Il
Che: l'amore,la politica, la rivolta
di
Liliana Bucellini.
Coproduzione
Zelig Editore s.r.l. - Cronodata s.r.l.
INDICE
La
famiglia, l'amore, i viaggi
La
rivolta
La
politica
La
Bolivia
Voci,
parole e ricordi
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texto
de una canción de Vincente Feliu
Vive
el hombre cuando está aqui
vive
cuando en su hora y momento
grabó
su letra
de
puño firme y sencillo,
vive
cuando su garganta no lo ajea,
cuando
canta las miserias, las auroras,
vive
el hombre y para vivir recorta a ratos
reparte
sus paisajes y muere un poco a diario.
Empieza
el hombre a morir cuando sus voces no cantaron
cuando
sus rutas se tupieron de infamia,
cuando
se erigió un escape,
el
hombre murió cuando se afirmó el olvido.
testo
di una canzone di Vincente Feliu
Vive
l'uomo quando è qui
vive
quando all'ora e al momento giusto
incide
la sua parola
con
mano semplice e ferma,
vive
quando la sua gola non lo abbandona,
quando
canta le miserie, le aurore,
vive
l'uomo e per vivere a tratti ritaglia,
distribuisce
i suoi paesaggi e muore un po' ogni giorno.
L'uomo
inizia a morire quando le sue voci non cantano
quando
le sue strade si riempiono di vergogna,
quando
sceglie una via di fuga
l'uomo
muore quando si afferma l'oblio.
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La
famiglia, l'amore, i viaggi
Nel
1933, su consiglio del medico che ha in cura il piccolo Guevara, la famiglia si
trasferisce nella città di Alta Gracia, luogo di villeggiatura nella provincia
di Córdoba, dove il clima è più dolce e mite. La villa che la famiglia
Guevara abita è chiamata «la Casa dei Fantasmi». Anche la nonna, Ana Lynch, e
la zia Beatrice, con la quale rimarrà in contatto epistolare per sempre,
firmando spesso col nomignolo «Tete», lo accompagnano alla scoperta della
poesia, della natura e degli animali. Ha quattro fratelli: Celia, Roberto, Ana
Maria e Juan Martin.
La
preparazione per la scuola elementare è guidata dalla madre, che lo porta alla
conoscenza delle opere di Verne, Dumas, Cervantes, Stevenson, Salgari. Nel 1938,
allievo della Scuola Primaria José de San Martin, veste un abito indio
confezionato dalla madre e partecipa, dicono, con molta convinzione, all'opera
teatrale «Martin Fierro».
Tra
le sue giovani amicizie: figli di minatori, contadini, lavoratori alberghieri.
È curioso e, narra suo padre, vuole sapere tutto quello che accade in campagna,
come nascono gli animali, come si debbono allevare, curare, tipo di agricoltura
e vegetazione.
Tra
il 1941 e il 1947 prosegue gli studi, come esterno, nella scuola media del
collegio Dean Funes di Córdoba e stringe amicizia con Alberto Granado che lo
accompagnerà nel suo giro per il continente americano.
Legge
Freud e Jung, Neruda, Quiroga, London, ed entra in contatto con una piccola
edizione del Capitale di Marx e l'opera il Decameron del Boccaccio. Il 22 aprile
1947, conclude gli studi al Dean Funes e conosce la giovane Berta Gilda Infante,
Tita, membro della Gioventù Comunista di Argentina, con la quale manterrà per
sempre una diretta e intima relazione di amicizia. È con Tita che impara un
verso di Gutíerrez: «No levantes himno de victoria en el dia sin sol de la
batalla».
Si
racconta che proprio a partire da questi anni i suoi occhi scuri, il suo sguardo
profondo e inquisitore, siano un forte elemento di attrazione per le ragazze.
Pratica
molto sport e compie lunghe escursioni. Avidissimo lettore, si appassiona alla
letteratura. Baudelaire e Neruda sono i suoi poeti preferiti.
Inizia
a scrivere un dizionario filosofico, composto da sette quaderni, nel quale
esprime concetti generali sulla storia della filosofia e delle scienze sociali.
Il terzo quaderno contiene appunti sulla vita di Carlo Marx e sulle origini
della filosofia marxista, nonché alcune definizioni attorno ai concetti di
socialismo e marxismo-leninismo.
Nel
1950, terminato il liceo, si trasferisce con la famiglia, che è sommersa da
guai economici, a Buenos Aires, dove si iscrive alla facoltà di medicina,
mantenendosi agli studi con un impiego nel municipio di Buenos Aires; nello
stesso periodo lavora gratuitamente presso l'Istituto di Ricerche sulle
Allergie.
Curioso,
libero e con uno spiccato senso critico, non gli interessano i voti alti e
studia con passione solo quello che ritiene utile alla sua formazione.
Nei
mesi di vacanza viaggia come può, in bicicletta, a piedi e in moto all'interno
del suo Paese, sino alle Ande. Ospitato su di un cargo, arriva anche all'isola
di Trinidad.
Proprio
a partire dal 1º di gennaio del 1950, percorre le province del nord
dell'Argentina su una bicicletta Northon, sulla quale inserisce il piccolo
motore della Cucchiolo, attraversa il sud delle province di Buenos Aires e Santa
Fe e arriva a Córdoba dopo 41 ore e 17 minuti, dove viene accolto dalla
famiglia del suo amico Granado. Poi si reca a Santiago del Estero e, nel viaggio
sino a Tucumán, scrive i suoi primi appunti.
«Per
una ventina di chilometri la strada è buona, e ai suoi lati si sviluppa una
vegetazione lussureggiante, una sorta di foresta tropicale a misura di turista,
con una moltitudine di ruscelletti e un ambiente umido da documentario sulla
foresta amazzonica. Entrando in questi giardini naturali, camminando tra le
liane, calpestando felci e osservando come ogni foglia se la ride della nostra
scarsa cultura botanica, ad ogni istante ci aspettiamo di sentire il ruggito di
un leone, di vedere il silenzioso passaggio del serpente o l'agile corsa di un
cervo, e all'improvviso in un ruggito flebile e costante riconosciamo il canto
di un camion che si inerpica per la montagna. È come se questo ruggito mandasse
in frantumi i cristalli delle mie fantasticherie e mi riportasse alla realtà...»
Alla
fine avrà fatto 4500 chilometri.
La
parola agli scrittori cubani Froilán González e Adys Cupull che hanno
investigato sulla vita del Che per moltissimi anni.
