La conclusione della trilogia iniziata con "Berlino,
Parigi, Londra" è anche la conclusione del periodo artistico più
avanguardistico dei Matia Bazar: un triennio in cui la formazione ha
lavorato essenzialmente per se stessa, per il proprio piacere personale,
ignorando le pressioni del music business, costruendo un repertorio sonoro
a cui, come accennavamo, si sono riagganciati in molti, e si prova una
strana sensazione a sentire certe atmosfere degli Ustmamò di Mara
Redeghieri, che sembrano mutuate dai Bazar Anni Ottanta… Nel 1985, partecipando a Sanremo con
"Souvenir", i Matia Bazar si lasciano alle spalle gli sperimentalismi del
passato per rivolgersi ad una poetica in cui riaffiorano le basi melodiche
che caratterizzavano le armonie di Marrale-Cassano, come l’indimenticata
"Cavallo bianco", unite ad un certo gusto dandy, decadente nel senso non
deteriore del termine. "Souvenir", che ottiene il Premio
della Critica al Festival, anticipa di qualche mese la pubblicazione del
nuovo album del gruppo, "Melancholìa" (1985), il titolo che lo scrittore e
filosofo Jean Paul Sartre voleva originariamente dare al suo capolavoro
"La nausea". Si tratta di un lavoro
straordinariamente felice e compatto, elegante e raffinato, che
s'inserisce come uno dei pochi prodotti italiani, in quella seconda metà
Anni Ottanta invasa dal predominio musicale straniero, tra Sting e il
new cool raffinato di Sade, in grado di non sfigurare nelle
trasferte artistiche… fuori penisola. Le chitarre di Carlo Marrale ritornano
a pulsare forti e potenti, la voce di Antonella s'addentra in territori
vocalmente arditi, il non comune talento ritmico di Giancarlo Golzi si
sdogana dalle batterie elettroniche del passato per… riguadagnare l’ovile,
e il talento organizzativo… inglese di Sergio Cossu supervisiona l’intero
lavoro. L’incipit del disco, "Ti sento", si
colloca immediatamente ai primissimi posti delle classifiche europee, ma
le preziosità del disco stanno forse da un’altra parte: nel tormentato
lamento d’amore di "Angelina" (ove si fa del sarcasmo sul passato dei
Matia, annunciando che Mister Mandarino non vola più), nell’ipnotismo
evocatore di "Amami", nella minisuite che collega "Cose" a "Da qui a…" in
un unico blocco new-wave di straordinario impatto. L’appetibilità di una proposta
musicale così vincente convince i Bazar ad una lunghissima tournée
europea. Spronati dal loro produttore di sempre, Roberto Colombo, i Matia
ottengono lusinghieri riconoscimenti proprio nei paesi ove li si criticava
perché eccessivamente "sinfonici". Con il definitivo ingresso in
formazione di Sergio Cossu, tastierista numero tre dopo Piero Cassano e Mauro
Sabbione che entrera' successivamente nei Litfiba, il gruppo guadagna in stabilità. Dopo lunghi mesi di concerti che
"assorbono" l’intero 1986, i Matia si rimettono al lavoro per il nuovo
album: si tratta di "Melò" (1987), un disco notevole, unico parziale
insuccesso nel carniere della formazione genovese. Qui la ricerca di un
suono mediterraneo, caldo, "colorato" appare evidente. "Melò" rivela nei credits
l’assenza di Carlo Marrale in fase compositiva, ma questa mancanza viene
mitigata dal lavoro intensissimo degli altri Matia, a cui si aggiunge come
collaboratore esterno Mauro Guzzetti; il disco si affaccia sulle sponde
del jazz attraverso il recupero di atmosfere care a Thelonius Monk ("Oggi
è già domani… intorno a mezzanotte"), recupera istintualità blues e funky
("Grande piccolo mondo"), si concede un tappeto ritmico totalmente scritto
da Antonella Ruggiero ("Aria"), unisce la dance a reminiscenze funky ("Mi
manchi ancora"), chiude alla grande con uno stupendo esempio di lirismo
d’atmosfera ("Vaghe stelle dell’orsa"), probabilmente uno dei momenti più
felici dell’intera produzione del Bazar. La letteratura e il cinema si
rincorrono nei testi bellissimi di Aldo Stellita, mentre è straordinaria
la resa sonora dell’album, registrato alla Maison Blanche di Modena
assieme a musicisti e tecnici dell’area bolognese. Certo sembra di
guardare in faccia un altro gruppo, rispetto a quello che nel 1984 si
concedeva un "dedalo sonoro" quale "Mosca Helzapoppin", brano mutuato
assemblando suoni originari ad altri tratti dall’opera rock "The snowman":
