche grande!
Pombo:
«Attraverso le novelle, i libri, noi combattenti capimmo chi era ``l'Uomo
Americano''».
Quando
se ne analizza ben bene la vita, si vede che Ernesto Che Guevara parte sempre
dalla scienza, ove cerca di trovare una soluzione ai mali che attanagliano
l'esistenza, attraverso l'uso della medicina.
Camminando
nei giorni della sua giovane vita, capisce, però, che è riduttivo rifarsi
soltanto alla scienza, che risolve solo parzialmente i problemi.
Per
esempio, quando, da giovane, si reca nel lebbrosario del Perù, il Che tocca con
mano i grandi problemi dell'umanità e cerca di fare qualcosa. E lo fa, per un
certo numero di persone, ma capisce di essere impotente di fronte ai milioni di
malati della stessa malattia.
Dal
Perù, passa in Bolivia, reduce da un effervescente processo rivoluzionario. In
Bolivia c'era stata la rivolta del 1952, nata da una ribellione di minatori
diretta da Paz Estensoro.
Quella
rivoluzione, comunque, si stava deteriorando e l'attenzione all'essere umano
stava venendo a mancare e il Che si rende conto che la strada per risolvere i
problemi della gente era lunga, davvero! Se ne va in Guatemala, ancora per
capire e partecipare, ma anche lì i tempi buoni, passano in fretta!
La
mia idea è che soltanto a Cuba, con la rivoluzione cubana in cui si uniscono le
idee di Martí a una concezione della giustizia sociale, il Che trova la
situazione idonea a sviluppare la sua idea di una società diversa, molto più
giusta.
È
a Cuba, proprio qui, dove concepisce la creazione dell'Uomo del secolo XXI, un
uomo diverso, forse non nuovo, ma certo diverso; con un concetto dei valori
umani molto più profondo, con quel senso della pienezza cercata e inserita
nell'arte e nella cultura, secondo la frase: «Essere più colti per essere più
liberi, essere più liberi per essere più colti!»
Questa
frase è la continuazione di quella martiana secondo cui la libertà dell'uomo
è data dal suo sviluppo culturale.
Per
me, le idee del Che sono una continuazione di quelle di Martí e di Simón Bolívar.
Perché il Che era cittadino del mondo, ma era anche un uomo americano e queste
sono le idee dell'uomo americano, quello più puro, è ovvio.
Se
Ernesto Che Guevara stimolava gli interessi culturali e creativi della gente?
Altroché!
Là,
sulla Sierra, c'era gente che suonava la chitarra, cantava, e c'erano dei
momenti, nella guerriglia, in cui i combattenti si dedicavano al proprio
sviluppo culturale proprio per non dimenticare la vita.
La
guerriglia non è fatta da automi, da macchine. Normalmente è fatta da esseri
umani, e normalmente l'essere umano ha vari modi di manifestare le proprie
ansie, la concezione della vita, i suoi sogni... e tra questi ci sono la
canzone, il teatro e la poesia.
Io
ero giovane, sulla Sierra, ma mi ricordo bene: c'era il gruppo di Punteiro che
cantava nei microfoni di Radio Rebelde canzoni messicane; risento la voce di un
compagno che cantava guajiras; era un modo per distrarsi, per vivere.
I
momenti creativi nascevano spontaneamente e ognuno si esibiva nel genere che
dominava. Ad alcuni piaceva raccontare barzellette? Erano bravissimi? Allora
passavano notti intere a raccontarle... e noi ridevamo; nel gruppo del Che c'era
gente che cantava testi legati al tango, altri ci facevano sognare con le
guajiras, canzoni varie.
È
vero, c'era un genere che al Comandante interessava molto: era la lettura
commentata. Aveva sempre dietro un buon numero di classici, romanzi o racconti
che descrivevano la vita quotidiana dei popoli. In questo modo, in Bolivia,
riuscì a farci capire la psicologia dell'indio. Voi sapete che noi siamo un
misto tra la razza africana e quella spagnola e abbiamo poco a che vedere con
l'uomo autoctono cubano e con l'indio. Nel resto dell'America la cultura dei
nativi è molto sentita, ma, per noi, è, diciamo così, distante.
Attraverso
libri, racconti e romanzi, il Che riuscì a spiegarci, nei momenti in cui la
battaglia non infuriava, chi era «l'uomo americano» con il quale ci stavamo
relazionando; conoscemmo, così, le caratteristiche delle popolazioni native, lo
sfruttamento di cui furono vittime, le loro lotte, i massacri cui andarono
incontro.
Certo,
si fa presto, ora, nel 1995, a parlare di economia, di ambiente o di nucleare.
Il
Che aveva un senso universale dell'economia e riteneva necessario che l'uomo,
sia nel suo spazio particolare che in quello generale, preservasse la natura e
l'ambiente.
I
boschi? Noi ne abbiamo attraversato molti. Si preoccupava che i guerriglieri non
strafacessero, non distruggessero alberi e fauna inutilmente. Certo, si
preoccupava anche che non venissimo scoperti, è logico, comunque aveva un senso
del futuro notevole!