Froilán:
«Nella formazione di Ernesto Che Guevara influirono vari fattori, dai libri che
lesse, all'ambiente sociale in cui crebbe; la famiglia tutta, il padre e,
ovviamente, la madre. Tra le donne importanti della sua vita, quella che esercitò
maggiore influenza su di lui, stando alle nostre ricerche, fu proprio la madre,
Celia de la Serna. Attualmente stiamo lavorando a un libro sulla sua vita.
Ana
Lynch, la nonna paterna, nata in California?
Di
origine irlandese, liberale, non religiosa, fu una figura bellissima, per il
piccolo Ernesto: la nonna parlava della California ove aveva vissuto,
raccontava, e a lui piacevano le sue storie. Quando si ammalò, Ernesto, che
stava studiando ingegneria all'Università di Buenos Aires, le restò accanto
per diciassette giorni, nella speranza di poterla salvare, dandole le medicine
con il contagocce, imboccandola.
Quando
morì, decise di studiare medicina, per aiutare la gente e lenire le sofferenze
umane. La scelta di cambiare il corso degli studi rispose perciò a una
determinata esperienza di vita.
Un'altra
delle donne che arricchì lo spirito del Che fu la zia Beatriz, sorella del
padre. Persona colta, leggeva molto e aveva una concezione aristocratica della
vita: insomma, era una classista; molto raffinata, si metteva persino i guanti
per contare il denaro. Forse anche per questi motivi non era riuscita a trovare
un fidanzato e a sposarsi. Comunque tra il piccolo Ernesto, asmatico e
malaticcio ma molto curioso e attento, e questa zia, si stabilì una speciale
relazione di zia-madre e nipote-figlio, e questo rapporto durò fino alla morte
del Che, a cui lei sopravvisse.
Ernesto
le mandava lettere da ogni parte del mondo, e le scriveva del più e del meno.
Lei gli raccontava della famiglia, niente che potesse riguardare la politica.
Divenne un po' la portavoce, non tanto dei genitori e dei fratelli, sui quali
Ernesto s'informava personalmente, ma dei cugini e degli zii...
Ai
tempi dell'università, la zia Beatriz gli preparava il mate e gli si sedeva
accanto (a Ernesto piaceva bere mate ed essere coccolato!); gli stava vicino
quando gli venivano attacchi d'asma o non stava bene per qualche altro motivo.
Quando
era piccolo gli raccontava sempre storie su principi e fate, di una principessa
che aspettava proprio lui, coinvolgendolo in un mondo fantastico e
straordinario.
Quando
Ernesto assunse una posizione marxista-comunista nei confronti della vita, la
zia, religiosa e timorosa della sorte che sarebbe toccata al suo Tete nell'aldilà,
decise, insieme ad altri parenti, di chiedere a Paolo VI un'indulgenza plenaria
che assolvesse il Che da tutti i peccati.
Il
Papa la concesse e lei si mise il cuore in pace. Era il 25 maggio del 1964.
Un'altra
donna che esercitò un'influenza parecchio importante sul Che, è stata Berta
Gilda Infante, Tita.
Una
giovane argentina, militante della Gioventù Comunista, che studiava medicina
all'Università di Buenos Aires. Tita e Ernesto discutevano, parlavano,
leggevano libri marxisti, li svisceravano in profondità, ma erano molto
diversi.
A
vederli insieme, ti rendevi conto che Tita, nonostante la preparazione teorica,
era una ragazza timida, insicura, poco coraggiosa, eppure fra i due giovani si
stabilì un legame profondo, un'amicizia molto stretta, questo è sicuro. Alcuni
dicono che si trattò di un vero e proprio rapporto sentimentale; altri
sostengono che non ebbero una relazione intima, che sì, erano entrambi
innamorati, ma che non avevano saputo rompere la barriera che separa l'amicizia
dall'amore; altri sostengono che Tita fosse innamorata e lui no.
Anche
oggi, nonostante le nostre ricerche, non sapremmo dire di più.
Penso
comunque che dal punto di vista ideologico, spirituale e sentimentale fossero
molto affini, e che uno fosse il confidente dell'altra. Tita era una giovane
donna molto intelligente, con una profonda sensibilità e il Che un giovane uomo
profondamente sensibile. Sicuramente sono stati questi elementi a creare quella
bella e significativa unione».
Adys:
«A proposito del Che e del suo rapporto con la ``figura femminile'', vorrei
aggiungere qualcosa a quanto già detto da Froilán.
In
un suo scritto, si legge: ``La donna è discriminata anche dalla società, e
questa discriminazione non è nuova, è cominciata decine di secoli fa, quando
le donne vennero emarginate e relegate a svolgere i lavori domestici...
La
donna deve avere accesso a ogni tipo di lavoro e ricevere per questo lavoro la
stessa retribuzione che riceve l'uomo''.
Come
si può notare, anche da queste brevi ma significative frasi, nel prendere
coscienza della propria vita, il Che non dimentica l'altra metà del cielo e
sostiene che la donna deve occupare il suo posto nello sviluppo della storia,
nello sviluppo della stessa società.
E
ora occupiamoci di Celia de la Serna, la madre del Che, persona che fin dalla
nascita influì parecchio sulla formazione di Ernesto, del quale plasmò in modo
positivo la personalità, perché dovete sapere che Celia fu una donna molto
moderna per la sua epoca e per il contesto sociale in cui visse.
Dovendo
stare, per ragioni di salute, molto tempo con la madre, il piccolo Ernesto prese
tutto da lei: coraggio, valore, dignità. Qualità di cui, peraltro, il padre
non faceva difetto. Ma fu soprattutto sulla figura materna che il ragazzo modellò
la sua personalità; Celia era forte, energica ed esponeva con chiarezza i
propri pensieri e giudizi; sul Che ebbero grande importanza anche i suoi
principi morali.
Crescendo,
il figlio cominciò ad avere idee proprie e spesso dissentiva da lei,
soprattutto in politica, ma il legame, anche intellettuale, era così profondo
che il Che, da adulto, arriverà a influenzarla. Il fatto è che nei giorni
della giovinezza di Ernesto, Celia si rende conto che lui si allontana e, come
ogni madre, ha paura di perderlo.
Col
tempo, il Che riuscirà a convincerla anche della necessità della sua lotta a
favore di Cuba».
Froilán:
«Celia gli insegna ad amare la natura; lo porta a fare passeggiate, gli fa
conoscere gli animali, la campagna. Gli insegna a leggere e a scrivere, lo
prepara alla letteratura, lo porta a conoscere la lingua francese e lo introduce
tra i suoi scrittori classici.
