Riccardo Visintin

Matia Bazar: gli anni della svolta.

Questa è la storia di una band che ha avuto il coraggio di cambiare faccia, di gettare alle ortiche il facile successo per addentrarsi in territori nuovi, inesplorati, vergini: una sfida vinta da cinque musicisti liguri: i Matia Bazar.

La storia inizia a Genova nel 1974, quando dalle ceneri di una formazione denominata "Jet" prende il via il progetto Matia Bazar.

Fanno parte del complesso Aldo Stellita (Campobello di Mazara, 1946 – Milano,1998), bassista e paroliere; Carlo Marrale (Genova, 1952), chitarre e voce; Piero Cassano (Genova, 1950), tastiere e voce; Giancarlo Golzi (Sanremo, 1952) batteria e percussioni; Antonella Ruggiero (Genova, 1952) voce.

Dopo essersi fatti le ossa in locali notturni e balere della riviera ligure con un repertorio essenzialmente fatto di cover, i Matia ottengono un soddisfacente contratto discografico con l’etichetta Ariston, che consente loro di pubblicare il primo 45, "Stasera che sera" (1975). Il successo è quasi immediato, e tutte le successive prove artistiche, da "Per un’ora d’amore" (1976) a "Solo tu" ( 1977), da "Mister Mandarino" (1978) a "Per un minuto e poi" (1978), guadagnano inesorabilmente i primi posti delle classifiche.

Alfieri di un easy-listening fortemente melodico e caratterizzato dalla bellissima voce di Antonella, i Matia vincono Sanremo 1978 con "E dirsi ciao", mentre il mercato estero inizia ad interessarsi ai loro lavori.

Quest'idilliaca situazione potrebbe teoricamente continuare all’infinito: "Tu semplicità" (1979), "C’è tutto un mondo intorno" (1980), "Il tempo del sole" (1980), sono canzoni facili ed orecchiabili che paiono scritte apposta per essere gettonate dai juke-box allora in piena attività, i concerti sono sempre affollatissimi e le manifestazioni estive si contendono i Bazar costringendoli ad un'ininterrotta presenza sui palcoscenici europei.

Eppure, qualcosa in questo equilibrio raggiunto si spezza: vi è l’esigenza, da parte del leader Aldo Stellita soprattutto, di affrancarsi da un genere musicale divenuto ormai troppo stretto: cresciuti, maturati, i Matia Bazar non sono più gli studenti universitari con l’hobby della musica degli esordi; la musica è diventata la loro professione, e sussiste il desiderio di allargare il proprio mondo artistico, magari attingendo dalle esperienze musicali provenienti da oltreoceano.

L’unico del gruppo a non partecipare al… vernissage è Piero Cassano, che anzi abbandona il gruppo passando dietro le quinte come organizzatore e produttore (tra l’altro di Eros Ramazzotti).

Orfani di un loro compagno così caro, i Matia dopo averlo sostituito con il tastierista Mauro Sabbione, esperto di elettronica, riorganizzano da capo i loro intendimenti artistici.

Tutti loro, è bene sottolinearlo, avevano già diverse esperienze alle spalle: Golzi nei Museo Rosembach, gloriosa formazione di rock progressive dei primi Anni Settanta, Carlo Marrale come chitarrista in Brasile.

L’assetto "nuovo" omaggia la Mitteleuropa con un disco difficile quanto affascinante: "Berlino, Parigi, Londra" (1982).

"Fantasia", incipit programmatico dell’album, rievoca atmosfere da Seconda Guerra Mondiale: si parla di cospirazioni, soldati in attesa di non si sa che cosa, e nel sottofondo udiamo sirene che spazzano via spensieratezze e superficialità del passato.

Ricorda il chitarrista Carlo Marrale: "Eravamo arrabbiati, decisi, quasi punk negli approcci: la nostra casa discografica si era spaventata dall’audacia del nostro nuovo materiale, e difatti fummo costretti ad autogestirlo…"

La straordinaria ripresa di "Lilì Marleen" (voluta da Stellita, che aveva una madre tedesca) si unisce così al lamento esistenzialista di "Stella polare", al furioso rock urbano di "Fuori orario": una nuova vita artistica forte, robusta, del tutto inedita, non inutilmente dolce e senz’altro debitrice negli intenti programmatici a formazioni come i Tangerine Dream o gli Tuxedomoon. Il pezzo Zeta dimostra la bravura del nuovo tastierista, responsabile degli arrangiamenti dell'album.

Dalla MittelEuropa al retrò, al repechage di atmosfere Anni Trenta: il successivo progetto discografico, "Tango" (1983), non è solo un omaggio al ballo più sensuale esistente sulla faccia della Terra, ma un lavoro di cesello in cui confluiscono molteplici suggestioni diverse: il Paese dei Campanelli nell’era del computer.

"Vacanze Romane", che sfiora la vittoria al Festival di Sanremo, rimane a tutt’oggi il più grande successo del complesso ligure: una canzone senza tempo, coraggiosa ed anticonformista, sorretta dai vocalizzi mai prevaricanti di Antonella Ruggiero, che nel frattempo ha preso lezioni di lirica.