Dovevamo,
ovviamente, mimetizzarci e, per farlo, ricorrere agli alberi e a molta parte del
bosco; lui, che aveva una concezione ampia della società e del futuro e sapeva
quanto fosse importante preservare quell'ambiente coi suoi fiumi, la sua flora e
la sua fauna ma che ci doveva drammaticamente nascondere, ce lo faceva «usare»
con parsimonia, per non doverlo distruggere!
Vorrei
farvi un esempio della concezione economica e ambientale del nostro Comandante.
Prima
dell'invasione di Cuba, eravamo, come sapete, sulla Sierra Maestra.
Ci
trovavamo in uno dei tanti accampamenti ed eravamo, come spesso accadeva, senza
cibo; il Che, in realtà, custodiva sette od otto maiali, ma non ce li dava da
mangiare.
Ci
lamentammo ancora una volta: perché non potevamo mangiare almeno uno di quei
maialini?
Lui,
come al solito, rispose che erano per l'allevamento.
Capite?
Noi avevamo fame, ma ci potevamo sfamare in un altro modo. Lui pensava a un
allevamento... per tutti! Ci disse che pensava di organizzare un allevamento di
maiali in una parte precisa della Sierra Maestra per nutrire anche tutta l'altra
gente del luogo.
Per
il Che, la gente, i contadini, gli abitanti della Sierra, i poveri... erano
un'ossessione!
A
un certo punto usammo una tattica per riuscire a mangiare il famoso porco.
Si
trattava di uscire dalla tenda, sparare a raffica, uccidere un maiale e dire che
c'era stata un'incursione aerea.
ll
Che poco dopo la morte del nostro maiale, arrivò, fissò il piccolo porco,
oramai morto, per un istante, e poi disse: «Com'è che dite che un aereo nemico
non riesce a colpire nemmeno un villaggio e ora ha ucciso un porco, piccolo,
piccolo?»
Non
potevamo nascondergli nulla, a quell'uomo!
Aveva
una proiezione mentale che riguardava il futuro, di tutti, una grande concezione
economica del risparmio, l'idea di creare migliori condizioni di vita per
l'uomo, ma in generale!
Questo
era il Che.
HILDITA
GUEVARA GADEA, LA FIGLIA MAGGIORE DEL CHE
Finalmente
ha piovuto in questo giugno caldissimo. Siamo sull'autostrada che collega i
centri più importanti di Cuba alla sua capitale. Le quattro corsie sono
occupate soprattutto da automezzi che portano lavoratori nei loro villaggi; in
alcuni snodi, giovani contadini vendono formaggio, frutta, grandi spremute di
frutta fresca.
Ci
fermiamo a bere. La ragazzina dalla pelle color dell'ambra prende un bicchiere
di vetro dal piccolo tavolo di legno, poi lo riempie del succo di un grande
contenitore di alluminio, sorride e me lo offre. Il grande albero da cui sono
stati colti i frutti da cui è uscito quel nettare è a pochi passi; in là,
palme, un orto strappato al caldo e al secco.
Tre
ragazzini mi osservano senza parlare. Afferrano il pacchetto di sigarette
italiane che ho appena svuotato e con aria indifferente ci giocano, tanto per
far passare il tempo senza imbarazzo.
Un
uomo magro, sguardo ironico, è appoggiato a un palo che tiene insieme
l'improvvisato bar e ci scruta. È a torso nudo, due bellissimi tatuaggi sulle
braccia, occhi brillanti, curiosi davvero.
Ci
chiede, sembrerebbe con noncuranza, da dove veniamo e chi siamo. Raccontiamo che
siamo appena tornati da una visita alla Cueva de Los Portales e stiamo andando,
ora, da Hilda Guevara Gadea.
«Hildita»,
suggerisce, «la prima figlia del Che. Noi la chiamiamo affettuosamente così,
come la chiamava suo padre, il Comandante».
Poi
ricorda, senza saltare una riga, la lettera che il padre ha inviato proprio a
lei il 15 febbraio del 1966, prima di sparire per sempre. Dopo, quella dedicata
a tutti i cinque figli, e quella africana per il compimento dei nove anni di
Hildita: ...Mi querida, tengo muchas ganas de verte.
Credo
sappia più o meno a memoria anche la Guerra de Guerrillas, tutti gli scritti
politici del Che, e forse anche Il Capitale, ma, per questa volta, si ferma a
brani, diciamo così, brevi, e a una citazione del grande José Marti.
Ovviamente
non dimentica un passaggio della lettera che il Comandante ha inviato a Fidel e
un pezzetto della poesia di Neruda che il Che ha registrato per la moglie
qualche giorno prima di partire... infine ritorna ancora a Hildita.
Ha
una voce un po' roca, ma il tono è da grande oratore.
Alcuni
automezzi si fermano, uomini con le mani che hanno lavorato la terra si lasciano
scivolare giù, sull'asfalto, si avvicinano silenziosi, bevono una spremuta e
ascoltano; due bambini si allontanano, poi tornano con alcuni avocados e ce li
offrono; sono i figli del nostro ospite, un poeta-sociologo, dice, che ha deciso
di vivere dentro il cuore di Cuba.