Altre
donne? Lidia Doce, che gli faceva da messaggera nella Sierra Maestra. In quella
fase della lotta, siamo nel 1957, avrà avuto una quarantina d'anni.
Quella
donna coraggiosa, andava e veniva dall'Habana portando messaggi, comunicazioni:
il Che ne ammirava il valore, il coraggio e l'intelligenza.
Lidia
era capace di entrare in una caserma e mettersi a parlare con i militari di
Batista, per distrarli, per poter compiere al meglio, e senza sospetti, il suo
lavoro di messaggera della guerriglia.
È
certamente la prima donna cubana per la quale Ernesto Che Guevara prova
ammirazione.
Più
avanti dirò di Hilda Gadea, Aleida March e di Tania, la guerrigliera...»
La
Poderosa II
«Era
una mattina d'ottobre, ed io ero andato a Cordova approfittando delle vacanze
del 17. Bevevamo mate dolce sotto il pergolato della casa di Alberto Granado e
ci raccontavamo le ultime novità sulla nostra ``vita da cani'', mentre
cercavamo di sistemare la Poderosa II... Sulle ali del sogno arrivavamo in paesi
remoti, navigavamo per i mari tropicali e visitavamo tutta l'Asia».
A
Buenos Aires, prima del grande salto, regala alla sua giovane fidanzata Chichina
Ferreira, un piccolo cane, Comeback. A 400 km a sud di Buenos Aires, invia una
lettera a Chichina:
«Cada
vez me gusta más o la quiero más a mi cara mitad... La despedida fue larga, ya
que duró dos dias bastante cerca de lo ideal.
A
Comeback también lo siento mucho».
Nel
febbraio del 1952 è in Chile. A Temuco, Ernesto e Alberto vengono intervistati
da un giornale locale che titola: «Dos expertos argentinos en leprologia
recorren Sudamerica en motocicleta».
Si
devono fermare a Lautaro per un guasto molto grave della Poderosa. Racconterà
Ernesto:
«La
moto era più o meno sistemata e saremmo partiti il giorno dopo, così decidemmo
di andare a bere e far baldoria con alcuni amici del posto.
Il
vino cileno è buonissimo! Io bevevo a una velocità straordinaria, così quando
si trattò di andare al ballo del paese, mi sentivo capace di grandi imprese...
La
compagnia era gradevole e gli amici continuavano a riempirci lo stomaco e la
testa di vino. Ad un tratto, uno dei meccanici dell'officina, particolarmente
gentile, mi chiese di ballare con la moglie perché tutto quel bere gli aveva
fatto male; la donna era calda ed eccitata, ed anche a lei scorreva vino cileno
nelle vene. Io la presi per mano per portarla fuori e lei mi seguì
docilmente... ma, quando si rese conto che il marito la guardava, cambiò idea e
disse che doveva rimanere; io, che non ero più in grado di intendere ragione,
iniziai un tira e molla che ci portò vicino a una porta d'uscita... ormai ci
guardavano tutti e la donna mi diede un calcio; io continuavo a trascinarla,
finché perse l'equilibrio e cadde rovinosamente a terra.
A
quel punto io e Alberto capimmo che era meglio scappare dal ballo; ci mettemmo a
correre velocemente verso il paese, seguiti da uno sciame di ballerini
furenti...»
La
moto, molto amata dal Che, dopo vari tentativi di riparazione si rompe
definitivamente a Santiago del Chile ed Ernesto e l'amico, seppure a malincuore,
l'abbandonano e decidono di continuare a piedi. In quel viaggio si fortifica il
suo desiderio di registrare le proprie impressioni su carta, abitudine che
conserverà per sempre. Lavorano qua e là, come capita, finché s'imbarcano
come marinai su una nave diretta in Perù. Sono passati sei mesi dalla partenza
e a Lima fanno amicizia con un medico che li conduce nel lebbrosario di Huambo a
più di duemila metri, in piena selva; poiché subisce un duro attacco di asma,
l'amico Alberto fa in modo che possa viaggiare sino al lebbrosario su di un
cavallo.
A
Huambo si commuove per le condizioni drammatiche che stanno vivendo gli ammalati
di lebbra; li visita e alla fine scrive:
«Le
persone che se ne fanno carico svolgono un lavoro davvero meritorio, perché la
situazione generale è disastrosa. In un piccolo ridotto di meno di mezzo
ettaro, due terzi del quale riservato ai malati, si svolge la vita di questi
condannati che aspettano come liberazione la morte».
Visita
il Machu Picchu, trascrivendo le sue impressioni e la sua ammirazione per quel
luogo sacro dell'impero Inca: «Machu Picchu, Enigma di Pietra in America».
Osserva la gente in una processione:
«Il
rosso violento dei fiori, accanto all'acceso color bronzo del Signore dei
Tremori e all'argento dell'altare su cui viene trasportato, forma un insieme
armonioso che dà un tono di festa pagana alla processione; a ciò si aggiungono
gli abiti multicolori degli indigeni, come espressione di una cultura o di un
tipo di vita che mantiene valori vivi e contrasta con i vestiti europeizzati di
una serie di indios che marciano in testa al gruppo con gli stendardi in mano.
Quei visi stanchi e sofferenti assomigliano a quelli degli Inca che invece di
ascoltare la voce di Manco II si piegarono davanti al vincitore, Pizarro,
affogando la loro stirpe nella degradazione del vinto».
Durante
il viaggio sul Rio delle Amazzoni, pensa alla giovane fidanzata, rimasta in
Argentina.
«La
stinta carezza della puttanella che aveva provato compassione per il mio stato
di salute, penetrò come una fitta nei sonnecchianti ricordi della mia vita
preavventuriera.
Di
notte, mentre non riuscivo a dormire per le zanzare, pensavo a Chichina, ormai
trasformatasi in un sogno lontano, un sogno molto piacevole che una volta
terminato, caratteristica impropria di questo tipo di fantasie, si adatta al
nostro carattere e nel ricordo lascia più miele che fiele.
Le
mandai un bacio tenero e tranquillo, da vecchio amico che la conosce e la
comprende; e il ricordo si spostò a Malagueño e alla sua squallida entrata,
dove in quel momento stava forse rivolgendosi a un altro uomo con qualche strana
frase gentile. L'immensa volta celeste trapuntata di stelle scintillava
allegramente, come rispondendo affermativamente alla domanda che affiorava dai
miei polmoni: ne valeva la pena?»