ma della poliedricità, dell’imprevedibilità dei Bazar tutti sapevano,
esegeti e detrattori. Proprio in questo periodo, così
fecondo dal punto di vista ispirativo, iniziano i primi attriti
all’interno del gruppo, legati a motivazioni non solo artistiche ma
interpersonali. "Red Corner", angolo rosso del cuore e
della memoria, si fregia di una copertina elaborata fotograficamente da
Carlo Marrale e si muove tra echi nostalgici simil-tango ("Besame", in cui
si parla di AIDS), formidabili rock sanguigni ("Caccia alle streghe",
sarcastico ritratto di un’Italia fine Anni Ottanta) irresistibili odi al
legame di coppia ("Stringimi"; "Sentimentale") e una chiusura di sipario
degna di tutto quanto realizzato dai Matia in quindici anni di carriera,
vale a dire "Nell’era delle automobili"; due minuti di jazz da brivido
sulla schiena. Nelle note interne di copertina i
Matia Bazar ringraziano Edoardo Bennato per l’intervento in "Winnie", ma
soprattutto il loro pubblico, per una presenza affettuosa e costante
attraverso così tanti cambiamenti di stile e di... fede sonora. Uniti da un irresistibile amore per la
musica in tutte le sue forme, incapaci di tirarsi indietro di fronte ad
una nuova sfida musicale, i Matia Bazar hanno pagato sempre in prima
persona le loro ardite scelte, e non a caso in molti sorrisero con sciocca
superiorità quando dalle melodie traboccanti di miele quali "Italian
sinfonia" o "Il tempo del sole" (entrambe pubblicate nel 1980) Suddetti signori dimenticano, purtroppo, che già nel succitato album "Il tempo del sole" Antonella si produceva in un brano quasi progressive come "Non mi fermare", e che in generale salvo gli inizi la formazione genovese ha sempre cercato di diversificare il proprio linguaggio musicale.
Volendo addentrarsi in una disamina delle singole individualità dei Matia Bazar, non si può fare a meno di notare il carattere... d’indispensabilità di ognuno di loro: dal "maître a penser" Aldo Stellita, straordinaria figura di poeta introverso, sognatore e generoso, che ha lasciato orfani i Matia nel 1998; a Carlo Marrale equilibrista delle sei corde, artefice di quel carattere caldo, esotico, "mediterraneo" come si diceva, che non è mai mancato neppure nelle prove discografiche più ostiche del gruppo; da Giancarlo Golzi, motore ritmico della formazione ed attuale titolare del "marchio" Matia Bazar, a Sergio Cossu, mai mera presenza dietro le tastiere, forse l’uomo- chiave per i Bazar dal 1985, per l’autonomia di un suono "nuovo", "moderno", senza dimenticare Mauro Sabbione ( che compose insieme a Alessandro Mendini e Stellita il pezzo culto Casa mia, cantato dalla Ruggiero in coppia con il primo emulatore vocale! inserito nell'introvabile "Architetture Sussurranti") che tuttora viaggia sulla sperimentazione e sull'ecletticità tra teatro, lirica, etnica e rockpolitico.
Antonella Ruggiero, la dolcissima Antonella dagli occhi magnetici, ha rappresentato ben di più che una cantante per il complesso nato nelle cantine del Porto di Genova: a tutt’oggi, nonostante a lei sia subentrata prima Laura Valente e Silvia Mezzanotte poi, rimane l’icona femminile con cui si identificano i Matia Bazar.
Quel settembre 1989, quindi, i Matia chiusero i battenti: e bisognerà aspettare il 1991 per ritrovarli, a sorpresa, affiancati da una nuova vocalist come Laura Valente, che riporterà il complesso ad un sound "quotidiano", sentimentale, non privo di qualità. Altri passaggi temporali, altri abbandoni, soffertissime vicissitudini che portarono peso alla leggenda di un gruppo fortemente instabile (come confermò la Ruggiero: "Siamo degli schizofrenici di base, non riusciamo ad essere una sola storia: siamo tante storie") e siamo all’oggi, alle redini del gruppo prese da Giancarlo Golzi, che del senso dei Matia Bazar nella sua vita ha lapidariamente riferito: "Sono sempre stati una fede, per me...". L’era 2000 è targata Silvia Mezzanotte, voce preziosa ("Brivido caldo") e in un modo o nell’altro, il nome Matia Bazar ci accompagna ancora. Ma questa è, decisamente, tutta un’altra storia...
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Riccardo Visintin (dettagli)
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