Hildita
Guevara domani dovrà essere ricoverata in ospedale. Si vede che non sta bene:
è pallida, strana, e fuma nervosamente.
Sono
le cinque di sera. La sua casa è all'ottavo piano di un vecchio palazzo nel
centro de La Habana.
Abbiamo
atteso per parecchio tempo l'ascensore e io racconto a Hildita che mi osserva
con una certa ansia, che mi sono meravigliata di sentire un gruppo di persone
urlare, davanti alla porta dell'ascensore, nomi... numeri.
Sorride.
«Chiamano la donna che ``guida'' l'ascensore. A volte, gli inquilini parlano
tra di loro, oppure aprono la porta e chiedono consigli; lei, spesso, si ferma a
discutere e, quindi, può succedere che la si debba sollecitare. È normale.»
La
prima figlia del Che, quella che è nata in Messico, ha occhi scuri, belli, viso
leggermente squadrato, interessante, con tratti da india. Parla bene l'italiano.
È venuta da noi molte volte e vorrebbe ritornarci. Le porto i saluti di alcune
donne che l'hanno conosciuta e apprezzata. Lei sorride, contenta.
La
sua casa piena di luce è semplice, e guarda i tetti dell'Habana. Piccole e
belle stanze in cui risuonano voci smorzate. Aleggia, però, tra quelle mura
bianche, la notizia che Hildita deve essere ricoverata.
Non
dice del suo male, non ne parla, e io non chiedo. Ha una forma di riservatezza
gentile, educata. Ma ha anche una certa forza nel riserbo, molto orgoglio.
È
d'accordo su libro e Cd-Rom. È contentissima che ci rivolgiamo ai giovani,
utilizzando anche i nuovi mezzi editoriali, per raccontare di suo padre, della
sua scelta di vita semplice, coerente e rivoluzionaria.
Riaccende
una sigaretta forte, cubana. Osserva fuori, poi si gira.
«Domani
mi ricoverano. Avrei voluto stare di più con voi...»
Siamo
seduti sopra un divano piccolo e comodo; sulla sinistra, alla parete, un'immensa
foto del Che, in piedi, giovane, sorridente. A fianco dell'immagine sotto vetro,
uccelli di legno, stilizzati, sembrano volargli attorno.
Alla
sinistra dell'ingresso, appena dopo la soglia, la bandiera rossa, con la foto di
Korda.
«Ci
sono dei padri che sembrano più leggeri di una piuma», le dico, «e altri che
occupano il mondo come se fossero montagne. Tuo padre non era certo leggero come
una piuma...»
«No,
altroché, era immenso, in tutto. Con noi, con la gente, con la vita!»
Ricorda,
certamente, le lettere che lui le ha inviato: delle raccomandazioni a essere
brava, giusta, rivoluzionaria; della sua severa presenza, ma anche della sua
dolcezza e poesia.
Le
raccontiamo del nostro incontro con l'uomo tatuato.
«Sai»,
dice, «forse mi ricordano perché sono la prima figlia; spesso il Che mi
portava anche alle manifestazioni, o in ufficio. A volte anche in quell'ufficio
del ministero dell'Industria dove hai visto la mia foto vicina a quella di
Camilo.»
La
piccola Hildita aveva i capelli corti, tagliati dritti anche sulla frangia,
fronte alta, occhi birbanti. Ora evoca maggiormente la sua parte india, ricordi
atavici della madre peruviana.
Gli
occhi sono sempre vigili, intelligenti, ma stanchi e un po' tristi.
Un
adolescente, maglietta e jeans, balza davanti al tavolinetto, accenna un saluto
e scappa fuori. Poco dopo Hildita Guevara mi abbraccia forte, poi ci accompagna
all'uscita, saluta una vicina e si appoggia alla porta.
La
ricordo così, appoggiata lievemente a una grande porta di legno, in un ampio e
scuro corridoio di un grande palazzo dell'Habana.
Sull'ascensore,
un ragazzino viene ripreso perché giocherella senza dare segni di voler
entrare; un uomo, capelli ricci e voce baritonale, pubblicizza la sua iscrizione
alle liste per le elezioni comunali che si terranno di lì a poco. Una bella
ragazza nera si accomoda i lunghi capelli e lo critica allegramente.
Entriamo
in un cortile assolato; l'adolescente che come una folgore ci è passato davanti
nel salotto di Hildita, appare, improvvisamente. Occhi scuri, languidi, capelli
neri, un po' lunghi, viso dai lineamenti perfetti.
È
il nipote di Ernesto Guevara de la Serna, detto il Che.
Mentre
leggo, verso la fine di agosto di un già stanco 1995, su un quotidiano
italiano, che Hildita Guevara Gadea è morta, a trentanove anni, l'età in cui
è morto il padre in Bolivia, dopo un grande lampo di tristezza rivedo
quell'adolescente che scende a due a due i gradini di quelle ampie scale... si
gira lentamente e ci osserva, con quel bello sguardo indagatore, poi corre via.
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LILIANA
BUCELLINI