Con
Alberto, il Che arriva il 7 giugno 1952 al lebbrosario di San Pablo, nella
provincia di Loreto in Amazzonia. Alcuni mesi dopo organizzano come
psicoterapia, d'accordo con il dottor Federico Breziani che segue il
lebbrosario, attività sportive, escursioni, cacce alle scimmie per i malati;
Ernesto gioca anche a calcio e legge il poeta Federico García Lorca.
Nello
stesso periodo visita la tribù degli indios Yaguas. I degenti del lebbrosario,
profondamente commossi da tantissime attenzioni, costruiscono per loro una
zattera perché possano attraversare diagonalmente il Rio delle Amazzoni, per
poter arrivare a Leticia, in Colombia.
E
siamo arrivati al 23 di giugno del 1952: a Leticia, per poter continuare il
viaggio fino a Bogotà, approfittando della fama di cui godono i calciatori
argentini, chiedono di allenare squadre per il campionato locale di football. La
loro squadra vince il campionato e in premio Guevara e Granado ricevono un
biglietto aereo per Bogotà, dove, purtroppo, vengono immediatamente arrestati
dalla polizia del dittatore Laureano Gomez; usciti di prigione un mese dopo,
decidono di abbandonare il Paese ed entrano in Venezuela dove Ernesto si separa
da Alberto Granado.
Miami,
Usa
Della
California, Ernesto, aveva sentito parlare da sua nonna, Ana, la quale proprio là
nacque e visse sino all'età di dodici anni.
Ernesto
Guevara decide di recarsi a Miami, in quel luglio del '52, sull'aereo da
trasporto di cavalli di un amico, per vedere gli Stati Uniti prima di rientrare
in Argentina. A Miami frequenta la biblioteca pubblica, studia, s'informa e
stabilisce stretti rapporti con l'ambiente latino-americano, resistendo un mese
praticamente senza denaro.
Il
12 di giugno del '53, superando velocemente gli ultimi esami che gli restano, si
laurea, Dottore in Medicina, con una tesi sull'allergia, presso la Facoltà di
Scienze Mediche dell'Università di Buenos Aires.
Dagli
amici e parenti riceve, come regalo, un po' di soldi che gli permetteranno di
organizzare il suo viaggio in Venezuela. Ci sarà anche una piccola festa di
addio e la sorella Celia in suo onore cucinerà un bel pezzo di carne al curry
con riso, da una ricetta molto piccante degli indios, che Ernesto ama molto.
Quindi,
viaggiatore instancabile, riparte su di un treno che va da Buenos Aires a La Paz,
per seimila chilometri. Ripercorre il Perù e arriva a Guayaquil, Ecuador, dove
incontra Ricardo Rojo, un esiliato argentino fuggito spettacolarmente dalle
carceri di Pero´n, che gli parla della riforma agraria promulgata nel febbraio
1953 da Jacobo Arbenz, presidente del Guatemala, che ha espropriato 255.000 acri
di terra incolta della United Fruit Company.
Non
ha dubbi e si dirige in Guatemala dove arriva nel dicembre del 1953. Collabora
con alcune riviste e pubblica anche l'articolo-diario sul suo incontro con il
Machu Picchu, ma fa anche il venditore ambulante e altri piccoli lavori
occasionali.
Ha
finito di leggere tutto Marx, Lenin e altri scritti di teorici rivoluzionari e
si «sente» marxista.
Machu
Picchu: Enigma di pietra in America
Coronando
un'altura di agresti e ripide fiancate, a duemilaottocento metri sul livello del
mare e a quattrocento sull'Urubamba ricco di acque, si trova una antichissima
città di pietra che, per estensione, ha ricevuto il nome dal luogo che la
accoglie: Machu Picchu.
È
questo il suo nome originario? No, questo termine quechua significa «Collina
Vecchia», in opposizione alla vetta rocciosa che s'innalza a pochi metri dal
villaggio, Huaina Picchu, Collina Giovane. Descrizioni fisiche riferite
semplicemente al carattere degli accidenti geografici. Quale sarà allora il suo
vero nome?
Apriamo
una parentesi e ritorniamo al passato.
Il
secolo XVI, della nostra era, fu molto triste per la razza aborigena d'America.
Come un'alluvione, l'invasore bianco cadde in ogni angolo del continente e i
grandi imperi indigeni furono ridotti in rovina. Nel centro dell'America del
Sud, le lotte intestine tra i due eredi e pretendenti al trono del defunto
Huaina-Capac, Atahualpa e Huascar, resero più facile il compito di distruzione
del più importante impero del Continente.
Gli
spagnoli, per mantenere quieta la massa umana che accerchiava pericolosamente il
Cuzco, incoronarono il giovane Manco II, uno dei nipoti di Huascar. Questa
manovra ebbe un seguito inatteso: le popolazioni indigene ritrovarono un
rappresentante visibile, incoronato con tutte le formalità della legge incaica,
possibile anche sotto il giogo spagnolo, ma un monarca non facilmente
manovrabile, come invece avrebbero voluto gli spagnoli.
Una
notte l'Inca scomparve con i suoi principali comandanti, portandosi appresso il
grande disco d'oro, simbolo di Inti, il Sole, e da quel giorno non ci fu più
pace nella vecchia capitale dell'impero.
Le
comunicazioni non erano sicure, bande armate facevano scorrerie sul territorio,
giungendo ad accerchiare la città e utilizzando, come base delle proprie
operazioni, l'antica e imponente Sacsahuaman, la fortezza posta a difesa del
Cuzco e oggi distrutta.
Correva
l'anno 1536. La rivolta su grande scala fallì, e le truppe del monarca tolsero
l'assedio al Cuzco ingaggiando l'ultima battaglia a Ollantaitambo, la cittadella
fortificata sulle rive dell'Urubamba. La sconfitta segnò la fine degli scontri
a campo aperto e diede inizio alla guerra di guerriglia, impegnando alla
costante mobilitazione il potente esercito spagnolo.
Un
conquistador disertore, accolto con altri sei compagni in seno alla Corte
indigena, in un giorno di festa, in preda ai fumi dell'alcol, assassinò il
sovrano. Immediatamente i dignitari gli diedero una morte orribile, insieme agli
sfortunati compagni, poi sette teste vennero infilzate sulle punte delle lance e
poste nei dintorni, a monito di castigo.