Di futuro, di possibilità tecniche del futuro, si narra esplicitamente ne "Il video sono io", anche se l’ironia fa capolino e si allude alla possibilità di un "ponte" tra il passato e il futuro, ove convivano felicemente il libro e lo schermo, l’elettronica e il tango tutto violini.

Raffinatissimo, al solito, il lavoro letterario di Aldo Stellita: "Intellighenzia" è un affascinante gioco linguistico sopra il quale "soffia" la voce di Antonella deformata piacevolmente dal synth; "I bambini di poi" affronta un tema apocalittico, di minaccia atomica sulle nuove generazioni, collegando coraggiosamente fulminanti nonsense linguistici.

Ma forse la traccia più rappresentativa del disco, quella che esemplifica il nuovo corso del Bazar, e che rivela un imprinting nettamente europeo, è "Scacco un po’ matto", con una lungo fraseggio centrale che sembra provenire dalle sessions di "Berlino Parigi Londra". Un pezzo composto dal nuovo entrato Mauro Sabbione (autore anche della bellissima Palestina)  diplomato in pianoforte al Conservatorio Paganini di Genova e dotato tra l'altro di uno dei primi computer musicali dell'epoca..." fu facile per me, dice Mauro Sabbione, mi trovai a disposizione una tale quantità di tastiere "abbandonate", ora definite vintage, che avrebbero soddisfatto tastieristi come Banks, Wakeman o Schultze messi insieme"...  Una minisinfonia che sarebbe interessante riproporre oggi, come molta della produzione fin qui esaminata.

A questo punto, sarebbe logico aspettarsi dai Matia un comodo asservimento alla neomoda retrò, che inizia ad interessare anche un pubblico più vasto.

Invece, con una delle loro tipiche trasformazioni camaleontiche, che rappresentano un tratto distintivo, caratteriale, intendiamo, del gruppo, i Matia Bazar si addentrano in un’operazione discografica ancora più ostica della precedente: "Aristocratica" (1984).

Si tratta, probabilmente, del loro lavoro più audace ed avanguardistico: azzerate le atmosfere retrò (a parte l’orchestrina tzigana che preannuncia "Milady"), i Matia lavorano ad un progetto artistico oltre che musicale, grafico e scenografico oltre che sonoro.

Trasferitisi ormai da tempo stabilmente a Milano, i Matia Bazar erano entrati in contatto con le realtà artistiche più "giovani" del capoluogo lombardo, quali "OcchioMagico" e "Fragola e Panna", studi grafici dalle idee dinamiche e moderne.

Così, l’avventura di "Aristocratica" parte dalla copertina, geometrica, molto colorata e invasa da simboli di varia natura, e continua con una corrente sonora (il termine… idrico è il più idoneo a illustrare il disco) che dopo la poesia a suo modo "neoromantica" della title track s'inerpica attraverso l’esotismo percussivo di "Carmen", il decadentismo irridente di "Milady", e soprattutto attraverso l’impazzita giostra de "Sulla scia", costruzione ritmica a tutt’oggi attualissima, anzi anticipatrice del lavoro di gruppi di oggi quali Subsonica o Scisma.

Nel disco (ma, a questo punto, sarebbe meglio parlare di progetto multimediale) i materiali sonori si spezzettano, si frammentano, in un gioco musicale e verbale che assembla canti islamici, la voce campionata di Che Guevara, suoni apparentemente inconciliabili fusi in una costruzione geometrica che ha rappresentato un esperimento felice e "apri-pista" per le future band italiche.

Naturalmente tanta audacia avanguardistica non poteva che frastornare il pubblico abituale del Bazar: le vendite si mantengono basse, scarse sono le apparizioni televisive mentre un certo riscontro e un appoggio provengono dalle radio private, da sempre sostenitrici della formazione ligure (e il gruppo contraccambierà festeggiando il ventennale della nascita delle emittenti private e intitolando il loro disco del 1995: "RadioMatia").

Del resto, il chitarrista Carlo Marrale ebbe a dichiarare: "Sapevamo benissimo a cosa andavamo incontro, addentrandoci in un operazione così pionieristica…"

 

Riccardo Visintin (dettagli)

DISCOGRAFIA RAGIONATA

"Berlino, Parigi, Londra" (1982): Lili Marleen; Io ti voglio adesso; Passa la voglia (Look at the rain fall); Che canzone è; Fortuna; Fantasia; Stella Polare; Zeta; Fuori orario; Astra.

"Tango" (1983): Vacanze Romane; Palestina; Elettroshock; Intellighenzia; Il video sono io; Scacco un po’ matto; Tango nel fango; I bambini di poi.

"Aristocratica" (1984): Aristocratica; Carmen; Luci al neon; Logica attenuante; Sulla scia; Mosca Helzapoppin; Ultima Volontà; Milady.

"Melancholia" (1985): Ti sento; Via col vento; Amami; Souvenir; Fiumi di parole; Angelina; Cose; Da qui a...

"Melò" (1987): Noi; Mi manchi ancora; Dieci piccoli indiani; Grande piccolo mondo; Oggi è già domani... intorno a mezzanotte; Aria; Ai confini della realtà; In nome della luna piena; Vaghe stelle dell’orsa.

"Red Corner" (1989): Stringimi; Besame; Il Mare; Sentimentale; Caccia alle streghe; Cuba, Se tu; Cuore irlandese; Winnie; Nell’era delle automobili.