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Rach IV a Genova, però composto e riassunto da Mauro Sabbione (attorno a 2 set ascoltati al Count Basie)

  

al sempiterno comandante Sergio Farinelli
 

(Mauro Sabbione at Count Basie, in Genua, 10/20/2012: e ho detto tutto) Massì, perché poi crea l’atmosfera, il pubblico intuisce che sta per scatenarsi l’inverosimile e l’inverosimile parte davvero: Firth of Fifth, trasportata dal si bemolle originale a si, ma con tutte le sue misure assurde in 13 e 15/16, le terzine e quartine di semicrome suonate almeno alla stessa velocità di Tony Banks e, fra un accordo e l’altro, a un certo punto si riconosce distintissima forse francese, forse yiddish, di sicuro antifascista di Bella ciao. Questo era all’inizio del secondo set, perché il primo, che intitolava la soirée, consistette nella riproposizione al piano solo di Tango, long playing oggi semileggendario dei Matia Bazar. L’orchestrazione tuttelettronica e così spiccatamente 80s di quel microsolco scompare, ed emerge potente il motivo per cui, a distanza di trent’anni, ancora s’ascoltano quelle 8 canzoni: la loro costruzione. Se anche gli incisi da cantare la mattina dopo sotto la doccia gelata magari non abbondano, sono tuttavia un’infinità gli spunti armonici melodici ritmici agogici delle composizioni. Sabbione è intimorito a chiamare tutto questo opera, nel senso di scrittura canonica, da suonare quasi come fosse uno Chopin, un Philip Glass o un Rachmaninov. Appare chiaro, ascoltando le riletture, che Sabbione conosce tutti costoro e, alle prese con un Kawai decoroso e nulla più, lo suona alternando tango (ovvio), milonga (meno ovvio), aperture classiche (sembra incongruo, non lo è) e divagazioni a pieno titolo virtuosistiche. Se qualcuno fra i miei 11, fedelissimi lettori domandasse: ma la voce di Antonella Ruggiero, ma i testi di Aldo Stellita, si risponderebbe che nessuno ha sentito la mancanza di niente. Grande soirée, note e, alla fine, un medley favoloso, in che Jacques Brel canta gli antichi amanti, ma essi stessi, alla fine, intonano l’Internazionale. Avèrcene, di concerti così, fioeui.

GIOVANNI CHOUKHADARIAN