I
tre figli del monarca, Sairy Tupac, Tito Cusi e Tupac Amaru, regnarono e
morirono uno dopo l'altro. Ma la morte di Tupac Amaru rappresentò qualcosa di
più della morte di un sovrano: significò il crollo definitivo dell'impero Inca.
Fu
l'inflessibile viceré Francisco Toledo, che fece imprigionare e poi
giustiziare, sulla Plaza de Armas di Cuzco, nel 1572, l'ultimo sovrano Inca.
La
vita di Tupac Amaru che, salvo una breve parentesi di regno, venne trascorsa in
gran parte nel confino del Tempio delle Vergini del Sole, si chiudeva così,
tragicamente. Nell'ora del supplizio, l'ultimo sovrano Inca, comunque, riscattò
un passato non propriamente glorioso, con un coraggioso discorso dedicato al suo
popolo e il suo nome è stato riabilitato dall'appellativo che ha assunto il
precursore dell'indipendenza americana, José Gabriel Condorcan, Tupac Amaru II.
Cessato
il pericolo per i rappresentanti della Corona spagnola, nessuno si preoccupò di
cercare la base delle operazioni guerrigliere, Vilcapampa, la città tanto ben
nascosta, abbandonata dall'ultimo sovrano in fuga e fatto prigioniero.
Incominciò
allora una parentesi di tre secoli e un grande silenzio regnò sulle rovine. In
molte parti del suo territorio, il Perù era ancora una terra vergine, con una
flora non conosciuta, quando lo scienziato italiano Antonio Raimondi lo percorse
in tutte le direzioni, dedicandogli diciannove anni della sua vita, nella
seconda metà del secolo scorso.
Sebbene
Raimondi non fosse un archeologo, mettendo totalmente in campo la propria
cultura e le proprie capacità scientifiche, fu in grado di dare un impulso
enorme allo studio del passato incaico; intere generazioni di studenti peruviani
poterono tornare così, attraverso i suoi occhi e guidati dalla sua monumentale
opera, El Perù, al cuore di una patria che non conoscevano; si rianimò anche
l'entusiasmo degli uomini di scienza di tutto il mondo per le ricerche sul
passato di un popolo che, in altri tempi, era stato grandioso.
Agli
inizi del nostro secolo, lo storico nordamericano professor Bingham, giunto in
terra peruviana per seguire le tracce degli itinerari di Bolivar, rimase
soggiogato dalla straordinaria bellezza delle regioni visitate, affascinato
dall'incitante problema della cultura Inca.
Tutto
questo, aggiunto al bisogno di storia e di avventura che convivevano nel suo
animo, lo portò alla ricerca della città perduta, base delle operazioni dei
quattro sovrani ribelli.
Bingham
era a conoscenza, dalla lettura delle cronache di padre Calancha e dagli scritti
di altri autori, che gli Incas ebbero in Vitcos la capitale politica e in
Vilcapampa la capitale religiosa; quest'ultima, situata un poco più lontano,
non era mai stata rintracciata da nessun bianco.
Con
questi soli dati iniziò la ricerca.
A
chi conosce, anche solo superficialmente, la regione, non sfugge la grandezza
dell'opera intrapresa dal nostro professore, viste le zone montagnose, coperte
da intricati boschi subtropicali solcati da fiumi che sono torrenti
pericolosissimi, non conoscendo né la lingua né la psicologia degli abitanti.
Bingham
vi entrò usando tre potenti armi: l'indistruttibile ansia d'avventura, la
profonda intuizione e un buon pugno di dollari.
Comprando,
con pazienza, ogni informazione e ogni segreto a peso d'oro, penetrò nel cuore
dell'estinta civiltà. Dopo anni di arduo lavoro, seguendo metodicamente un
indio che vendeva pietre vergini di fiume, Bingham, solo e senza la compagnia di
alcun bianco, in un fatidico giorno del 1911, poté estasiarsi di fronte
all'apparizione d'imponenti rovine, che gli diedero il benvenuto da dietro
un'immensa copertura di sterpaglie.
Ma
c'è anche un aspetto triste. Le rovine furono ripulite dalle erbacce,
perfettamente studiate, descritte e poi... completamente spogliate di tutti gli
oggetti di valore che erano caduti nelle mani dei ricercatori che portarono
trionfalmente, nei loro paesi, più di duecento casse colme d'inestimabili
tesori archeologici e, perché non dirlo, anche di notevole valore monetario.
Bingham,
obiettivamente parlando, non è colpevole; né sono colpevoli, in generale, i
nordamericani. Non è colpevole allora nemmeno quel governo peruviano che era
nell'impossibilità economica di finanziare una spedizione simile a quella che
diresse lo scopritore di Machu Picchu.
Quindi
non ci sono colpevoli. E va bene. Ma dove si possono ammirare e studiare i
tesori della bellissima città indigena? La risposta è ovvia: nei musei
nordamericani.
Secondo
l'opinione di Bingham, Machu Picchu fu la prima dimora della stirpe quechua e
centro d'espansione ancor prima della fondazione di Cuzco.
La
riporta nella mitologia incaica, identificando le tre finestre di un tempio
semidistrutto con quelle da cui sarebbero usciti i tre fratelli Ayllus, mitici
personaggi inca. Incontra coincidenti somiglianze tra un torrione circolare
della città scoperta e il Tempio del Sole di Cuzco.
Identifica
gli scheletri trovati tra le rovine, quasi tutti femminili, con quelli delle
Vergini del Sole.
Il
rifugio dei guerrieri vinti, comunque, farebbe di Tampu Toco il nucleo iniziale
del recinto sacro, la cui collocazione sarebbe quindi nel Machu Picchu e non a
Pacaru Tampu, vicino a El Cuzco, come dissero gli insigni indiani allo storico
Sarmiento de Gamboa, che li interrogava per ordine del Rey Toledo.
Dopo
varie ore di viaggio su un treno asmatico, quasi un giocattolo, che costeggia un
piccolo torrente per proseguire lungo i margini dell'Urubamba, passando dalle
imponenti rovine di Ollantaitambo, si giunge al ponte che attraversa il fiume.
Una
strada serpeggiante, che dopo otto chilometri di cammino si eleva a quattrocento
metri sopra il livello del torrente, ci porta sino all'hotel delle rovine. Siamo
guidati dal signor Soto, uomo di straordinaria erudizione sulle questioni
incaiche e buon poeta, che contribuisce, nelle deliziose notti del tropico, ad
aumentare il suggestivo incanto della città.
Machu
Picchu, edificata sul picco della montagna, abbraccia un'estensione di due
chilometri di perimetro.
Generalmente
la si divide in tre sezioni: quella dei templi, quella delle residenze nobili e
quella della gente comune.
Nella
sezione dedicata al culto, si trovano le rovine di un magnifico tempio formato
da grandi blocchi di granito bianco: è quello delle tre finestre che serviranno
alla speculazione mitografica di Bingham. Coronato da una serie di edifici
costruiti con grande finezza, si trova l'Intiwatana, il luogo dove si
trattengono i raggi del sole: un filo di pietra, di una sessantina di centimetri
di altezza, è l'altare del rito indigeno, uno dei pochi rimasti intatti perché
gli spagnoli, non appena conquistavano una fortezza Inca, si preoccupavano
subito di rompere questo simbolo.
Gli
edifici della nobiltà, come il torrione circolare già nominato, la serie di
fontane e canali intagliati nella pietra, sono di uno straordinario valore
artistico. Le numerose residenze sono anche memorabili per il fine lavoro
d'incisione che è stato eseguito sulle pietre che le compongono. Vorrei dare,
per ora, al Machu Picchu, due significati possibili.
Per
l'uomo che lotta, perseguendo quello che oggi si chiama chimera, rappresenta il
braccio teso verso il futuro, la cui voce di pietra grida solenne a tutto il
continente: «città indoamericane, riconquistate il passato!»
Per
altri, e cioè per quelli che semplicemente «odono il frastuono del mondo»,
credo sia significativa la frase che ho trovato sul libro dei visitatori
conservato nell'hotel, e che è stata scritta da un suddito inglese, con tutta
l'amarezza della sua nostalgia imperiale: «I am lucky to find a place without a
Coca Cola propaganda».
![]()
La
rivolta
Ernesto
Guevara incontra la rivoluzione
Il
27 dicembre, Hilda Gadea, un'esiliata peruviana che sposerà in Messico il 18 di
agosto del 1955, nella piccola cittadina di Tepozotlán, poco prima d'imbarcarsi
sul Granma, presenta a Ernesto Guevara un gruppo di rivoluzionari cubani
sopravvissuti all'assalto alla caserma Moncada: Dario López, Mario Dalmau,
Armando Arancibia e Ñico Lopez che gli parlano di Fidel Castro.
È
in questo periodo che Ernesto Guevara de la Serna acquisisce quel nomignolo
famosissimo: Che, vocabolo argentino di origine guarany, che significa «mio».
E
proprio lui lo adotta assumendolo come nome proprio.
Siamo
al 17 giugno del 1954. Quel giorno si scatena l'aggressione contro il governo
Arbenz organizzata dalla Cia e dal Dipartimento di Stato Usa che avevano
addestrato in Nicaragua e in Honduras, dopo aver avuto il placet anche dall'Osa,
un corpo di mercenari agli ordini del colonnello guatemalteco Carlos Castillo
Armas, per difendere il continente americano dal «pericolo comunista».
Il
Che, inascoltato, tenta di organizzare la resistenza armata in città... ma
tutto crolla e, in agosto, quando le truppe mercenarie entrano nella capitale,
si rifugia con i rivoluzionari cubani nell'ambasciata argentina che lo registra
come elemento «comunista».
Scrive
anche il suo primo articolo politico: «Yo vi la caida de Jacobo Arbenz».
Nel
1955, si presenta a un concorso dell'Ospedale Generale di Città del Messico e
vince un posto nel reparto Allergie dell'Istituto di Cardiologia dove incontra
Nino Lopez, che accompagna un esiliato cubano ammalato.
Frequenta
Maria Antonia González, cubana, sorella di un perseguitato politico da Batista,
sposata con un messicano, nella cui casa si è stabilito il quartier generale
dei futuri partecipanti alla spedizione Granma: conosce Raúl Castro e altri
rivoluzionari cubani.
Fidel
Castro arriva in Messico nel luglio del 1955. Una notte incontra il Che che
poche ore dopo, all'alba, verrà arruolato da Fidel, quale medico, nella
spedizione contro il dittatore Batista.
A
sua madre, in una lettera, confesserà: «Me ligaba desde el principio, un lazo
de romántica simpatia aventurera y la consideración de que valía la pena
morir en una playa extranjera por un ideal puro».
Il
15 di febbraio del 1956 nasce la prima figlia del Che, Hilda Beatriz, Hildita.
A
sua madre Celia, scrive questa lettera:
«Nonnina:
noi due siamo un pochino più anziani e, se ti vuoi considerare frutto, un
pochino più maturi. La bambina è abbastanza brutta... però basta guardarla,
per rendersi conto che è diversa da tutte le creature della sua età: piange
quando ha fame, si piscia continuamente addosso, gli dà fastidio la luce e
dorme quasi tutto il tempo; nonostante ciò, c'è qualcosa che la differenzia
immediatamente, comunque, da qualsiasi altro bambino... il suo papà si chiama
Ernesto Guevara».
A
proposito di Hilda Gadea, Froila´n: «Era aprista, quindi militava in un
partito che non aveva niente a che vedere con il marxismo; marito e moglie
affrontavano spesso discussioni a carattere ideologico e credo che Ernesto
l'aiutò a chiarirsi le idee.
È
vero che alcuni hanno ipotizzato al contrario una certa influenza di Hilda sul
Che, ma noi pensiamo che, pur essendoci stata ovviamente la possibilità di una
reciproca influenza, soprattutto sul piano ideologico, il livello di sviluppo,
di conoscenza e di preparazione del Che fosse di molto superiore.
Ricordo
che già a diciassette anni aveva iniziato a scrivere un dizionario filosofico,
attraverso il quale si mette a studiare il marxismo. Ha letto le opere di Aníbal
Ponce con Tita, ecc...
Nel
periodo che il Che ha trascorso in Guatemala, Hilda, però, lo aiuta, e molto;
quando viene deposto Jacobo Arbenz, il Che va in esilio in Messico: è lì che
si sposa con Hilda dalla quale avrà una figlia, Hilda Beatriz.
Col
tempo, tra i due, nascono difficoltà e incomprensioni, per così dire,
spirituali, e la coppia decide di separarsi».
Siamo
nel giugno del '56: scoperto il luogo dalla polizia messicana, gli uomini della
rivoluzione vengono tutti arrestati e trasferiti nel carcere da dove verranno
rimessi in libertà, dopo circa due mesi, dietro versamento di una forte somma
di denaro e per l'intercessione dell'ex Presidente messicano Lazaro Cardenas,
col quale Fidel Castro era in contatto.
Dedica
di Ernesto Guevara de la Serna a una vecchia messicana che incontra
nell'Ospedale Generale di Città del Messico nel dicembre del 1954.
Vieja
Maria
Vieja
Maria, vas a morir;
quiero
hablarte en serio:
Tu
vida fue un rosario completo de agonias,
no
hubo hombre amado, ni salud, ni dinero,
apenas
el hambre para ser compartida;
quiero
hablar de tu esperanza,
las
tres distintas esperanzas
que
tu hija fabricó sin saber cómo.
Toma
esta mano de hombre que parece de niño
en
las tuyas pulidas por el jabón amarillo.
Restriega
tus callos duros y los nudillos puros
en
la suave vergüenza de mis manos de médico.
Escucha,
abuela proletaria:
cree
en el hombre que llega,
cree
en el futuro que nunca verás.
Ni
reces al dios inclemente
que
toda una vida mintió tu esperanza.
Ni
pidas clemencia a la muerte
para
ver crecer a tus caricias pardas;
los
cielos son sordos y en ti manda lo oscuro,
sobro
todo tendrás una roja venganza,
Lo
juro por la exacta dimensión de mis ideales
tus
nietos todos vivirán la aurora,
muere
en paz, vieja luchadora.
Vas
a morir, vieja Maria;
treinta
proyectos de mortaja
dirán
adiós con la mirada
el
día de estos que te vayas.
Vas
a morir, vieja María
quedarán
mudas las paredes de la sala
cuando
la muerte sí conjugue con el asma
y
copulen su amor en tu garganta.
Esas
tres caricias construidas de bronce
(la
única luz que alivia tu noche)
esos
tres nietos vestidos de hambre,
añorarán
los nudos de tus dedos viejos
donde
siempre encontraban alguna sonrisa.
Eso
será todo, vieja Maria.
Tu
vida fue un rosario de flacas agonias,
no
hubo hombre amado, salud, alegría,
apenas
el hambre para ser compartida,
tu
vida fue triste, vieja María.
Cuando
el anuncio de descanso eterno
enturbía
el dolor de tus pupilas,
cuando
tus manos de perpetua fregona,
absorban
la últíma ingenua caricia,
piensas
en ellos... y lloras,
pobre
vieja María.
¡No,
no lo hagas!
No
ores al dios indolente que toda una vida mintió tu esperanza
ni
pidas clemencia a la muerte,
tu vida fue horriblemente vestida de hambre,
acaba vestida de asma.
Pero
quiero anunciarte,
en
voz baja y viril de las esperanzas,
la
más roja y viril de las venganzas
quiero
jurarlo por la exacta
dimensión
de mis ideales.
Toma
esta mano de hombre que parece de niño
entre
las tuyas pulidas por el jabón amarillo,
restriega
los callos duros y los nudillos puros
en
la suave vergüenza de mis manos de médico.
Descansa
en paz, vieja María,
descansa
en paz, vieja luchadora,
tus
nietos todos vivirán la aurora,
LO
JURO !
Vecchia
Maria, stai per morire,
voglio
dirti qualcosa di serio:
La
tua vita è stata un rosario completo di agonie,
non
hai avuto amore d'uomo, salute e denaro,
soltanto
la fame da dividere coi tuoi;
voglio
parlare della tua speranza,
delle
tre diverse speranze
costruite
da tua figlia senza sapere come.
Prendi
questa mano di uomo che sembra di bambino
tra
le tue, levigate dal sapone giallo.
Strofina
i tuoi calli duri e le pure nocche
contro
la morbida vergogna delle mie mani di medico.
Ascolta,
nonna proletaria:
credi
nell'uomo che sta per arrivare,
credi
nel futuro che non vedrai.
Non
pregare il dio inclemente
che
per tutta una vita ha deluso la tua speranza.
E
non chiedere clemenza alla morte
per
veder crescere le tue grigie carezze;
i
cieli sono sordi e sei dominata dal buio,
su
tutto avrai una rossa vendetta,
lo
giuro sull'esatta dimensione dei miei ideali
tutti
i tuoi nipoti vivranno l'aurora,
muori
in pace, vecchia combattente.
Stai
per morire, vecchia Maria;
trenta
progetti di sudario
ti
diranno addio con lo sguardo
il
giorno che te ne andrai.
Stai
per morire, vecchia Maria,
rimarranno
mute le pareti della sala
quando
la morte si unirà all'asma
e
consumerà il suo amore nella tua gola.
Queste
tre carezze fuse nel bronzo
(l'unica
luce che rischiara la tua notte)
questi
tre nipoti vestiti di fame,
sogneranno
le nocche delle tue vecchie dita
in
cui sempre trovavano un sorriso.
Questo
sarà tutto, vecchia Maria.
La
tua vita è stata un rosario di magre agonie,
non
hai avuto amore d'uomo, salute, allegria,
soltanto
la fame da dividere coi tuoi.
È
stata triste la tua vita, vecchia Maria.
Quando
l'annuncio dell'eterno riposo
velerà
di dolore le tue pupille,
quando
le tue mani di sguattera perpetua
riceveranno
l'ultima, ingenua carezza,
penserai
a loro... e piangerai,
povera
vecchia Maria.
No,
non lo fare!
il dio indolente che per tutta una vita
e
non domandare clemenza alla morte,
la
tua vita ha portato l'orribile vestito della fame
e
ora, vestita di asma, volge alla fine.
Ma
voglio annunciarti,
con
la voce bassa e virile delle speranze,
la
più rossa e virile delle vendette,
voglio
giurarlo sull'esatta
dimensione
dei miei ideali.
Prendi
questa mano di uomo che sembra di bambino
tra
le tue, levigate dal sapone giallo,
strofina
i tuoi calli duri e le nocche pure
contro
la morbida vergogna delle mie mani di medico.
Riposa
in pace, vecchia Maria,
riposa
in pace, vecchia combattente,
i
tuoi nipoti vivranno nell'aurora,
LO
GIURO!
![]()
Il
25 novembre 1956, da Tuxpán, parte il Granma: il destino di Cuba, dominata dal
dittatore Batista, sta per compiersi. Racconta il Che:
«Uscimmo
a luci spente dal porto di Tuxpán in mezzo a un infernale accatastamento di
uomini e materiali di ogni genere. C'era cattivo tempo, e, benché la
navigazione fosse proibita, l'estuario del fiume si manteneva tranquillo...
Superammo l'imboccatura del porto messicano e poco dopo si accesero le luci.
A
quel punto ci mettemmo alla frenetica ricerca degli antistaminici contro il mal
di mare, che non saltarono fuori: cantammo, forse per cinque minuti, l'inno
nazionale cubano e quello del 26 luglio, poi tutta la nave assunse un aspetto
ridicolmente tragico: uomini con l'angoscia dipinta sul volto che si tenevano lo
stomaco, altri con la testa dentro un secchio, e altri ancora sdraiati a terra
nelle posizioni più strane, mentre alcuni erano immobili e con tutti i vestiti
sporchi di vomito».
Il
2 dicembre, sbarco a Playa de Las Coloradas.
Il
Che, sul suo diario, scrive: «È stata dura: dopo essere stati stipati come
sardine per sette giorni sul famoso Granma, per colpa dei piloti siamo finiti su
una spiaggia selvatica e paludosa, e le disavventure sono così continuate...»
Sui
giornali messicani appare un titolo: «Invasion a Cuba en un Barco: Fidel
Castro, Ernesto Guevara, Raúl Castro y todos los otros miembros de la expedición
han muerto...»
Il
5 dicembre, ad Alegria de Pio, però, Guevara è davvero ferito gravemente al
collo.
«Caddi
a terra, sparai verso la montagna, seguendo il misterioso impulso del ferito.
Immediatamente mi misi a pensare al miglior modo di morire, in quel minuto in
cui tutto sembrava perduto. Mi ricordai di un vecchio racconto di Jack London in
cui il protagonista, nelle zone gelate dell'Alaska, appoggiato a un tronco
d'albero, si dispone a mettere fine con dignità alla propria vita quando
capisce di essere condannato a morire per congelamento.»
È
l'ultima immagine che il Che ricorda di quel giorno.
Ancora
una volta i giornali raccontano che Ernesto Che Guevara è morto.
Il
9 dicembre 1956, il Che s'incontra con Camilo Cienfuegos, al quale rimarrà
legato per sempre da una bella e grande amicizia.
Differenti,
lo erano davvero. Pieno di cultura, di studi umanistici e politici, il Che,
nonché schivo e serio; guascone, semplice, senza studi, l'altro, che aveva un
carattere allegro, soave. Ancora oggi, si raccontano gli scherzi che Camilo, lui
solo, poteva fare al Comandante.
21
dicembre: il Che, Almeida, Cienfuegos, e il loro piccolo gruppo di rivoluzionari
si congiungono con Fidel e Raúl Castro. Degli ottantadue uomini sbarcati dal
Granma, ne sono sopravvissuti sedici.
La
marcia nella Sierra Maestra, comunque, continua.
Narrano
che proprio in questi giorni Ernesto Che Guevara abbia avuto forse la critica più
dura, un vero e proprio «cicchetto» da parte di Fidel Castro.
Aveva
abbandonato, e permesso che lo facessero anche i suoi uomini, le divise e le
armi... Fidel lo insultò duramente dicendogli che, quello, era il più grande e
stupido crimine che un combattente potesse commettere. Si dice che il Che non
abbia più scordato quell'insulto.
In
questi giorni scrive alla sua famiglia: «Queridos viejos, estoy perfectamente,
gasté sólo 2 me quedan 5. Sigo trabajando en lo mismo, las noticias son espóradicas
y seguirán siendo, pero confién en que Dios sea argentino. Un abrazo a todos.
Tete».
Il
17 gennaio 1957, prima vittoria a La Plata.
Il
22 marzo, combattimento a Palma Mocha. Nonostante vari attacchi di asma che lo
demoralizzano (scrive al padre: «...El campesino cumplió el encargo de Fidel y
me proveyó de adrenalina suficiente. De haí en adelante, pasaron diez de los
dias más amargos de la lucha en la Sierra...»), il Che combatte e impara anche
a dirigere gli uomini, attitudine che sembrava non voler assumere.
Agli
inizi di maggio, proprio sulla cresta della Sierra Maestra, il Pico Turquino, il
Che subisce uno dei suoi più grandi attacchi d'asma. Conoscendo la Sierra, ci
si chiede come potesse farcela.
Fa
molto caldo, c'è una umidità tremenda; e zanzare, salite disperate, mulattiere
faticose, manca spesso il cibo, l'acqua: unico elemento che va in aiuto del Che
è il mulo, animale che è abituato a cavalcare sin da bambino.
Incontra
il popolo della selva, campesinos ammalati e quasi sempre affamati.
Da
lì, e per sempre, in ogni accampamento nella Sierra, farà costruire la cucina,
il dormitorio, l'anfiteatro, un piccolo centro ospedaliero dove curerà anche i
contadini, le loro donne prematuramente invecchiate, bambini dai grandi ventri.
In
un certo momento dovrà diventare anche dentista, col titolo di «Sacamuelas».
Ironizza:
«Mi primera victima fu Israel Pardo, que salió bastante bien parado. La
segunda, Joel Iglesias, a quien faltó solamente un cartucho de dinamita en el
colmillo para sacárselo... mis esfuerzos, fueron infructuosos».
Forse
è anche merito di questo incontro umano, solidale, che i campesinos uniscono le
loro forze a quelle dei famosi ribelli.
Il
Che a questo proposito ha detto: «Nadie pueda decir en qué momento del largo
camino se produjo, en qué momento se hizo intimamente veridico lo proclamado y
fuimos parte de los campesinos...»
Tra
il 27 e il 28 maggio del 1957, la battaglia di El Uvero decide il suo nuovo
ruolo in campo militare e, a luglio, il Che è nominato Comandante della Seconda
Colonna dell'Esercito Guerrigliero, formata da settantacinque combattenti. La
Prima è comandata da Fidel Castro.
Dirà:
«La dosis de vanidad que todas tenemos dentro hizo que me sintiera el hombre más
orgulloso de la tierra ese dia...»
30
agosto: battaglia di El Hombrito. 16 settembre, quella di Pino del Agua. Il 4
novembre fonda la rivista «El Cubano Libre», firmandosi come El Francotirador.
Il
primo numero vede un articolo di Ernesto Che Guevara, che è rivolto agli
animalisti statunitensi.
«Le
associazioni animaliste hanno fatto sfilare davanti all'edificio dell'ONU sei
cani, con un cartello che chiede pietà per la razza siberiana Laika condannata
a volare negli spazi siderali.
La nostra anima si riempie di commozione, pensando al povero animale che morirà per una causa che non comprende, ma non abbiamo saputo di nessuna associazione filantropica statunitense che abbia sfilato davanti al nobi